Il costo della Net Neutrality

23 gennaio 2010

Continua la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber dell”Espresso.  Questa volta ho pubblicato una breve riflessione sul tema della Net Neutrality, sulla quale – come di consueto – mi piacerebbe un vostro parere…

Net Neutrality, ossia il principio secondo il quale una rete come Internet non dovrebbe poter discriminare il traffico che veicola in funzione di ciò che è contenuto nei dati trasferiti.

Come dire che in rete tutti i dati sono uguali. Ma, un po’ come nella Fattoria degli animali di orwelliana memoria,  nella realtà esiste la possibilità che qualche dato sia “più uguale degli altri”. In altri termini, è possibile che i gestori di una rete privilegino alcuni dati rispetto ad altri, in base ad elementi come la tipologia o il destinatario. È contro questa possibilità che si scagliano in molti, ritenendo che essa rappresenti un rischio per Internet, preconizzando – qualora il principio della net neutrality venisse meno – una sorta di internet a due velocità: da una parte l’autostrada dei dati a pagamento, e dall’altra una sconnessa carraia nella quale finirebbe tutto il resto.
Rischio effettivo o esagerazione ideologica? Di solito la realtà è nel mezzo, ma è difficile dirlo. Ciò che è certo è che su questo punto si è combattuta una parte importante della campagna elettorale di Barack Obama, che – mantenendo le promesse elettorali – lo scorso settembre ha fatto si che l’FCC rilasciasse le linee guida per garantire il principio di neutralità nelle reti di telecomunicazione.

In un’epoca dominata da codici Hadopi ed altre mostruosità giuridiche che tentano di gestire in modo vecchio il fenomeno sostanzialmente nuovo che è la rete,  questa notizia appare come una boccata d’aria fresca in una giornata torrida.
Eppure dietro l’accettazione di una net neutrality “ideologica”, che toglie alle società di telecomunicazione qualsiasi possibilità di distinguere (ancor prima che discriminare) i dati veicolati dai cavi che gestiscono, si nasconde un rischio. Il rischio è che il peso del diritto alla Net Neutrality cada tutto sulle spalle dei cittadini. Non poter distinguere il traffico, infatti, potrebbe voler dire dover garantire a tutti gli utenti una rete in grado di veicolare servizi che soltanto alcuni sono disposti a pagare. Eh si, perché non discriminare vuol dire anche dover mettere tutti, ma proprio tutti, nelle condizioni di poter ricevere ciò che solo alcuni vorranno ricevere. E questo comporta una aumento generalizzato dei costi di connessione.

Se quando l’AT&T parla di una decuplicazione delle tariffe probabilmente tenta di fare un po’ di terrorismo, è comunque inevitabile pensare ad aumenti generalizzati con percentuali a due zeri. C’è da dire che ciò avvicinerebbe i costi della connettività statunitense a quelli affrontati in Europa per un servizio decisamente peggiore. Ma c’è anche da dire che difficilmente la cosa sarà accolta calorosamente dagli utenti statunitensi.

Molto dipenderà da quale sarà il valore che i cittadini americani attribuiranno ad un principio la cui applicazione avrà una ricaduta diretta – molto poco ideologica e molto più prosaica –  sul loro portafogli.

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Su Telethon Internet e la TV: ancora l’un contro l’altro armati?

12 dicembre 2009

internetVsTvHo appena ricevuto una mail dalla Redazione di 7thFloor (…l’ennesima), nella quale si invitano i lettori della mailing list a parlare della maratona web per la ricerca organizzata per Telethon da Andrea Genovese. Iniziativa encomiabile, ovviamente. Tuttavia non riesco a non vedere qualcosa di sottilmente  sbagliato nella strategia di comunicazione che è stata scelta per promuovere questa pur lodevole iniziativa.

Penso che l’espressione più chiara di tale sbaglio, di tale sostanziale errore di interpretazione del ruolo della Rete, sia riassumibile nell’immagine che campeggia nel blog dell’iniziativa, in cui si invitano i blogger e gli esperti di comunicazione on-line a prendervi parte.

Ancora una volta, il tono generale è quello della chiamata alle armi del “popolo della rete” contro la TV. L’un contro l’altro armati, i due media dovrebbero sfidarsi in una singolar tenzone volta a catturare l’attenzione degli utenti.

La TV da una parte, becera e bara. E dall’altra il Web, naturalmente duro e puro. Ma creare questa contrapposizione, alimentarla nell’immaginario collettivo, è il modo migliore possibile per rendere un pessimo servizio alla diffusione della rete ed al processo di integrazione crossmediale che stiamo vivendo. E’ il seme che genera gli articoli denigratori, allarmistici, pieni di diffidenza e di astio verso un modo di comunicare nuovo che, come tale, non può essere letto utilizzando schemi interpretativi tradizionali.

Per questo motivo mi sembra di grande maturità il commento di Marco Piazza, direttore della Comunicazione di Telethon a questo post di Andrea, del quale riporto uno stralcio:

Su una cosa, però, mantengo il mio punto di vista iniziale. Quando mettemmo in piedi la maratona web e tu mi dicesti che poteva essere un’occasione di rivincita di Internet nei confronti della tv. Non ero e non sono d’accordo. E non solo perché Telethon è nato, vissuto e cresciuto finora grazie e soltanto alla televisione. C’è anche qualcosa di più profondo che ha a che vedere con la nostra storia e le nostre radici. I nostri nonni erano la tv, i nostri genitori sono la tv. Poi ci sono i nostri figli, che sono Internet, e noi quarantenni che ci barcameniamo nel mezzo, cercando di rimanere al passo coi tempi.
Perché metterci gli uni contro gli altri? Possibile che in questo Paese si debba sempre essere “contro qualcuno” e mai “insieme”?

Mi chiedo: ma perchè internet deve prendersi una rivincita nei confronti della tv? Non è questo il modo di impostare una strategia di comunicazione (dalla quale questo approccio originario emerge evidente) perchè non è questo il problema. Internet non deve prendersi nessuna rivincita nei contronti di nessuno. Internet, semplicemente, sta ridisegnando il mondo dei media ed è il mondo dei media che – con tempi più o meno lunghi – subirà (e sta già subendo) un processo di rimediazione inevitabile.

Veder due mondi, e vederli in contrapposizione, non aiuta nè la rete a svilupparsi nè la TV ad evolversi.

Su un punto dell’affermazione di Marco Piazza non sono d’accordo:

I nostri nonni erano la tv, i nostri genitori sono la tv. Poi ci sono i nostri figli, che sono Internet, e noi quarantenni che ci barcameniamo nel mezzo, cercando di rimanere al passo coi tempi

No, in realtà siamo tutti nel mezzo. I genitori, che si avvicinano ad una TV che cambia con il Web e – sempre più spesso – direttamente al Web. I figli, che grazie al web vivono la TV in modo diverso, ma comunque continuano e continueranno a viverla. E noi, che in quanto “esperti” di comunicazione dovremmo essere gli artefici di questo cambiamento. Perchè in relatà non c’è un prima ed un dopo, ma un continuo durante, nel quale il mondo dei media cambia in continuazione, e noi con esso.

Andrea su Facebook si chiede:

Se candidiamo internet al premio nobel per la pace, possiamo anche bandire dalla nostra società la tv entro il 2020? Trattarla come un agente inquinante da sottoporre al vertice di Copenhagen? O è ancora un mezzo necessario e indispensabile per realtà come Telethon?

Il tono è quello della provocazione, ovviamente. Ma le risposte sono comunque d’obbligo. Perchè bandire la TV? Perchè dovrebbe essere un mezzo necessario solo a realtà come Telethon? Qualcuno un paio d’anni  fa ha affermato di esser stupefatto che ci sia ancora chi non capisce che, tra cinque anni, la gente riderà pensando alla televisione che era solita guardare. Ne son passati due, e le cose stanno già cambiando. La televisione non sparirà di sicuro. Certo, tra qualche anno potrebbe essere difficile riconoscerla da come è oggi.

Continua Andrea:

E se la Rai da vent’anni è il partner ufficiale della maratona per la ricerca, chi può essere il futuro partner di Telethon nel digitale?

Oltre alla televisione? La risposta è semplice: gli utenti.

PS: Piuttosto, io la mia donazione l’ho fatta… e voi?

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Sono ancora “nuovi” questi media?

10 dicembre 2009

L’amico Giorgio Gilbertini mi chiede di rispondere ad alcune domande per la rivista del Don Orione e mi invita a stare attento alle risposte visto che, in linea di massima, il pubblico dei lettori non è proprio vicino alle tecnologie, e quindi è opportuno avere un approccio comprensibile ai più… Ci sarò riuscito?

Che cosa si intende per new media? Quali sono i principali new media?

Prima di tutto mi preme sottolineare una cosa. Non mi piace troppo usare il termine “nuovi” media. Sono decenni, ormai, che si parla di “nuovi” media riferendosi a strumenti che sono entrati a pieno titolo nella vita di ognuno. Riferirsi sempre ai “nuovi” media li fa sentire lontani, astratti. Un po’ come se fossero realtà che, in fondo, non ci riguardano. E invece quelli ai quali ci si riferisce utilizzando il termine “nuovi media” sono strumenti ormai diffusi – moltissimo tra i giovani ma molto anche tra i meno giovani – e che stanno contribuendo in maniera fondamentale a cambiare il modo in cui le persone vivono le relazioni. Ed è proprio nel concetto di “relazione” la vera novità di questi media. Strumenti che non servono solo o prevalentemente per facilitare la diffusione di informazioni, ma sono in grado di supportare lo sviluppo di relazioni, consentendo a tutti, ma proprio a tutti, di perdere la passività tipica degli “spettatori” televisivi o dei “lettori” di giornali, per diventare “interattori” nel sempre più complesso contesto dell’informazione.

E’ da anni che si parla del fatto che la carta stampata debba scomparire ma per ora ha resistito ai cd rom e sembra anche ad internet. Con la diffusione dei new media finiranno i media tradizionali (radio tv giornali) o ne trarranno benefici? E come?

Il discorso, in realtà, è molto complesso. Già un paio d’anni fa un signore ebbe a dire: “Non so davvero se fra cinque anni si stamperà ancora il NY Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa”. Questo signore era Artur Sulzberg. L’editore del New York Times. Nessuno, oggi, è realmente in grado di sapere cosa sarà della carta stampata da qui a cinque o dieci anni. Ciò che è certo è che lo sviluppo e la diffusione di internet sta radicalmente mutando gli equilibri del mondo dell’informazione. Le grandi fusioni d’oltreoceano tra operatori della telefonia ed editori, la crisi della carta stampata, la convergenza di internet con la tv ci insegnano che tutto è in rapido movimento. Quindi il tema non è capire se i media “tradizionali” trarranno benefici o meno da questo nuovo scenario, quanto piuttosto quali media riusciranno ad adattarsi ad un processo che i tecnici chiamano “rimediazione” e quali, invece, soccomberanno. Insomma, si tratta di un processo evolutivo nel quale – proprio come in natura – gli attori più pronti al cambiamento saranno favoriti, e gli altri finiranno per scomparire. Ma la loro scomparsa sarà ampliamente compensata da nuovi attori – o dai vecchi attori che saranno stati in grado di cambiare più rapidamente – che sapranno offrire all’utenza un servizio migliore.

Come ha rivoluzionato, secondo lei, il mondo l’avvento di internet?

Internet è una grande opportunità. Una opportunità di conoscenza, di crescita, di sviluppo, di maturazione. È inevitabile che il suo sviluppo produca effetti significativi sulla società. Ed è altrettanto inevitabile, purtroppo, che i settori più conservatori della società vedano in internet una minaccia. E non a caso la rete viene spesso rappresentata come fonte di mille minacce, prima che di mille possibilità. L’equazione Internet uguale Male ha dominato la carta stampata negli ultimi anni. E ciò non credo abbia reso un buon servizio alla sua diffusione. Sicuramente non l’ha reso alla società. Internet cambia le cose. È indubbio. Esiste un prima ed un dopo. Come è esistito un prima ed un dopo con la ruota, il fuoco, il treno. Eppure non penso siano in molti quelli disposti a sostenere che la società era migliore senza ruota, senza fuoco, senza treno. E non posso non ricordare che nel 1800 alcuni ritenessero che il treno fosse il Demonio. Le reazioni della società ai cambiamenti, tutto sommato, sono sempre le stesse.

Si parla molto di social network. In cosa consiste il successo di Facebook?

Facebook ha avuto l’innegabile merito di aver avvicinato alla rete milioni di persone. Sono oltre 350 milioni gli utenti del social network creato da Zuckerberg (che è nato, mi piace ricordarlo, nel 1984). Per molti di essi Facebook “è” Internet. Ma il vero successo di Facebook è quello di aver portato le persone ad essere on-line con il proprio volto. Quello vero. In un certo qual modo, Facebook rappresenta il superamento di Second Life. Da un contesto in cui la rete serviva per costruirsi una “seconda vita” dietro la quale nascondersi si è passati ad una realtà in cui la propria vita viene condivisa on-line. Il digitale ed il materiale si sono finalmente fusi e sovrapposti in un unico contesto relazionale. Tutto ciò è positivo? È negativo? Tutto ciò è un fatto. Un fatto inevitabile. Un fatto che comporta conseguenze positive ed aspetti negativi. Personalmente ritengo che le prime superino abbondantemente i secondi.

La gente in metropolitana o sul pianerottolo è estranea ma chatta volentieri e per ore con sconosciuti in internet. Come si può spiegare tutto questo?

È vero, la gente spesso non conosce il proprio vicino di casa. Ma ciò non avviene perché usa il suo tempo per chattare. Le chat esistono da relativamente pochi anni, ma dei propri vicini si è dimenticato il nome da decenni. È l’era post-moderna ad aver mutato e rarefatto le relazioni, non certo Internet. E basta collegarsi a Facebook per rendersi conto che i social network non sono quell’ambiente di emarginati che a molti piace rappresentare. Molto più semplicemente, sono invece gli strumenti che i giovani (ma anche i meno giovani) usano per restare in contatto con i propri amici o con i propri contatti. Certo, on-line si conoscono anche sconosciuti. Ma ciò è necessariamente un male?
Il problema, ancora una volta, non sta nel fatto che internet aiuti a conoscere nuova gente. Sta nel fatto che a volte non ci si rende conto del fatto che internet è porta aperta. Mi permetta di chiarire con un esempio: lasciare un bambino in chat senza alcun controllo equivale a lasciarlo in mezzo ad una strada affollata, ove ci sarà tanta brava gente e qualche mascalzone. Mi chiedo solo per quale motivo molte mamme inorridirebbero alla sola idea di abbandonare il proprio figlio in mezzo ad una strada, ma trovano normale lasciarlo su internet senza alcun controllo. Se dovesse succedere qualcosa, la colpa sarebbe di internet?

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Detto in giro

Google Zeitgeist 2009

3 dicembre 2009

Meteo permettendo (lo controllo su yahoo), domani il tempo libero non lo passerò su Facebook e YouTube. Starò ben lontano anche da Netlog ed MSN (che tanto ormai non sono più giovane!). Cercherò su Wikipedia le regole dei giochi della mia infanzia, oppure chiamerò qualche amico per andare a passeggio a Roma

(no, non sono impazzito, è la Zeitgeist 2009)

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Considerazioni Sparse ,

Su Alessandro Mutolo, oculista di Roma…

22 novembre 2009

Vi capita mai di usare internet per cercare qualcuno? Vi capita mai di farlo per cercare informazioni su un medico? Per sapere come si comporta con i pazienti, o se è autore di pubblicazioni scientifiche? Ecco, se dovesse capitarvi di cercare qualcosa su Alessandro Mutolo, il blog della Signora Franca è un buon punto di partenza… Nella speranza che la rete usata come strumento per la diffusione delle informazioni insegni ai medici – una volta tanto – come comportarsi…

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Fuori dai denti ,

Brunetta, studia le licenze CC!!

18 novembre 2009

Leggo sulla pagina dedicata al Copyright del nuovo sito di Brunetta sulla riforma nella Pubblica Amministrazione:

I contenuti del sito – codice di script, grafica, testi, tabelle, immagini, suoni, e ogni altra informazione disponibile in qualunque forma – sono protetti ai sensi della normativa in tema di opere dell’ingegno.

Passi per la grafica, i testi, le tabelle, le immagini, i suoni ed ogni altra informazione disponibile in qualunque forma (per quanto proprio non mi sembra un bel segnale, in epoca di Creative Commons, se lanciato dal Ministro dell’Innovazione), ma proprio non mi spiego il riferimento al “codice di script“. Infatti, a giudicare dagli URL, il sito pare proprio fatto in Drupal e, come è noto, Drupal è rilasciato con licenza GPL.

Ora, passi per il fatto che – andando contro la licenza GPL – da nessuna parte mi sembra sia scritto che il CMS sia stato realizzato utilizzando Drupal, non è proprio il colmo il fatto che gli autori del sito specifichino che anche il codice è protetto dalla normativa in tema di opere dell’ingegno?

[Update delle 13.45]. Che gli autori del sito leggano i blog? Nella pagina in questione è apparsa la citazione a Drupal. Un segnale positivo!

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Tecnologie applicate alla Comunicazione d’Impresa: partiti!

17 novembre 2009

Ieri è iniziato il mio corso all’Università. Quest’anno il glorioso “Organizzazione e gestione della comunicazione interattiva” va in cantina dopo qualche replica, e lascia il posto a “Tecnologie applicate alla comunicazione d’impresa“. Il programma prevede qualche ampliamento e degli approfondimenti; un maggiore focus sui processi ed una minore attenzione alle tematiche organizzative, ma i temi non differiscono di molto da quanto proposto negli anni passati. Si parlerà di Social Networking, di TV Interattiva, di prospettive legate al mondo della mobilità. Avendo a disposizione qualche ora in più, questa volta riuscirò  a portare in cattedra alcuni amici, che sicuramente avranno molto da dire ai partecipanti (qualcuno è stato già invitato, se qualcuno vuole candidarsi su argomenti ancora “liberi” è il benvenuto…). Naturalmente, anche quest’anno il blog rimane lo strumento di contatto principale tra me e gli studenti. Per chi volesse curiosare nei contenuti del corso, l’indirizzo è questo:  http://tci09.wordpress.com. Ancora è quasi vuoto, ma si riempirà con le slide e le dispense che man mano io e gli studenti produrremo. Quanto ai libri di testo, la mia scelta è radicale. Solo testi suggeriti, e poi tutte dispense acquisite nell’ormai ricco mondo del Creative Common. Speriamo che l’Accademia non si arrabbi troppo…

Chi ci viene a trovare?

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Cronache Universitarie , ,

Su Non Solo Cyber, due parole su SideWiki

12 novembre 2009

Su L’Espresso della scorsa settimana, nella rubrica Non Solo Cyber, ho parlato di SideWiki. Come di consueto, pubblico l’articolo qui di seguito, per le vostre considerazioni. Buona lettura!

Una lavagna affissa di fianco all’ingresso principale di un’azienda. Una lavagna ove chiunque sia dotato del giusto gessetto può scrivere, ma dalla quale soltanto il suo padrone può cancellare ciò che viene scritto. E il padrone di questa lavagna è anche il titolare di una rete di lavagne che possono essere affisse potenzialmente affianco all’ingresso di qualsiasi azienda, università, organizzazione, casa privata. E delle quali tutti gli utenti della rete possono leggere i contenuti, indossando gli occhiali giusti.
Questo è – in sintesi – SideWiki, uno degli ultimi nati di casa Google. Fuor di metafora un sistema che consente, con la semplice installazione di un programma gratuito, di scrivere e leggere ciò che scrivono gli altri utenti in un’area di testo che viene visualizzata nello schermo del browser di fianco ad una qualsiasi pagina web.
Di per sé l’idea non è del tutto nuova – altre aziende in passato avevano sviluppato applicazioni simili. Ma non è la prima volta che BigG recepisce una buona idea facendola sua. Ciò che lascia ritenere che SideWiki sia destinato ad avere una grande diffusione sul Web è il fatto che per utilizzarlo sia sufficiente aggiornare la ToolBar di Google,  presente già nei browser di milioni di utenti.
Difficile immaginare il reale impatto di uno strumento simile. Clienti insoddisfatti che parlano dei prodotti di un’azienda proprio sull’home page dell’azienda stessa, lettori dei giornali che commentano gli articoli senza alcun controllo possibile da parte degli editori, studenti infuriati che descrivono le loro disavventure sul sito internet dell’università, o direttamente  sulle pagine del blog del docente di turno. Ma anche realtà che sfruttano quello che rischia di diventare un canale per una nuova forma di spam, con aziende che promuovono i loro prodotti direttamente dalle pagine dei siti della concorrenza. O cittadini che esprimono le proprie opinioni direttamente sui siti della pubblica amministrazione o dei personaggi politici senza che questi possano effettuare alcun tipo di censura (altro che faccine…). E solo Google in grado di agire su questa immensa mole di contenuti. Ancora più difficile prevedere come si comporteranno le aziende e le organizzazioni pubbliche e private, quanto impiegheranno a rendersi conto di quello che sta succedendo, il numero di cause legali che questo sistema  genererà.
SikeWiki aggiunge uno “strato” interattivo al web indipendente dalla volontà dei titolari di un sito internet. Una grande possibilità per gli utenti, ma anche un nuovo livello di responsabilità per gli attori coinvolti.

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Banda larga? Se ne può fare a meno…

6 novembre 2009

E ti pareva. Ogni Santo finisce in Gloria, si diceva una volta. E non c’è molto da dire, oggi, riguardo alle dichiarazioni di Letta sul congelamento dei fondi per la Banda Larga. 800 milioni di Euro che “forse conviene usare per altro“, ma che se proprio non serviranno a null’altro allora rimarranno lì, per essere spesi più avanti. Quando potremo permettercelo.

Cambiano i Governi, si avvicendano i colori che li contraddistinguono. Ma una cosa, in Italia, non cambia mai. La concezione ottusa, irriguardosa della realtà, assolutamente ed impietosamente miope del ruolo della Rete nello sviluppo della Società. Una Rete che è concepita come un costo, come qualcosa che può aspettare. Come qualcosa della quale, in fondo in fondo, si può fare a meno. Non è l’ulteriore ritardo che questo rinvio genererà andando ad aggravare una situazione già grave, a preoccupare. Ma la consapevolezza del fatto che manchi completamente, nei nostri governanti, la visione di una Rete  come oppotunità, come investimento, come un elemento sul quale puntare per garantire la competitività e lo sviluppo.

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Siamo drogati, ma non lo sappiamo?

2 novembre 2009

Oggi, leggendo il Sole24Ore, ho appreso che dei miei circa 600 contatti su FaceBook quasi 150 sono malati, e magari non lo sanno.

No, non penso all’H1N1, ma mi riferisco alle dichiarazioni di Federico Tonioni, il coordinatore dell’Ambulatorio del Policlinico Gemelli dedicato all’Internet Addiction Disorder che ha avviato oggi la sua attività. E per inaugurarla, secondo il consueto costume italico, si fa pubblicità con un articolo nell’usuale stile terroristico adottato dalla peggior stampa italiana quando si parla di Internet.  Nel virgolettato dell’articolo Tonioni afferma:

Almeno due iscritti a Facebok su 10 ne sono dipendenti mentre, secondo i dati di uno studio dell’università di Perugia, su 10 persone quattro possono sviluppare abusi o dipendenza da internet, la maggior parte delle volte inconsapevolmente. Si potrebbe dire che questo tipo di patologie di dipendenza da internet si stia diffondendo a livello epidemico

E quindi, se la matematica non è un’opinione, ho 150 amici malati (anzi, almeno 150 amici malati). Tanto per esprimere meglio il dato: di oltre dieci milioni di utenti FaceBook in Italia, ben due milioni sarebbero i malati. Altro che H1N1!

Il vero problema è che l’IAD è una cosa seria, della quale si parla da quasi 15 anni e sulla quale sono stati scritti articoli scientifici di tutto rispetto. Ma tra parlarne seriamente nell’ottica della divulgazione scientifica e scegliere la facile soluzione dello scoop giornalistico, pare proprio che lo psichiatra abbia adottato la strada più semplice. E lo fa nel modo peggiore: parlando di epidemie, di piaghe sociali, di ossessioni. Insomma, di tutto il catalogo da mettere in gioco quando si vuole (s)parlare di  Internet per avere la certezza di essere ascoltati (tanto che spunta fuori, come al solito, anche la pornografia ed il gioco d’azzardo).

Ora, le considerazioni da fare sarebbero diverse, ma mi limito a ad alcune osservazioni a caldo:

  • Ancora una volta, si è scelto di parlare di internet in modo allarmistico, non rendendo un buon servizio al lettore, e men che meno allo sviluppo della rete;
  • La scelta di un approccio allarmistico su un tema delicato come quello della dipendenza da Internet è doppiamente controproducente, perchè da una parte terrorizza chi non sa, dall’altra genera l’indignazione di chi sa;

Infine, un’ultima considerazione: ho l’impressione che a volte chi dovrebbe occuparsi di un fenomeno ne parli senza conoscerlo realmente. Come si fa a dire che un utente su cinque è malato? O che due su cinque possono esserlo? Quali sono i parametri? Quali le metriche? Non sarà che la società cambia, e chi dovrebbe leggerla, interpretarne il cambiamento, comprenderne le dinamiche non se ne accorge e classifica una parte di questo cambiamento come una malattia?

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