Google condannata in Tribunale. E l’Italia condannata all’oblio

24 febbraio 2010

Quando qualcuno indica la luna, si diceva un tempo, gli stolti guardano il dito. Ma a ben più alti livelli di idiozia riusciamo ad arrivare nel nostro Paese, quando se qualcuno urla in un megafono delle oscenità, siamo così stupidi da prendercela con il produttore del megafono. Eh si, perchè se si vanno ad analizzare i fatti, è questo quello che è successo con la sentenza che condanna tre dirigenti di Google per il caso del ragazzo affetto dalla sindrome di Down maltrattato dai suoi compagni di classe.

Del fatto, del quale hanno appena dato notizia i giornali, ne parlano già Massimo, Ernesto, Metilparaben ed altri. Non vale quindi la pena soffermarsi sulla descrizione delle circostanze, che d’altro canto sono note ormai a tutti.

Vale invece la pena di soffermarsi su ciò che il fatto potrebbe comportare, in termini sostanziali, per lo sviluppo di internet nel nostro Paese. Le previsioni più pessimistiche di Massimiliano Trovato, autore di un bell’e-Book sul tema pubblicato dall’Istituto Bruno leoni nel quale afferma in sostanza che una decisione avversa a Google andrebbe contro il diritto, pare proprio si siano avverate.

E non basta, come sostiene Massimo, “archiviare il fatto nel lungo elenco delle arretratezze culturali di questo paese di fronte alle nuove tecnologie” perchè archiviare è troppo vicino ad accettare. Ed alcuni fatti, alcune situazioni, sono inaccettabili.

E’ inaccettabile, ad esempio, che il sistema politico e quello giudiziario – forse (e drammaticamente) più per crassa ignoranza che per malafede - continuino ad ostinarsi a voler legiferare e giudicare su argomenti che non conoscono e non capiscono. Dei quali non percepiscono i confini, le regole, le caratteristiche. Un pò come se pretendessimo che i guidatori di una carrozza scrivessero il codice della strada per un mondo popolato  da astronavi.

E non serve dire che mancano le leggi, quando poi chi dovrebbe applicarle non sa neanche come declinare quelle che ci sono rispetto al nuovo contesto. Il problema non è costituito dal fatto che mancano le leggi. Le leggi ci sono. Mancano persone in grado di applicarle perchè mancano persone, nei luoghi chiave, che conoscono e capiscono il problema. Così come per lo sport esistono i Giudici sportivi, sarebbe utile che per la rete esistessero Giudici con competenze specifiche, o abbastanza umili (o intelligenti) da farsi affiancare da chi tali competenze le ha. Ma la rete non definisce più un dominio limitato o delimitabile. La rete oggi è il mondo. La rete sta cambiando il mondo. Peccato che chi questo mondo deve regolarlo non se ne renda conto a sufficienza. O, quando se ne rende conto, non faccia altro che cercare di ostacolare un cambiamento che è nei fatti inarrestabile.

Questi non sono problemi che riguardano qualcun altro. Riguardano noi tutti. Noi che scriviamo su un blog, noi  che abbiamo un profilo su facebook, noi che facciamo ricerche con Google. Perchè la libertà non è un diritto acquisito, ma un diritto che va conquistato e riconquistato giorno per giorno.

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Il “merito” dei “nativi digitali”

23 febbraio 2010

In questi giorni in rete si discute – spesso a partire da iniziative indubbiamente interessanti – di Nativi Digitali. Digitali o Micidiali che siano, la mia opinione in merito l’ho espressa anche in passato. Tuttavia l’enfasi sulla “natività digitale” attorno alla quale ruota (ed a volte pare avvitarsi) la discussione, nasconde il rischio di un errore di prospettiva.

Ho la fortuna di passare una parte rilevante del mio tempo assieme a quelli che definiamo “nativi digitali”. Di conoscerne vizi e virtù, pregi e difetti. E quando passo il mio tempo con loro, non vedo il mondo diviso in nativi digitali e nativi analogici, ma semplicemente in giovani ed adulti.

Certo, chiamarli nativi digitali va di moda, fa “sociologichese”, ma ci fa anche correre il rischio di non centrare il punto.

Ed il punto è che tra i giovani ci sono quelli che si perdono dietro Amici ed MTV, che non hanno prospettive, che sono pigri, inebetiti dalla TV, senza idee nè ideali. Ma ci sono anche quelli che son determinati, di buona volontà, con voglia di fare. Consapevoli della difficoltà del contesto nel quale stanno crescendo, ma pronti a dimostrare al mondo che hanno molto da dire. E da fare.

Gli uni e gli altri hanno un profilo su facebook. Gli uni e gli altri sono nativi digitali. Ma non c’è merito nell’esser nativi digitali. Si tratta semplicemente di una condizione. Di un fattore di contesto. Non basta essere nativi digitali per essere persone valide. E soprattutto non basta a noi che loro lo siano per avere una scusa per smettere di esser responsabili nei loro confronti.

Non esiste una generazione di nativi digitali che affronteranno il futuro in modo diverso. Esistono – tra i nativi digitali – dei giovani dotati di talento, che con il nostro aiuto potranno, sapranno e dovranno confrontarsi con un futuro non certo roseo.

E’ vero, Nicola e di suoi coetanei non hanno nessun merito nell’esser nativi digitali. Ma hanno la grande fortuna di essere ragazzi intelligenti ed il grande merito di essere armati di buona volontà. E’ in questo la loro vera risorsa. E’ in questo la speranza del nostro Paese per il suo futuro.

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Buzz: Prove Generali di Grande Fratello

14 febbraio 2010

È nato. È nuovo. È social. È targato google. È Buzz. Ed è un autogoal. Inutile dilungarsi su cosa sia Buzz, chi legge questo blog è probabile che lo sappia bene. In caso contrario, un giro sul blog di Google Italia sarà sufficiente a chiarirsi le idee. Invece penso valga la pena di soffermarsi non su ciò che Google Buzz è o non è, ma che cosa rappresenta. E Google Buzz rappresenta, a mio giudizio, un significativo, rappresentativo, sintomatico, pericoloso autogoal di Google. O meglio, l’autogoal non è Buzz in sè, ma il modo in cui Google lo ha lanciato. Non mi riferisco al fatto che il servizio abbia un assetto funzionale tale da sembrare più un alpha version che una beta, non mi riferisco al fatto che – caso più unico che raro nella politica di lancio dei nuovi prodotti di Google – sia stato lanciato subito per tutta l’utenza, saltanto a piedi pari il consueto prelancio ad invito. Non mi riferisco a tutto ciò.

Qual’è quindi il nocciolo della questione? Il nocciolo della questione consiste nella possibilità di scelta. In quella che per l’azienda di Montain View pare più una prova generale di Grande Fratello che il lancio di un nuovo servizio, Buzz è entrato con la grazia di un elefante in una cristalleria nella delicatissima questione del diritto di scelta dei suoi utenti. Non è (in questo caso) in discussione la politica di gestione dei dati che – consapevolmente o meno – milioni di utenti cedono o concedono a Google ogni volta che scrivono una mail, usano le mappe, fanno una ricerca. Google è una azienda commerciale. Non è il caso di fare i finti ingenui. Non è il caso di cadere dal pero. Non è questo il punto.

Non vale la pena discutere del fatto che Google disponga di infinite informazioni su di noi. Non serve far finta di non sapere che le usi. Ma c’è una differenza sostanziale tra l’advertising contestuale di GMail (ad esempio) ed il fatto che Buzz abbia ricostruito (o tentato di ricostruire) il social network dei propri utenti a partire dagli indirizzi e-mail, collegando oltretutto Buzz al Profilo dell’utente. La differenza consiste nel fatto che nel primo caso l’uso delle informazioni attiene un rapporto privato tra l’utente e google. Nel secondo caso, invece, tale rapporto viene automaticamente “allargato” a tutti gli altri utenti. A tutti gli altri titolari di e-mail che hanno attivato Buzz.

Ora, è evidente che la manovra sia stata portata avanti con l’obiettivo di abbreviare i tempi di popolamento della “Buzzsfera”. Ma è altrettanto evidente che tale tentativo confligga fortemente con la privacy ed il diritto di scelta degli utenti che, abilitato Buzz, si son trovati – senza necessariamente (o esplicitamente) volerlo – letteralmente in piazza.

Sappiamo tutti che i social network stanno ridefinendo il significato ed il ruolo della privacy. Ma proprio per questo è quanto mai importante che gli operatori si muovano, in questo contesto, con i piedi di piombo. Non è questione di cosa sia legalmente fattibile o meno. È, una volta tanto, una questione che riguarda cosa sia eticamente fattibile o meno. Il fatto che le nostre informazioni siano sempre più spesso in piazza non implica automaticamente che l’utente non debba poter avere il diritto di decidere quando mettercele, o quali di esse distribuire. È questa l’essenza di uno dei diritti più importanti: il diritto di scelta. È questo il vero diritto che Google ha violato con Buzz. E se pure ciò non verrà discusso nell’aula di un tribunale, è indubbio che ponga un’ombra sul rapporto di fiducia tra Google ed i suoi utenti. Fiducia sulla quale Google regge il suo impero.

Se – come ha affermato Andrea qui - Buzz fosse targato Microsoft, sarebbe insorto il mondo. Ma don’t be Evil. Google è buona. E quindi ne parla solo una manciata di esperti. Per questo tutto sommato l’autogoal di Google è utile. Utile a ricordarci che ogni volta che cediamo un’informazione essa potrà essere usata. Forse bene, forse male. Non necessariamente con il nostro esplicito consenso. Non necessariamente nel nostro interesse.

Un’azienda come Google, che incide così fortemente sulla vita di ognuno di noi (Dania docet), ha una responsabilità enorme nei confronti dei suoi utenti. Della quale, questa volta, non è stata all’altezza.

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Il costo della Net Neutrality

23 gennaio 2010

Continua la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber dell”Espresso.  Questa volta ho pubblicato una breve riflessione sul tema della Net Neutrality, sulla quale – come di consueto – mi piacerebbe un vostro parere…

Net Neutrality, ossia il principio secondo il quale una rete come Internet non dovrebbe poter discriminare il traffico che veicola in funzione di ciò che è contenuto nei dati trasferiti.

Come dire che in rete tutti i dati sono uguali. Ma, un po’ come nella Fattoria degli animali di orwelliana memoria,  nella realtà esiste la possibilità che qualche dato sia “più uguale degli altri”. In altri termini, è possibile che i gestori di una rete privilegino alcuni dati rispetto ad altri, in base ad elementi come la tipologia o il destinatario. È contro questa possibilità che si scagliano in molti, ritenendo che essa rappresenti un rischio per Internet, preconizzando – qualora il principio della net neutrality venisse meno – una sorta di internet a due velocità: da una parte l’autostrada dei dati a pagamento, e dall’altra una sconnessa carraia nella quale finirebbe tutto il resto.
Rischio effettivo o esagerazione ideologica? Di solito la realtà è nel mezzo, ma è difficile dirlo. Ciò che è certo è che su questo punto si è combattuta una parte importante della campagna elettorale di Barack Obama, che – mantenendo le promesse elettorali – lo scorso settembre ha fatto si che l’FCC rilasciasse le linee guida per garantire il principio di neutralità nelle reti di telecomunicazione.

In un’epoca dominata da codici Hadopi ed altre mostruosità giuridiche che tentano di gestire in modo vecchio il fenomeno sostanzialmente nuovo che è la rete,  questa notizia appare come una boccata d’aria fresca in una giornata torrida.
Eppure dietro l’accettazione di una net neutrality “ideologica”, che toglie alle società di telecomunicazione qualsiasi possibilità di distinguere (ancor prima che discriminare) i dati veicolati dai cavi che gestiscono, si nasconde un rischio. Il rischio è che il peso del diritto alla Net Neutrality cada tutto sulle spalle dei cittadini. Non poter distinguere il traffico, infatti, potrebbe voler dire dover garantire a tutti gli utenti una rete in grado di veicolare servizi che soltanto alcuni sono disposti a pagare. Eh si, perché non discriminare vuol dire anche dover mettere tutti, ma proprio tutti, nelle condizioni di poter ricevere ciò che solo alcuni vorranno ricevere. E questo comporta una aumento generalizzato dei costi di connessione.

Se quando l’AT&T parla di una decuplicazione delle tariffe probabilmente tenta di fare un po’ di terrorismo, è comunque inevitabile pensare ad aumenti generalizzati con percentuali a due zeri. C’è da dire che ciò avvicinerebbe i costi della connettività statunitense a quelli affrontati in Europa per un servizio decisamente peggiore. Ma c’è anche da dire che difficilmente la cosa sarà accolta calorosamente dagli utenti statunitensi.

Molto dipenderà da quale sarà il valore che i cittadini americani attribuiranno ad un principio la cui applicazione avrà una ricaduta diretta – molto poco ideologica e molto più prosaica –  sul loro portafogli.

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Su Telethon Internet e la TV: ancora l’un contro l’altro armati?

12 dicembre 2009

internetVsTvHo appena ricevuto una mail dalla Redazione di 7thFloor (…l’ennesima), nella quale si invitano i lettori della mailing list a parlare della maratona web per la ricerca organizzata per Telethon da Andrea Genovese. Iniziativa encomiabile, ovviamente. Tuttavia non riesco a non vedere qualcosa di sottilmente  sbagliato nella strategia di comunicazione che è stata scelta per promuovere questa pur lodevole iniziativa.

Penso che l’espressione più chiara di tale sbaglio, di tale sostanziale errore di interpretazione del ruolo della Rete, sia riassumibile nell’immagine che campeggia nel blog dell’iniziativa, in cui si invitano i blogger e gli esperti di comunicazione on-line a prendervi parte.

Ancora una volta, il tono generale è quello della chiamata alle armi del “popolo della rete” contro la TV. L’un contro l’altro armati, i due media dovrebbero sfidarsi in una singolar tenzone volta a catturare l’attenzione degli utenti.

La TV da una parte, becera e bara. E dall’altra il Web, naturalmente duro e puro. Ma creare questa contrapposizione, alimentarla nell’immaginario collettivo, è il modo migliore possibile per rendere un pessimo servizio alla diffusione della rete ed al processo di integrazione crossmediale che stiamo vivendo. E’ il seme che genera gli articoli denigratori, allarmistici, pieni di diffidenza e di astio verso un modo di comunicare nuovo che, come tale, non può essere letto utilizzando schemi interpretativi tradizionali.

Per questo motivo mi sembra di grande maturità il commento di Marco Piazza, direttore della Comunicazione di Telethon a questo post di Andrea, del quale riporto uno stralcio:

Su una cosa, però, mantengo il mio punto di vista iniziale. Quando mettemmo in piedi la maratona web e tu mi dicesti che poteva essere un’occasione di rivincita di Internet nei confronti della tv. Non ero e non sono d’accordo. E non solo perché Telethon è nato, vissuto e cresciuto finora grazie e soltanto alla televisione. C’è anche qualcosa di più profondo che ha a che vedere con la nostra storia e le nostre radici. I nostri nonni erano la tv, i nostri genitori sono la tv. Poi ci sono i nostri figli, che sono Internet, e noi quarantenni che ci barcameniamo nel mezzo, cercando di rimanere al passo coi tempi.
Perché metterci gli uni contro gli altri? Possibile che in questo Paese si debba sempre essere “contro qualcuno” e mai “insieme”?

Mi chiedo: ma perchè internet deve prendersi una rivincita nei confronti della tv? Non è questo il modo di impostare una strategia di comunicazione (dalla quale questo approccio originario emerge evidente) perchè non è questo il problema. Internet non deve prendersi nessuna rivincita nei contronti di nessuno. Internet, semplicemente, sta ridisegnando il mondo dei media ed è il mondo dei media che – con tempi più o meno lunghi – subirà (e sta già subendo) un processo di rimediazione inevitabile.

Veder due mondi, e vederli in contrapposizione, non aiuta nè la rete a svilupparsi nè la TV ad evolversi.

Su un punto dell’affermazione di Marco Piazza non sono d’accordo:

I nostri nonni erano la tv, i nostri genitori sono la tv. Poi ci sono i nostri figli, che sono Internet, e noi quarantenni che ci barcameniamo nel mezzo, cercando di rimanere al passo coi tempi

No, in realtà siamo tutti nel mezzo. I genitori, che si avvicinano ad una TV che cambia con il Web e – sempre più spesso – direttamente al Web. I figli, che grazie al web vivono la TV in modo diverso, ma comunque continuano e continueranno a viverla. E noi, che in quanto “esperti” di comunicazione dovremmo essere gli artefici di questo cambiamento. Perchè in relatà non c’è un prima ed un dopo, ma un continuo durante, nel quale il mondo dei media cambia in continuazione, e noi con esso.

Andrea su Facebook si chiede:

Se candidiamo internet al premio nobel per la pace, possiamo anche bandire dalla nostra società la tv entro il 2020? Trattarla come un agente inquinante da sottoporre al vertice di Copenhagen? O è ancora un mezzo necessario e indispensabile per realtà come Telethon?

Il tono è quello della provocazione, ovviamente. Ma le risposte sono comunque d’obbligo. Perchè bandire la TV? Perchè dovrebbe essere un mezzo necessario solo a realtà come Telethon? Qualcuno un paio d’anni  fa ha affermato di esser stupefatto che ci sia ancora chi non capisce che, tra cinque anni, la gente riderà pensando alla televisione che era solita guardare. Ne son passati due, e le cose stanno già cambiando. La televisione non sparirà di sicuro. Certo, tra qualche anno potrebbe essere difficile riconoscerla da come è oggi.

Continua Andrea:

E se la Rai da vent’anni è il partner ufficiale della maratona per la ricerca, chi può essere il futuro partner di Telethon nel digitale?

Oltre alla televisione? La risposta è semplice: gli utenti.

PS: Piuttosto, io la mia donazione l’ho fatta… e voi?

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Sono ancora “nuovi” questi media?

10 dicembre 2009

L’amico Giorgio Gilbertini mi chiede di rispondere ad alcune domande per la rivista del Don Orione e mi invita a stare attento alle risposte visto che, in linea di massima, il pubblico dei lettori non è proprio vicino alle tecnologie, e quindi è opportuno avere un approccio comprensibile ai più… Ci sarò riuscito?

Che cosa si intende per new media? Quali sono i principali new media?

Prima di tutto mi preme sottolineare una cosa. Non mi piace troppo usare il termine “nuovi” media. Sono decenni, ormai, che si parla di “nuovi” media riferendosi a strumenti che sono entrati a pieno titolo nella vita di ognuno. Riferirsi sempre ai “nuovi” media li fa sentire lontani, astratti. Un po’ come se fossero realtà che, in fondo, non ci riguardano. E invece quelli ai quali ci si riferisce utilizzando il termine “nuovi media” sono strumenti ormai diffusi – moltissimo tra i giovani ma molto anche tra i meno giovani – e che stanno contribuendo in maniera fondamentale a cambiare il modo in cui le persone vivono le relazioni. Ed è proprio nel concetto di “relazione” la vera novità di questi media. Strumenti che non servono solo o prevalentemente per facilitare la diffusione di informazioni, ma sono in grado di supportare lo sviluppo di relazioni, consentendo a tutti, ma proprio a tutti, di perdere la passività tipica degli “spettatori” televisivi o dei “lettori” di giornali, per diventare “interattori” nel sempre più complesso contesto dell’informazione.

E’ da anni che si parla del fatto che la carta stampata debba scomparire ma per ora ha resistito ai cd rom e sembra anche ad internet. Con la diffusione dei new media finiranno i media tradizionali (radio tv giornali) o ne trarranno benefici? E come?

Il discorso, in realtà, è molto complesso. Già un paio d’anni fa un signore ebbe a dire: “Non so davvero se fra cinque anni si stamperà ancora il NY Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa”. Questo signore era Artur Sulzberg. L’editore del New York Times. Nessuno, oggi, è realmente in grado di sapere cosa sarà della carta stampata da qui a cinque o dieci anni. Ciò che è certo è che lo sviluppo e la diffusione di internet sta radicalmente mutando gli equilibri del mondo dell’informazione. Le grandi fusioni d’oltreoceano tra operatori della telefonia ed editori, la crisi della carta stampata, la convergenza di internet con la tv ci insegnano che tutto è in rapido movimento. Quindi il tema non è capire se i media “tradizionali” trarranno benefici o meno da questo nuovo scenario, quanto piuttosto quali media riusciranno ad adattarsi ad un processo che i tecnici chiamano “rimediazione” e quali, invece, soccomberanno. Insomma, si tratta di un processo evolutivo nel quale – proprio come in natura – gli attori più pronti al cambiamento saranno favoriti, e gli altri finiranno per scomparire. Ma la loro scomparsa sarà ampliamente compensata da nuovi attori – o dai vecchi attori che saranno stati in grado di cambiare più rapidamente – che sapranno offrire all’utenza un servizio migliore.

Come ha rivoluzionato, secondo lei, il mondo l’avvento di internet?

Internet è una grande opportunità. Una opportunità di conoscenza, di crescita, di sviluppo, di maturazione. È inevitabile che il suo sviluppo produca effetti significativi sulla società. Ed è altrettanto inevitabile, purtroppo, che i settori più conservatori della società vedano in internet una minaccia. E non a caso la rete viene spesso rappresentata come fonte di mille minacce, prima che di mille possibilità. L’equazione Internet uguale Male ha dominato la carta stampata negli ultimi anni. E ciò non credo abbia reso un buon servizio alla sua diffusione. Sicuramente non l’ha reso alla società. Internet cambia le cose. È indubbio. Esiste un prima ed un dopo. Come è esistito un prima ed un dopo con la ruota, il fuoco, il treno. Eppure non penso siano in molti quelli disposti a sostenere che la società era migliore senza ruota, senza fuoco, senza treno. E non posso non ricordare che nel 1800 alcuni ritenessero che il treno fosse il Demonio. Le reazioni della società ai cambiamenti, tutto sommato, sono sempre le stesse.

Si parla molto di social network. In cosa consiste il successo di Facebook?

Facebook ha avuto l’innegabile merito di aver avvicinato alla rete milioni di persone. Sono oltre 350 milioni gli utenti del social network creato da Zuckerberg (che è nato, mi piace ricordarlo, nel 1984). Per molti di essi Facebook “è” Internet. Ma il vero successo di Facebook è quello di aver portato le persone ad essere on-line con il proprio volto. Quello vero. In un certo qual modo, Facebook rappresenta il superamento di Second Life. Da un contesto in cui la rete serviva per costruirsi una “seconda vita” dietro la quale nascondersi si è passati ad una realtà in cui la propria vita viene condivisa on-line. Il digitale ed il materiale si sono finalmente fusi e sovrapposti in un unico contesto relazionale. Tutto ciò è positivo? È negativo? Tutto ciò è un fatto. Un fatto inevitabile. Un fatto che comporta conseguenze positive ed aspetti negativi. Personalmente ritengo che le prime superino abbondantemente i secondi.

La gente in metropolitana o sul pianerottolo è estranea ma chatta volentieri e per ore con sconosciuti in internet. Come si può spiegare tutto questo?

È vero, la gente spesso non conosce il proprio vicino di casa. Ma ciò non avviene perché usa il suo tempo per chattare. Le chat esistono da relativamente pochi anni, ma dei propri vicini si è dimenticato il nome da decenni. È l’era post-moderna ad aver mutato e rarefatto le relazioni, non certo Internet. E basta collegarsi a Facebook per rendersi conto che i social network non sono quell’ambiente di emarginati che a molti piace rappresentare. Molto più semplicemente, sono invece gli strumenti che i giovani (ma anche i meno giovani) usano per restare in contatto con i propri amici o con i propri contatti. Certo, on-line si conoscono anche sconosciuti. Ma ciò è necessariamente un male?
Il problema, ancora una volta, non sta nel fatto che internet aiuti a conoscere nuova gente. Sta nel fatto che a volte non ci si rende conto del fatto che internet è porta aperta. Mi permetta di chiarire con un esempio: lasciare un bambino in chat senza alcun controllo equivale a lasciarlo in mezzo ad una strada affollata, ove ci sarà tanta brava gente e qualche mascalzone. Mi chiedo solo per quale motivo molte mamme inorridirebbero alla sola idea di abbandonare il proprio figlio in mezzo ad una strada, ma trovano normale lasciarlo su internet senza alcun controllo. Se dovesse succedere qualcosa, la colpa sarebbe di internet?

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Detto in giro

Google Zeitgeist 2009

3 dicembre 2009

Meteo permettendo (lo controllo su yahoo), domani il tempo libero non lo passerò su Facebook e YouTube. Starò ben lontano anche da Netlog ed MSN (che tanto ormai non sono più giovane!). Cercherò su Wikipedia le regole dei giochi della mia infanzia, oppure chiamerò qualche amico per andare a passeggio a Roma

(no, non sono impazzito, è la Zeitgeist 2009)

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Considerazioni Sparse ,

Su Alessandro Mutolo, oculista di Roma…

22 novembre 2009

Vi capita mai di usare internet per cercare qualcuno? Vi capita mai di farlo per cercare informazioni su un medico? Per sapere come si comporta con i pazienti, o se è autore di pubblicazioni scientifiche? Ecco, se dovesse capitarvi di cercare qualcosa su Alessandro Mutolo, il blog della Signora Franca è un buon punto di partenza… Nella speranza che la rete usata come strumento per la diffusione delle informazioni insegni ai medici – una volta tanto – come comportarsi…

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Fuori dai denti ,

Brunetta, studia le licenze CC!!

18 novembre 2009

Leggo sulla pagina dedicata al Copyright del nuovo sito di Brunetta sulla riforma nella Pubblica Amministrazione:

I contenuti del sito – codice di script, grafica, testi, tabelle, immagini, suoni, e ogni altra informazione disponibile in qualunque forma – sono protetti ai sensi della normativa in tema di opere dell’ingegno.

Passi per la grafica, i testi, le tabelle, le immagini, i suoni ed ogni altra informazione disponibile in qualunque forma (per quanto proprio non mi sembra un bel segnale, in epoca di Creative Commons, se lanciato dal Ministro dell’Innovazione), ma proprio non mi spiego il riferimento al “codice di script“. Infatti, a giudicare dagli URL, il sito pare proprio fatto in Drupal e, come è noto, Drupal è rilasciato con licenza GPL.

Ora, passi per il fatto che – andando contro la licenza GPL – da nessuna parte mi sembra sia scritto che il CMS sia stato realizzato utilizzando Drupal, non è proprio il colmo il fatto che gli autori del sito specifichino che anche il codice è protetto dalla normativa in tema di opere dell’ingegno?

[Update delle 13.45]. Che gli autori del sito leggano i blog? Nella pagina in questione è apparsa la citazione a Drupal. Un segnale positivo!

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Tecnologie applicate alla Comunicazione d’Impresa: partiti!

17 novembre 2009

Ieri è iniziato il mio corso all’Università. Quest’anno il glorioso “Organizzazione e gestione della comunicazione interattiva” va in cantina dopo qualche replica, e lascia il posto a “Tecnologie applicate alla comunicazione d’impresa“. Il programma prevede qualche ampliamento e degli approfondimenti; un maggiore focus sui processi ed una minore attenzione alle tematiche organizzative, ma i temi non differiscono di molto da quanto proposto negli anni passati. Si parlerà di Social Networking, di TV Interattiva, di prospettive legate al mondo della mobilità. Avendo a disposizione qualche ora in più, questa volta riuscirò  a portare in cattedra alcuni amici, che sicuramente avranno molto da dire ai partecipanti (qualcuno è stato già invitato, se qualcuno vuole candidarsi su argomenti ancora “liberi” è il benvenuto…). Naturalmente, anche quest’anno il blog rimane lo strumento di contatto principale tra me e gli studenti. Per chi volesse curiosare nei contenuti del corso, l’indirizzo è questo:  http://tci09.wordpress.com. Ancora è quasi vuoto, ma si riempirà con le slide e le dispense che man mano io e gli studenti produrremo. Quanto ai libri di testo, la mia scelta è radicale. Solo testi suggeriti, e poi tutte dispense acquisite nell’ormai ricco mondo del Creative Common. Speriamo che l’Accademia non si arrabbi troppo…

Chi ci viene a trovare?

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