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Archivio per novembre 2006

Il mio nuovo libro: Decidere l’Innovazione!

15 novembre 2006

copertina_Decidereinnovazione.gifE’ (finalmente) in libreria il mio nuovo libro: Decidere l’Innovazione.
Scritto a “otto” (!!!) mani con Kurt Hilgenberg, Edoardo Sabbadin e Joachim Warshat, affonta il tema delle scelte connesse alla decisione di innovare.


Io, in particolare, mi sono occupato della parte dedicata alla “misurazione” dell’innovazione. Ha senso misurare l’innovazione? La si può misurare? C’è chi la misura? ..e così via…


Personalmente, ritengo che la tendenza attuale sia quella di misurare l’innovazione “al chilo”, un po’ come si fa con le melanzane. Così fa l’unione europea, così fanno gli istituti di ricerca (o perlomeno molti di loro).


In realtà non è così lineare “misurare” il livello di innovazione di un paese, di un sistema o di un’azienda, e le variabili in gioco non sono tutte ascrivibili a dati presenti in bilancio…


Ma soprattutto, quando si parla di innovazione non sempre si intende la stessa cosa!
L’OCSE, con fare forse eccessivamente tranchant, risponde definendo l’innovazione come la capacità di gestire le conoscenze al fine di gevantaggi competitivi attraverso la produzione di nuovi beni, processi e sistemi organizzativi. E così risolve il problema. Non è così banale distinguere cosa è innovazione e cosa non lo è.

Provo a chiarire con un esempio: uno dei parametri universalmente adottati per misurare il livello di innovazione di una organizzazione è rappresentato dal numero di brevetti che essa registra. Ma chi definisce la validità a fini realmente “innovativi” di tali brevetti? Il velcro non ha la stessa valenza degli occhiali con il tergicristallo, eppure sono entrambe due invenzioni “innovative” protette da brevetto. La prima ha rivoluzionato alcuni comparti industriali, la seconda ha fatto il giro delle fiere degli inventori eccentrici. Ovviamente ci troviamo di fronte ad un esempio estremo, ma che serve a ricordarci che, anche quando si parla di innovazione, la storia la scrive chi la vince.


Una invenzione è sempre un’invenzione. Una innovazione, per essere tale, deve avere successo?
In altri termini, è da considerare come realmente innovativo soltanto ciò che produce un impatto concreto e positivo in termini economici? Ciò comporta un approccio analitico ben più complesso di quello di tipo semplicemente “ragionieristico”, che porta a definire più innovativo un paese soltanto perché vi si registrano più brevetti. Quali sono le evenienze successive alla registrazione del brevetto che fanno di una novità una vera innovazione? È questo, probabilmente, l’ambito di analisi più importante da esplorare. Ma è un ambito di analisi che contempla l’esigenza di prendere in considerazione l’elemento del “dopo”.

Alcune innovazioni non danno risultati immediatamente tangibili, ed i loro impatti si possono misurare solo a posteriori. Quanto è rilevante una innovazione tecnologica? Quanto, una data tecnologia, fornirà una spinta allo sviluppo di un settore? Quanto saranno rilevanti i vantaggi per l’azienda che la ha promossa?


..bhè… mi fermo qui (per il momento!)…


Se avete modo di leggere il libro, fatemi sapere cosa ne pensate!


Detto in giro ,

…e poi non parlatemi di Innovazione nella Pubblica Amministrazione…

13 novembre 2006

A volte, nella mia vita professionale, capitano delle cose che riescono a lasciarmi ancora basito ed interdetto…


Sto lavorando per conto di un ente della Presidenza del Consiglio ad una rilevazione di dati da effettuare in pubbliche amministrazioni locali e centrali. Lo scopo della rilevazione è quello di definire il livello di penetrazione di alcune metodologie operative e, per effettuare la rilevazione, è stato usato un banale questionario on-line.


Dando uno sguardo ai primi risultati, ho notato che su un paio di centinaia di questionari compilati, ricorreva per circa un centinaio di volte (traduco: il 50% dei casi), nell’indirizzo e-mail al quale spedire la password per l’attivazione dell’acconto, l’e-mail del nostro operatore dell’help desk.


Risposta alla mia domanda di chiarimenti da parte del volenteroso operatore: “Nei casi in cui ho inserito la mia password sono stato io, su richiesta dell’ente X, a compilare il questionario, con il funzionario dell’ente al telefono, oppure a partire da una copia del questionario inviata per FAX o per e-Mail“.


In sostanza, i solerti funzionari non erano in grado (o non avevano voglia) di compilare un questionario on-line, ed hanno ripiegato sulla “compilazione telefonica” o sull’invio di un FAX.


Mi chiedo se il nostro “illuminato” Ministro, quando parla di Innovazione nella Pubblica Amministrazione, (con tutte le iniziali maiuscole) sappia a che realtà si riferisce…


.s.e.


PS: Per concludere in bellezza, leggete anche questo post


Considerazioni Sparse ,

Italia e Media: siamo pronti all’innovazione?

7 novembre 2006

Mario Tedeschini Lalli, nel suo blog Giornalismo D’altri, ci racconta come negli Stati Uniti molti quotidiani stiano letteralmente rivoluzionando le redazioni ed i processi operativi che esse sottendono. Parla – ed a ragione – di una vera e propria “rivoluzione”, che ha portato (ad esempio) un’azienda del calibro della Garnet (USAToday, tanto per fare un nome) ad operare in base ad un concetto di “audience aggregation” e di “information center”. In sostanza, nel modello organizzativo proposto da Craig Dubow (DG di Garnet) non esistono più le “redazioni di canale” (economia, sport, ecc…) dedicate a medium specifici, ma dei nuclei di elaborazione dell’informazione, che operano contestualmente per i diversi media (cartaceo, internet, pda, ecc…) in un’ottica completamente cross channel.


Un’ottima descrizione dei motivi che hanno spinto alla scelta di tale modello è riportata nel sito di PointerOnLine: “The Information Center works by focusing on gathering news and information in multiple media for rapid digital dissemination rather than solely building a newspaper every day. The key is redeploying our resources to gather, process and publish news and information on a multitude of platforms focused on community needs and involvement“.


Un’innovazione radicale non soltanto nel modo di realizzare un giornale, ma anche nel modo di concepirlo, rispetto al ruolo del lettore e di ciò che da esso il lettore può e deve pretendere. Un approccio che vede la realtà editoriale divenire un punto di riferimento che va al di là della dimensione “quotidiana” del giornale, ma che diviene uno strumento pensato per seguire ed assistere quello che non è più un semplice “lettore”, ma si trasforma in “utente” di un servizio di information delivery. Servizio concepito per seguire l’utente nel corso della sua giornata. Senz’altro la mattina in edicola, ma anche e soprattutto durante il giorno, utilizzando i diversi strumenti che contribuiscono a costituire quello che potremmo definire l’ecosistema mediale dell’utente.


Ma tutto ciò, che impatto potrebbe avere nel nostro paese?
Quello che ho qui definito “Ecosistema Mediale” dalle nostre parti preferiamo chiamarlo “dieta mediale”, e come spiega Massimo Mantellini su Punto Informatico, ce ne parla il sesto Rapporto Censis sulla comunicazione. Una dieta abbastanza povera di sostanza nutritiva. Infatti secondo il Censis, che esprime il concetto in maniera più edulcorata della mia, più che di dieta mediale in Italia dovremmo parlare di vera e propria anoressia mediale, viste le tristi condizioni dei lettori nostrani.


Al di là della infima attitudine alla lettura di giornali, infatti, l’Italia spicca agli ultimi posti anche in termini di varietà di strumenti attraverso i quali il lettore si “nutre” di informazioni. Tanto per dare una idea: in Italia coloro i quali usano un solo mezzo di informazione sono il 10% della popolazione, contro il 2% dell’Inghilterra ed il 4% della Germania.


In questo contesto, nel nostro paese viene difficile pensare all’attuabilità di un approccio come quello che stanno seguendo alcune tra le più importanti testate giornalistiche statunitensi o anglosassoni, come il New York Times o il Daily Telegraph. Ma viene anche difficile pensare ad un’Italia che – anche soltanto rispetto alle modalità di accesso e fuizione del sistema dei media – riesca a stare al passo con gli altri paesi industrializzati.


Mentre in altri contesti si discute delle opportunità offerte da nuovi modelli organizzativi dei sistemi editoriali e di come stia cambiando il sistema dei media, dalle nostre parti l’attenzione è concentrata sulle liti tra Sgarbi e la Mussolini.


L’innovazione non ha esattamente terreno fertile, in queste condizioni…


Considerazioni Sparse ,

Ancora sulle aziende e la scelta delle tecnologie…

4 novembre 2006

Eh si… il tema mi sta a cuore.


Quindi, dopo il post ispirato da Delle Fragili Cose (il quale è tornato tranquillamente a parlare di argomenti a lui cari, e per sua fortuna allegramente lontani dalle tecnologie), io sono ancora qui a rimuginare delle questioni che riguardano la scelta tecnologica… e penso ai “Grandi” dell’IT, ed a quello che hanno detto in passato…



Nicholas Negroponte, uno dei più noti Guru che il mondo dell’Information & Communication Technology conosca, ben oltre vent’anni fa ebbe a dire che nel 2000 avremmo tutti lavorato in uffici senza carta. Bill Gates circa quindici anni fa affermò con la sua consueta sicurezza (i maligni parlano di prosopopea…) che la rete internet non avrebbe avuto futuro.


E l’elenco potrebbe continuare.


Ma ora eccoci qui, a fine 2006, con uffici che traboccano carta da ogni angolo e con connessioni Internet mai abbastanza veloci, visto l’uso sempre maggiore che si fa della dell’ormai indispensabile rete delle reti. Tutti sbagliano, e tutti possono sbagliare, è vero. Ma quando a sbagliare sono i guru dell’I&CT qualche considerazione è d’obbligo:



  • Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. In linea di principio, in questo campo, mai fidarsi completamente degli esperti, dei guru, dei “visionari” o sedicenti tali, anche se accreditati da pomposi titoli accademici o se dotati di impressionanti cariche scritte in corsivo sotto il nome nel biglietto da visita.

  • Nell’Information & Communication Technology i processi di sviluppo non sono sempre e del tutto lineari. Gli “strateghi” dell’e-business non possono limitarsi a prevedere le evoluzioni del mercato ma devono anticiparne le sorprese. Ciò – inevitabilmente – porta a qualche anticipazione che definire inesatta potrebbe essere al più un eufemismo.

  • Parafrasando un noto poeta, l’e-business conosce ragioni che la ragione non conosce e – aggiungo io – le ragioni dell’e-business spesso sono molto meno tecnologiche di quanto non si possa pensare. L’e-Business – prima che di tecnologie – è fatto di persone. E ciò influisce in maniera determinante sul suo sviluppo.

E le aziende?
Le aziende, naturalmente, abbozzano. In molti casi non possono che fidarsi dell’esperto di turno che propugna lo sviluppo di una nuova applicazione che – assicura – rivoluzionerà letteralmente la propria attività, le modalità di lavoro del personale, la vita delle persone. Ed è pronto a difendere le sue teorie con complessi ed astrusi studi (sempre e solo citati, naturalmente). E le aziende investono in consulenze, modelli, applicazioni, tecnologie. Salvo poi rendersi conto – magari un po’ troppo tardi – che l’investimento si è rivelato una perdita secca. Di tempo, di soldi, di fiducia.
Le motivazioni sono numerose, ma è evidente come ciò avvenga in maniera direttamente proporzionale all’incidenza del fattore umano rispetto a quello tecnologico. In altre parole, i fallimenti che spesso le aziende vivono nell’implementazione di sistemi orientati all’e-business, soventemente non derivano tanto dall’inadeguatezza delle tecnologie, quanto piuttosto dalla resistenza delle persone, che tali tecnologie dovrebbero adottarle. Per cambiare un processo dal punto di vista tecnologico è sufficiente sostituire o implementare un software, dal punto di vista umano è necessario agire sulla testa delle persone, sui comportamenti, sulle abitudini.



Marzullescamente, verrebbe da dire che la domanda sorge spontanea: ma sono le tecnologie che devono supportare le aziende oppure è il contrario?


…bha…

Considerazioni Sparse

Linux, Beppe Grillo e le guerre di religione

2 novembre 2006

Vagando in rete, mi sono imbattuto poco fa nel blog “DelleFragiliCose” ove, tra (condivisibili) discorsi di politica e (divertenti) divagazioni su Lapo Elkann, l’autore affronta il tema del software libero. Anzi, mi sembra di capire che il tema dell’opensource, affrontato in risposta ad un post di Beppe Grillo, sia stato proprio il pretesto che lo ha spinto a lanciare il suo blog.


In sintesi, DelleFragiliCose (che proprio per la loro dichiarata fragilità temo si siano ormai rotte) se la prende con il Grillone Nazionale in relazione alla sua ultima crociata, lanciata questa volta a favore del software OpenSource nella Pubblica Amministrazione.
Lo fa affermando che Grillo, nel suo post nel quale sostiene che la Pubblica Amministrazione per risparmiare debba scegliere soluzioni Open Source, pecchi di populismo. A tal proposito, a mio giudizio è opportuno fare delle considerazioni di metodo e delle considerazioni di merito.


Per quanto riguarda il metodo, NelleFragiliCose ha fatto due errori madornali:



  • se la è presa con Beppe Grillo, ormai promosso a Guru Nazionale dei buoni principi e delle cause perse (!), e quindi automaticamente infallibile in temi riguardanti la tecnologia, la tecnica, l’economia, la finanza, la cura della calvizie e la coltivazione dei gerani;
  • non ha parlato bene di Linux (che è diverso dal dire che ne ha parlato male!), suscitando la jihad dei “linuxari” nostrani.
    Queste due cose bastano per classificarlo tra i “pericolosi provocatori”.

Per quanto riguarda il merito, ha semplicemente fatto notare come asserire che grazie al software OpenSource “Le applicazioni software della Pubblica amministrazione non costeranno più niente” equivalga a fare una cattiva, anzi pessima informazione, populista e demagogica. Cosa che mi trova assolutamente d’accordo (avrà mai sentito parlare, il buon Grillo, del concetto del Cost of Ownership?).


Al di là però delle considerazioni che si potrebbero fare in merito ai fondamentalismi informatici (e quello di Linux è uno dei più vivi, nel bene e nel male: le reazioni al succitato post lo dimostrano abbondantemente) ritengo sia estremamente interessante notare come, quando si parla del problema connesso alle scelte tecnologiche, si tenda sempre a tentare di sbrogliare la matassa a partire dal capo sbagliato del filo.


Meglio linux o windows? PC o Mac? Bho… dipende…

Non si può affrontare un discorso serio, in questo ambito, senza tener ben presente il contesto nel quale le tecnologie verranno applicate. Fare innovazione tecnologica, in una pubblica amministrazione come in un’azienda, non passa dall’implementazione dell’ultima tecnologia disponibile, ma dall’analisi delle condizioni di riferimento. Ma questo discorso non piace né ai responsabili dei sistemi informativi, che in tal modo dovrebbero ammettere una dipendenza dai processi aziendali, né ai responsabili di tali processi, che in tal modo sarebbero costretti a pensare come gestirli.
In conclusione: un po’ tutti pensano che la tecnologia possa risolvere i problemi dell’organizzazione, con il risultato che invece di affrontare seriamente il discorso inerente la scelta tecnologica, tutti si accapigliano per dire che questo è meglio di quello e peggio di quell’altro, senza sapere a cosa ci si riferisca in realtà…


Pensare l’innovazione tecnologica a partire dalla tecnologia equivale a sperare che la Ferrari vinca il Gran Premio infilando a forza il motore nel cockpit del pilota. La tecnologia è senz’altro motore dell’innovazione, ma non può esserne pilota.

Le aziende che lo hanno sperato, sono ancora a leccarsi le ferite.
Quando non hanno già chiuso i battenti…


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