Su Alessandro Mutolo, oculista di Roma…

22 novembre 2009

Vi capita mai di usare internet per cercare qualcuno? Vi capita mai di farlo per cercare informazioni su un medico? Per sapere come si comporta con i pazienti, o se è autore di pubblicazioni scientifiche? Ecco, se dovesse capitarvi di cercare qualcosa su Alessandro Mutolo, il blog della Signora Franca è un buon punto di partenza… Nella speranza che la rete usata come strumento per la diffusione delle informazioni insegni ai medici – una volta tanto – come comportarsi…

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Fuori dai denti ,

Brunetta, studia le licenze CC!!

18 novembre 2009

Leggo sulla pagina dedicata al Copyright del nuovo sito di Brunetta sulla riforma nella Pubblica Amministrazione:

I contenuti del sito – codice di script, grafica, testi, tabelle, immagini, suoni, e ogni altra informazione disponibile in qualunque forma – sono protetti ai sensi della normativa in tema di opere dell’ingegno.

Passi per la grafica, i testi, le tabelle, le immagini, i suoni ed ogni altra informazione disponibile in qualunque forma (per quanto proprio non mi sembra un bel segnale, in epoca di Creative Commons, se lanciato dal Ministro dell’Innovazione), ma proprio non mi spiego il riferimento al “codice di script“. Infatti, a giudicare dagli URL, il sito pare proprio fatto in Drupal e, come è noto, Drupal è rilasciato con licenza GPL.

Ora, passi per il fatto che – andando contro la licenza GPL – da nessuna parte mi sembra sia scritto che il CMS sia stato realizzato utilizzando Drupal, non è proprio il colmo il fatto che gli autori del sito specifichino che anche il codice è protetto dalla normativa in tema di opere dell’ingegno?

[Update delle 13.45]. Che gli autori del sito leggano i blog? Nella pagina in questione è apparsa la citazione a Drupal. Un segnale positivo!

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Considerazioni Sparse , ,

Tecnologie applicate alla Comunicazione d’Impresa: partiti!

17 novembre 2009

Ieri è iniziato il mio corso all’Università. Quest’anno il glorioso “Organizzazione e gestione della comunicazione interattiva” va in cantina dopo qualche replica, e lascia il posto a “Tecnologie applicate alla comunicazione d’impresa“. Il programma prevede qualche ampliamento e degli approfondimenti; un maggiore focus sui processi ed una minore attenzione alle tematiche organizzative, ma i temi non differiscono di molto da quanto proposto negli anni passati. Si parlerà di Social Networking, di TV Interattiva, di prospettive legate al mondo della mobilità. Avendo a disposizione qualche ora in più, questa volta riuscirò  a portare in cattedra alcuni amici, che sicuramente avranno molto da dire ai partecipanti (qualcuno è stato già invitato, se qualcuno vuole candidarsi su argomenti ancora “liberi” è il benvenuto…). Naturalmente, anche quest’anno il blog rimane lo strumento di contatto principale tra me e gli studenti. Per chi volesse curiosare nei contenuti del corso, l’indirizzo è questo:  http://tci09.wordpress.com. Ancora è quasi vuoto, ma si riempirà con le slide e le dispense che man mano io e gli studenti produrremo. Quanto ai libri di testo, la mia scelta è radicale. Solo testi suggeriti, e poi tutte dispense acquisite nell’ormai ricco mondo del Creative Common. Speriamo che l’Accademia non si arrabbi troppo…

Chi ci viene a trovare?

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Cronache Universitarie , ,

Su Non Solo Cyber, due parole su SideWiki

12 novembre 2009

Su L’Espresso della scorsa settimana, nella rubrica Non Solo Cyber, ho parlato di SideWiki. Come di consueto, pubblico l’articolo qui di seguito, per le vostre considerazioni. Buona lettura!

Una lavagna affissa di fianco all’ingresso principale di un’azienda. Una lavagna ove chiunque sia dotato del giusto gessetto può scrivere, ma dalla quale soltanto il suo padrone può cancellare ciò che viene scritto. E il padrone di questa lavagna è anche il titolare di una rete di lavagne che possono essere affisse potenzialmente affianco all’ingresso di qualsiasi azienda, università, organizzazione, casa privata. E delle quali tutti gli utenti della rete possono leggere i contenuti, indossando gli occhiali giusti.
Questo è – in sintesi – SideWiki, uno degli ultimi nati di casa Google. Fuor di metafora un sistema che consente, con la semplice installazione di un programma gratuito, di scrivere e leggere ciò che scrivono gli altri utenti in un’area di testo che viene visualizzata nello schermo del browser di fianco ad una qualsiasi pagina web.
Di per sé l’idea non è del tutto nuova – altre aziende in passato avevano sviluppato applicazioni simili. Ma non è la prima volta che BigG recepisce una buona idea facendola sua. Ciò che lascia ritenere che SideWiki sia destinato ad avere una grande diffusione sul Web è il fatto che per utilizzarlo sia sufficiente aggiornare la ToolBar di Google,  presente già nei browser di milioni di utenti.
Difficile immaginare il reale impatto di uno strumento simile. Clienti insoddisfatti che parlano dei prodotti di un’azienda proprio sull’home page dell’azienda stessa, lettori dei giornali che commentano gli articoli senza alcun controllo possibile da parte degli editori, studenti infuriati che descrivono le loro disavventure sul sito internet dell’università, o direttamente  sulle pagine del blog del docente di turno. Ma anche realtà che sfruttano quello che rischia di diventare un canale per una nuova forma di spam, con aziende che promuovono i loro prodotti direttamente dalle pagine dei siti della concorrenza. O cittadini che esprimono le proprie opinioni direttamente sui siti della pubblica amministrazione o dei personaggi politici senza che questi possano effettuare alcun tipo di censura (altro che faccine…). E solo Google in grado di agire su questa immensa mole di contenuti. Ancora più difficile prevedere come si comporteranno le aziende e le organizzazioni pubbliche e private, quanto impiegheranno a rendersi conto di quello che sta succedendo, il numero di cause legali che questo sistema  genererà.
SikeWiki aggiunge uno “strato” interattivo al web indipendente dalla volontà dei titolari di un sito internet. Una grande possibilità per gli utenti, ma anche un nuovo livello di responsabilità per gli attori coinvolti.

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Detto in giro , ,

Banda larga? Se ne può fare a meno…

6 novembre 2009

E ti pareva. Ogni Santo finisce in Gloria, si diceva una volta. E non c’è molto da dire, oggi, riguardo alle dichiarazioni di Letta sul congelamento dei fondi per la Banda Larga. 800 milioni di Euro che “forse conviene usare per altro“, ma che se proprio non serviranno a null’altro allora rimarranno lì, per essere spesi più avanti. Quando potremo permettercelo.

Cambiano i Governi, si avvicendano i colori che li contraddistinguono. Ma una cosa, in Italia, non cambia mai. La concezione ottusa, irriguardosa della realtà, assolutamente ed impietosamente miope del ruolo della Rete nello sviluppo della Società. Una Rete che è concepita come un costo, come qualcosa che può aspettare. Come qualcosa della quale, in fondo in fondo, si può fare a meno. Non è l’ulteriore ritardo che questo rinvio genererà andando ad aggravare una situazione già grave, a preoccupare. Ma la consapevolezza del fatto che manchi completamente, nei nostri governanti, la visione di una Rete  come oppotunità, come investimento, come un elemento sul quale puntare per garantire la competitività e lo sviluppo.

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Considerazioni Sparse ,

Siamo drogati, ma non lo sappiamo?

2 novembre 2009

Oggi, leggendo il Sole24Ore, ho appreso che dei miei circa 600 contatti su FaceBook quasi 150 sono malati, e magari non lo sanno.

No, non penso all’H1N1, ma mi riferisco alle dichiarazioni di Federico Tonioni, il coordinatore dell’Ambulatorio del Policlinico Gemelli dedicato all’Internet Addiction Disorder che ha avviato oggi la sua attività. E per inaugurarla, secondo il consueto costume italico, si fa pubblicità con un articolo nell’usuale stile terroristico adottato dalla peggior stampa italiana quando si parla di Internet.  Nel virgolettato dell’articolo Tonioni afferma:

Almeno due iscritti a Facebok su 10 ne sono dipendenti mentre, secondo i dati di uno studio dell’università di Perugia, su 10 persone quattro possono sviluppare abusi o dipendenza da internet, la maggior parte delle volte inconsapevolmente. Si potrebbe dire che questo tipo di patologie di dipendenza da internet si stia diffondendo a livello epidemico

E quindi, se la matematica non è un’opinione, ho 150 amici malati (anzi, almeno 150 amici malati). Tanto per esprimere meglio il dato: di oltre dieci milioni di utenti FaceBook in Italia, ben due milioni sarebbero i malati. Altro che H1N1!

Il vero problema è che l’IAD è una cosa seria, della quale si parla da quasi 15 anni e sulla quale sono stati scritti articoli scientifici di tutto rispetto. Ma tra parlarne seriamente nell’ottica della divulgazione scientifica e scegliere la facile soluzione dello scoop giornalistico, pare proprio che lo psichiatra abbia adottato la strada più semplice. E lo fa nel modo peggiore: parlando di epidemie, di piaghe sociali, di ossessioni. Insomma, di tutto il catalogo da mettere in gioco quando si vuole (s)parlare di  Internet per avere la certezza di essere ascoltati (tanto che spunta fuori, come al solito, anche la pornografia ed il gioco d’azzardo).

Ora, le considerazioni da fare sarebbero diverse, ma mi limito a ad alcune osservazioni a caldo:

  • Ancora una volta, si è scelto di parlare di internet in modo allarmistico, non rendendo un buon servizio al lettore, e men che meno allo sviluppo della rete;
  • La scelta di un approccio allarmistico su un tema delicato come quello della dipendenza da Internet è doppiamente controproducente, perchè da una parte terrorizza chi non sa, dall’altra genera l’indignazione di chi sa;

Infine, un’ultima considerazione: ho l’impressione che a volte chi dovrebbe occuparsi di un fenomeno ne parli senza conoscerlo realmente. Come si fa a dire che un utente su cinque è malato? O che due su cinque possono esserlo? Quali sono i parametri? Quali le metriche? Non sarà che la società cambia, e chi dovrebbe leggerla, interpretarne il cambiamento, comprenderne le dinamiche non se ne accorge e classifica una parte di questo cambiamento come una malattia?

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Una considerazione su Wikipedia…

10 ottobre 2009

Dice il mio amico Maurizio sul tema Wikipedia:

Stiamo arrivando a un punto in cui Wikipedia sta assumendo lo stesso status dei grandi media: l’accettazione acritica dei suoi contenuti. Se ci pensate, è una cosa incredibile: certo, per un’enciclopedia dovrebbe essere il minimo sindacale, ma nessuno si metterebbe a credere aprioristicamente che le informazioni presenti su un sito qualunque siano vere [...] in pochi anni l’enciclopedia è diventata qualcosa da prendere davvero sul serio; io non me lo sarei affatto aspettato

Come sa Frieda, con la quale ho sempre scambiato opinioni in modo “vivace” (ed alla quale va tutta la mia solidarietà per l’assurda vicenda che la vede coinvolta), le mie opinioni su Wikipedia sono varie. E contrastanti. Ma l’osservazione di Maurizio più di altre mi fornisce l’occasione per esprimerne una in particolare, relativa all’affidabilità di Wikipedia. Affidabilità che i sostenitori dell’enciclopedia collaborativa più grande del mondo difendono a spada tratta, e che i suoi detrattori utilizzando come principale arma da rivolgervi contro.

Ma il punto della situazione non è definire se e quanto le voci presenti su Wikipedia siano “affidabili” o meno. Il vero punto è capire se il lettore medio di Wikipedia abbia o meno idea di cosa si trovi ad utilizzare. E dall’affermazione di Maurizio, che di cose wikipediane se ne intende, mi sembra proprio di capire che c’è una forte  discrasia tra quelli che sanno cos’è Wikipedia, e quindi quali sono i suoi limiti, e quelli che invece si limitano ad usarla acriticamente (diciamo un 90% dei suoi utenti?).

L’accettazione acritica dei suoi contenuti è per gli utenti di Wikipedia la norma ormai da anni; tutti quegli anni in cui migliaia di studenti poco accorti di ogni ordine e grado ne hanno imparato a copiare di peso i contenuti per temi, tesi, tesine e compagnia cantante. Maurizio ha ragione: nessuno si metterebbe a credere aprioristicamente che le informazioni presenti su un sito qualunque siano vere (e anche di questo, siamo sicuri?). Ma Wikipedia è un sito qualunque? è considerata un sito qualunque? Decisamente no. E nell’immaginario collettivo assurge al ruolo di fonte attendibile. Anzi, spesso di fonte inequivocabilmente attendibile. Tanto che viene citata  in migliaia e migliaia di tesi.

E qui – a mio modo di vedere le cose – sorge un problema di affidabilità che, per la natura stessa del sistema, non può essere garantita. Chi sa come funziona l’enciclopedia libera è ben conscio di ciò, e quindi valuta i suoi contenuti di conseguenza, ma siamo sicuri che la maggior parte dei visitatori sappia cosa sta utilizzando?

Certo, un problema che non dipende principalmente da Wikipedia ma dai suoi utenti (come dire: il male non è nelle cose ma neglio occhi di chi le guarda), ma che Wikipedia – proprio per rafforzare la sua credibilità – dovrebbe affrontare con più forza di quanto non faccia attualmente.

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Sulla rimediazione della blogosfera…

18 settembre 2009

Capita che Roldano, nella sua foga di polemista, spesso colga nel segno.  E capita che in suo post su FriendFeed si sviluppi una interessante discussione sul rapporto tra quest’ultimo ed i blog.

Uno degli elementi centrali della conversazione, a margine delle osservazioni più o meno caustiche sul rapporto tra blogstar e FF (con un interessante scambio di battute tra Catepol e Giovanni e condivisibilissime osservazioni di Luca), è emerso grazie ad una osservazione dello stesso Roldano:

Io (generale) nel mio blog sono un unicum e posso trascinare le folle (vedi Grillo), qui su FF siamo tutti bene o male paritetici, se escludi il numero di iscritti

Con questa osservazione viene messa in evidenza una differenza fondamentale tra il blog e strumenti come FF, consistente nel sostanziale abbattimento dell’asimmetria informativa tra gli attori coinvolti nel processo di comunicazione. Asimmetria che diminuisce la centralità dell’autore rispetto al suo contenuto, privilegiando la velocità di diffusione dello stesso e la facilità nel coinvolgere la rete di contatti rispetto alla sua strutturazione.

Che questo porti i blogger – soprattutto i più noti – ad allontanarsi da FriendFeed è un altro discorso, del quale la veridicità è tutta da dimostrare. E’ indubbio tuttavia, come ho già avuto modo di osservare qui, che FriendFeed, più di quanto non abbia fatto Twitter, stia rimediando profondamente la blogosfera cambiandone le dinamiche. Che poi ciò porti verso un miglioramento o un peggioramento della qualità di ciò che viene veicolato on-line, è pure un altro tema interessante.

Certamente molti blogger postano di meno, preferendo FF per “conversare” piuttosto che il blog, riservato a contenuti più strutturati. Se questi contenuti più strutturati rimangono nella penna (pardon, nella tastiera) di chi dovrebbe scriverli, dipende da tanti fattori (Tempo? Visibilità? Interesse?). La conseguenza è che molti contenuti potenzialmente interessanti si perdono nelle conversazioni di FriendFeed, quando potrebbero essere sistematizzati nelle pagine di un blog. Ma è pur vero che molte conversazioni – e quella dalla quale siamo partiti ne è un esempio – stimolano lo sviluppo di contributi che probabilmente non avrebbero visto luce.

Nel mutevole equilibrio tra contenuti e conversazioni, quindi, ci avviamo verso un contesto in cui le conversazioni sono più fluide, ma – per certi versi – forse meno incisive?

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Enterprise 2.0: una vera “scelta”?

16 settembre 2009

logo_zerounoNuovo articolo su ZeroUno per la mia rubrica sull’Enterprise 2.0. Mi chiedo, questa volta, se le aziende possano davvero “scegliere” se adottare o meno soluzioni orientate al Web 2.0, in un mercato in cui gli utenti tale scelta l’hanno già fatta. Voi che ne pensate?

In oltre due terzi dei casi, le aziende che hanno implementato soluzioni e modelli propri del web 2.0 hanno ottenuto benefici misurabili. I vantaggi si vedono nella capacità di sviluppare prodotti e servizi innovativi, in un abbattimento dei costi operativi, nella maggiore efficacia delle azioni di marketing, in una più efficace gestione del capitale intellettuale; finanche in un aumento dei ricavi. Questo è quello che ci dice – in sintesi – il survey annuale sul Web 2.0 pubblicato a settembre dal McKinsey Quarterly, basato sull’analisi di quasi 1.700 interviste fatte a professionisti provenienti da diversi settori aziendali.

Risultati interessanti, che dimostrano senza troppi dubbi come il Web 2.0 sia centrale rispetto allo sviluppo del business, ma che – letti a sud delle Alpi, rischiano di sembrare davvero lontani dalla nostra realtà. Realtà che, tanto per fare un esempio, in un solo anno – tra il 2008 ed il 2009 – è scesa dal dodicesimo al diciannovesimo posto nel Connectivity Scorecard redatto da London Business School e Nokia System Networks. Mentre nel resto del mondo ci si interroga sul “come” implementare le logiche del Web 2.0 per garantire i migliori risultati, la maggior parte delle nostre imprese è ancora impegnata a capire “cosa” sia questo Web 2.0 e “se” esso rappresenti una realtà della quale occuparsi o l’ennesima moda passeggera.

È vero, ogni evoluzione ha i suoi tempi. È vero, l’Italia non è la Svezia. È vero, ha poco senso paragonare contesti tanto diversi da rendere qualsiasi confronto privo di reale significato. Ma c’è un particolare da tenere in considerazione. Quando si parla di Web 2.0 ci si trova di fronte ad un fenomeno che non parte dall’azienda per arrivare all’utente o al consumatore, come accade per la maggior parte dei casi. Ci si trova, invece, di fronte ad un fenomeno che nasce dal basso, che viene dall’utente. Un utente che sovente non sa nemmeno cosa sia il Web 2.0 e cosa esso possa comportare ma – molto piú pragmaticamente – usa Google, legge i Blog, è su Facebook, compra su eBay. Un utente, insomma, che vive sempre più immerso in una realtà in cui le logiche del Web 2.0 rappresentano la norma, non l’eccezione. Così, mentre le aziende si chiedono di cosa si stia parlando, i consumatori apprendono dall’esperienza d’uso quotidiana un nuovo modo di relazionarsi, di informarsi sui prodotti, di gestire i processi di acquisto, di divertirsi.

Per questo motivo quella di sposare alcune delle logiche del Web 20 non è soltanto una scelta possibile ma, per certi versi, una condizione di fatto verso la quale si sta spostando il mondo. Una scelta inevitabile per l’azienda? Per rispondere a questa domanda una considerazione è d’obbligo: si può scegliere se essere attivi o meno nei social network, si può determinare il livello d’apertura verso tali strumenti da parte della propria organizzazione, ma non si può impedire ai propri clienti di esserci. Non si può impedir loro di utilizzarli per parlare dei prodotti e dei servizi che preferiscono, apprezzandoli o criticandoli. Se si può consapevolmente scegliere se dialogare o meno con i propri utenti nelle nuove piazze virtuali, non si può impedire che essi le usino per parlare tra di loro. E non saperli ascoltare potrebbe rivelarsi estremamente controproducente.

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Non solo Cyber: L’equivoco dei nativi digitali…

3 agosto 2009

Nel numero della scorsa settimana de L’Espresso è iniziata la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber. Naturalmente, un grazie va ad Alessandro per avermi chiesto di affiancare altri amici che già vi scrivono. Come di consueto, riporto di seguito il pezzo pubblicato, per le vostre considerazioni.

Quando si parla di digital divide il pensiero corre subito al tema delle infrastrutture che mancano, della banda larga che non c’è e che quando c’è è sempre troppo stretta, della nostra congenita incapacità di usare il computer ed internet. Ci si consola pensando che con le nuove generazioni il problema sarà superato. Magari la banda sarà sempre poca, ma i ragazzi oggi considerano normale conoscersi su internet, usano Facebook come se fosse il muretto sotto casa, hanno il dito perennemente in azione sui tasti del cellulare. Problema risolto. Questione archiviata.

C’è però un rischio che si nasconde dietro la convinzione che i giovani – i cosiddetti nativi digitali – siano “naturalmente” affini alle nuove tecnologie. Il rischio di non rendersi conto di come essi siano spesso vittime di un’altra – più sottile – forma di digital divide.  Un digital divide culturale, che crea un divario tra chi usa gli strumenti e chi sa anche cosa sta facendo, tra chi usa Facebook e chi sa che Facebook è un social network. Per capirci meglio: una differenza simile a quella che c’è tra chi sa usare la macchina da scrivere e chi sa scrivere un buon testo.

Sostenere che i ragazzi che hanno affrontato l’esame di maturità conoscano i social network meglio dei loro insegnanti – indipendentemente dalla veridicità dell’affermazione – nasconde una inconsapevole delega di responsabilità nei confronti del problema del digital divide culturale. Tutto sta a capire se vogliamo una generazione di scrittori o di scrivani digitali.

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