Il blog di Stefano Epifani
Appunti su Web, Tecnologia, Società...

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dicembre, 2006

rete.jpgUna volta, facendo zapping in TV dopo le 23, si trovavano le pubblicità delle hot line e qualche spezzone di filmato porno. Oggi è più facile imbattersi in trasmissioni che – parlando di qualsivoglia argomento – interpellano il bloggher di turno.
Niente di male se non fosse che, in queste occasioni come in molte altre, sento parlare di “comunità dei blogger”. E mi chiedo, rispolverando quel po’ di sociologo che c’è in me: ma i blogger formano una comunità?

O meglio: l’insieme dei blog che costituiscono la non meglio identificata “blogosfera”, rappresenta una struttura sociale paragonabile ad una comunità o – piuttosto – attraverso tali blog si sviluppano relazioni proprie di altre forme di aggregazione?

A premessa di tutto, è bene precisare che – per quanto strano possa apparire – ancora vi è qualche dubbio sul fatto che una “comunità virtuale” (ma non per questo irreale, siapure digitale) possa definirsi effettivamente tale. Lo stesso Manuel Castells afferma che “l’interazione sociale offerta [da internet] non pare avere un effetto diretto sulla costruzione dei modelli della vita quotidiana, genericamente parlando, se non per il fatto che aggiunge l’interazione online ai rapporti sociali esistenti”. Personalmente non sono molto d’accordo, ma per completezza è bene ricordarlo.

Comunità Virtuale, quindi, non necessariamente equivale a Comunità Sociale. È evidente che – quando si pensa all’universo dei blog – ci si riferisce prevalentemente alla prima tipologia. Tipologia che è stata definita da Rheingold come il risultato di una aggregazione spontanea di persone attorno a una conoscenza, un interesse, un bisogno o un servizio condivisi. Più nei dettagli, le comunità virtuali sviluppano degli spazi sociali condivisi, che si esplicano (appunto) nello specifico contributo che ogni singolo soggetto può apportare ad un contesto relazionale collettivo e virtuale. Su questo punto la sociologia è abbastanza netta: una comunità (reale o virtuale che sia) implica l’esistenza di uno spazio condiviso e di un contesto relazionale più o meno strutturato, implica la condivisione di valori e di organizzazione sociale.

Comincia a sorgermi qualche dubbio: i blog sono tutto questo?

Proviamo a mutare per un attimo (e leggermente) punto di vista, immaginando di descrivere una comunità (virtuale) da un punto di vista strutturale

  • Una comunità virtuale nell’accezione condivisa del termine è di norma un sistema centralizzato (gli utenti si collegano alla comunità, con l’intenzione specifica di farlo).
  • Le attività al suo interno sono gestite da uno staff costituito da esperti, o comunque da moderatori (qualcuno si ricorderà del vecchio e caro SysOp???).
  • Le discussioni sono organizzate per tematiche e per argomenti ai quali è necessario attenersi (altrimenti, si parla di “off-topic”).
  • All’interno della comunità si sviluppano comportamenti, regole e ruoli precisi (gli studi sull’identità virtuale e la trasposizione del sè nei contesti digitali non si contano…).
  • Le comunità virtuali sono basate sulla partecipazione collettiva. In virtù di ciò il loro valore è dato dall’apporto complessivo dei singoli membri che le compongono.

I dubbi continuano… i blog sono tutto questo?

Riassumendo: condivisione di valori, organizzazione sociale, centralizzazione, focalizzazione su argomenti specifici, esistenza di comportamenti, regole e ruoli strutturati, partecipazione collettiva.

No. Direi proprio di no. Alcuni elementi possono anche (magari tirati un po’ per i capelli) rientrare nell’ambito delle caratteristiche della blogosfera (la focalizzazione, in un certo qual modo la partecipazione collettiva). Ma complessivamente mi sembra proprio che si sia molto lontani dal poter considerare la “comunità dei bloggher” come tale.

Il già citato Castells sostiene (e su questo sono invece molto d’accordo) che le nuove forme di interazione nell’epoca di Internet vadano inquadrate prestando attenzione ad una tendenza evolutiva caratterizzata dall’ascesa dell’individualismo (il che ritengo contribuisca anche ad inquadrare, sul piano teorico, i recenti discorsi intorno al tema dell’autoreferenzialità dei blog).
Tale processo si concretizza nella transizione dalla comunità alla rete, intesa come la forma più importante di organizzazione delle interazioni. “I network sono costruiti attraverso scelte e strategie degli attori sociali, siano essi individui, famiglie o gruppi. Di conseguenza, la principale trasformazione delle società complesse si è verificata attraverso la sostituzione delle comunità con i network come forme prime di socialità“. Partendo dall’assunto che il network sia una forma complessa che struttura le esperienze di socialità e l’organizzazione delle relazioni fra i soggetti, Barry Wellman ha proposto una rivisitazione del concetto di comunità. Secondo Wellman, nelle società contemporanee le comunità si fondano su reti di legami interpersonali intorno a cui si dispiegano la socialità e l’identità.
La connettività estesa e flessibile che caratterizza una simile configurazione relazionale, in cui le barriere sono permeabili e si ha la possibilità di passare senza interruzioni da un network ad un altro, è la ragione di una appropriazione personale delle dinamiche di relazione sociale“.

In altre parole, i soggetti sono in perenne movimento come singole individualità tra i diversi network, separati da confini sfumati. Questo concetto di rete si, che mi sembra si avvicini alla blogosfera.

A questo, c’è da aggiungere la questione che prima ho definito strutturale.

  • Di certo nè i blog nè la blogosfera nel suo insieme possono definirsi un sistema centralizzato. Anzi, proprio nella loro distribuzione trovano una delle loro caratteristice più interessanti.
  • I blog – per la maggior parte almeno – non si basano su di uno staff che gestisce e coordina le attività on-line, ma sull’attività redazionale di uno o comunque pochi estensori, ai quali si affiancano (auspicabilmente) molti lettori che possono commentare i post del titolare del blog. In altri termini il blog – per quanto sfumato – si basa su di un meccanismo di comunicazione di tipo one-to-many, al contrario della community (tipicamente many-to-many).
  • Nei blog, di norma, non esiste il concetto di “off-topic” (della serie: il blog è mio e decido io di cosa parlare…).
  • I blog non sono caratterizzati dall’esistenza di ruoli e regole sociali da rispettare. La blogosfera ha – in qualche modo – un suo linguaggio, ma gli attori sono molto più dinamici di quanto non avvenga all’inteno di una community.
  • Il tema della partecipazione collettiva è delicato. I singoli blog si basano sull’apporto prevalente dell’autore, con l’aggiunta dei commenti dei lettori. A livello di blogosfera nel suo insieme, è vero, si può parlare di partecipazione collettiva, ma con dinamiche profondamente diverse rispetto a quelle esistenti in una community.

Le differenze tra il concetto di “comunità” ed il concetto di “rete” sono davvero molte, ed in questo (temo troppo)lungo post ne ho elencate alcune. In conclusione, mi sembra che quando ci si riferisce alla blogosfera sia quantomeno inesatto parlare di comunità, e decisamente più appropriato parlare di rete.

È proprio il concetto di rete, forse, l’elemento di novità più interessante nell’universo dei blog.
Un concetto del quale il Web 2.0 è senz’altro portatore, e che sta impattando profondamente sui modelli di gestione dell’informazione, sulle modalità di sviluppo della conoscenza e, senz’altro, sulle modalità di interazione degli individui on-line.

Questo post probabilmente è decisamente più lungo della pazienza dei malcapitati lettori, ma ritengo che l’argomento sia decisamente importante. E voi, che ne pensate?

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vista.gifNon capisco molto l’ondata di sdegno che si è sollevata in relazione all’iniziativa di Microsoft di regalare ai blogger più …”in Vista” (scusate, ma non potevo farne a meno) un portatile completo del nuovo sostema operativo. Qualcuno parla addirittura di “scandalo” e la cosa, secondo me, fa davvero sorridere.

Fa sorridere perchè esprime tutta la (costruita?) ingenuità di alcuni blogger – o di alcuni loro lettori, visto il tono di certi commenti – di fronte all’evoluzione di un fenomeno come quello dei blog che, per quanto parta “dal basso“, per quanto sia “orizzontale“, per quanto sia nuovo, non può che andare ad arricchire la costellazione dei media e, lasciatemelo dire, dei mezzi di comunicazione di massa.

Eh si, perchè siapure in modo particolare, quella della blogosfera è una realtà che in qualche modo arricchisce il sistema dei mezzi di comunicazione di massa. Certo, con le sue particolarità (non irrilevanti) e delle novità assolutamente di rilevo.

Ma quando un blog come quello di Luca Conti (che in questo post parla dell’argomento Microsoft) comincia ad avere un numero di lettori paragonabile a quello di un piccolo quotidiano, non c’è da stupirsi se assuma il rilievo di un piccolo quotidiano. E non c’è da stupirsi se il suo estensore riceva le stesse attenzioni riservate ad un Direttore Responsabile.

L’iniziativa di Microsoft non fa altro che confermare che il fenomeno dei blog ormai sta assumedo una rilevanza che supera la platea dei “geek”, e che alcuni blog influenzano i lettori in maniera rilevante. Il che poi spiega l’attenzione a questo strumento da parte delle aziende.

Quanto allo “scandalo” ed al rischio di “tradire la fiducia dei lettori“, nutro la convinzione che i lettori (di giornali, come di blog) siano spesso più intelligenti di quanto chi fa simili osservazioni possa essere portato a pensare…

I blogger, insomma, stanno diventando opinion maker …come i calciatori; la parabola sarà compiuta quando si fidanzeranno con le veline?

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tail.jpgVagando nella blogosfera, mi sono imbattuto in un interessante post di Nick Garr nel quale si parla, neanche a dirlo, della lunga e talvolta scodinzolante coda che tanto ci appassiona.


L’argomento è quello della concentrazione degli utenti sui siti Internet. Nel Novembre 2006 i primi dieci siti della Rete avrebbero raccolto il 40% delle page view complessive, contro il 31% del Novembre 2001.


Alla faccia della Long Tail! Ma, andando a spulciare meglio i dati, si nota come il 17% del traffico totale sia generato da due siti come MySpace e FaceBook. Ora, questi due siti sono composti da centinaia di migliaia di profili di singoli utenti. Considerando quindi ogni profilo come un singolo sito autoconsistente, la teoria della coda lunga sarebbe rispettata.


Ma (perchè c’è sempre un ma!) a questo punto la considerazione successiva viene naturale: la concentrazione del traffico internet, se pure non riguarda i contenuti – effettivamente prodotti da centinaia di migliaia di utenti “longtaileggianti” – riguarda il valore economico dei contenuti. In altri termini ciò significa che una delle caratteristiche del Web 2.0 consiste effettivamente nella distribuzione dello sviluppo dei contenuti veicolati on-line nelle mani delle masse, ma anche nella concentrazione del valore economico prodotto da tali contenuti nelle mani di pochi.


Elemento di riflessione: la Long Tail a chi fa bene? A tutti, verrebbe da dire, ma forse a qualcuno fa più bene che ad altri…


e naturalmente …Buon Natale!


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penna.gifForse lo sbaglio lo abbiamo fatto quando abbiamo cominciato a scriverlo con la “I” maiuscola (anzi, quando – in inglese – si è cominciato ad anteporvi il “The“). Di che parlo? di Internet, naturalmente. Anzi, di internet. Con la minuscola.


Il differenziare Internet da internet è servito, inizialmente, a distinguere un termine tecnico da un fenomeno mediale, che ha poi fatto guadagnare sul campo ad Internet (con la maiuscola) pure l’onore dell’articolo, trasformando una rete nella Rete, anzi, ne “La Rete”. E da lì sono forse cominciati i guai…


Eh si, perchè uno strumento di comunicazione è diventato un mezzo, anzi, un medium. Anzi, “Il” medium per eccellenza di questi ultimi anni. Nessuno si sognerebbe di scrivere di “aver comprato il Giornale“, ma a tutti pare normale scrivere “mi son collegato ad Internet“.


Ma spesso, parlando di internet (e da questo momento in poi, vi giuro che maiuscola e minuscola saranno la stessa cosa), non ci rendiamo conto di affrontare il problema non decontestualizzando a sufficienza lo strumento tecnologico dal contesto mediale in cui è inserito. I giornali, ma anche le radio e le televisioni tanto in quanto semplici strumenti tecnologici che in virtù di mezzi di comunicazione di massa, stanno subendo un processo di ibridazione che è generato dalla convergenza e che genera convergenze in un vero e proprio circolo virtuoso. Il problema, quindi, non è tanto “vecchi media” o “nuovi media”, quando piuttosto “vecchio sistema dei media” o “nuovo sistema dei media”. Intendendo con ciò il contesto nel quale i singoli media si muovono e nel quale interagiscono generando modelli di ibridazione, appunto, prima sconosciuti.


Il punto non è tanto che c’è Internet e poi/a fianco/prima ci sono i giornali, quanto piuttosto che i giornali (e gli altri media in generale) stanno cambiando con internet e con le reti. Cambiano in quando cambiano le value chain ad essi connesse, cambiano i sistemi di acquisizione, gestione, erogazione e fruizione dell’informazione, cambiano in quanto cambia l’utenza.


Un esempio? Presto detto. Mario Tedeschini Lalli in un suo vecchio post da me ripreso qualche tempo fa (per questo lo ricordavo, Mario! :-) ) evidenzia come, tra le altre cose, sia sempre minore il numero di persone che per informarsi usa un solo medium (il 10% in Italia, il 2% in Germania). Questo vuol dire che il futuro dell’informazione non può che essere di tipo cross channel, in un contesto in cui è inevitabile che si generino modelli di comunicazione innovativi. Questo non vuol dire la morte del giornale, ma di certo ciò implica un profondo ripensamento della sua natura, da valutare in un contesto che non è più lo stesso non di cento anni fa, ma di dieci anni fa.


Oggi parliamo di Internet – gli utenti finali parlano di internet – (intendendo impropriamente con ciò il web e tutta una serie di fenomeni ad esso correlati, come i blog), ma non credo che tra qualche anno si parlerà ancora con tale foga di Internet, almeno non più di quanto non si parli oggi di VHF quando si pensa alla TV (il “qualche” è un auspicio, ovviamente). In altri termini, oggi la commistrione tra strumento e mezzo, tra internet ed il web, tra comunicazione e tecnologia ritengo defocalizzi un po’ la questione.


Non posso che concordare con Antonio Sofi, quando definisce “conclusive” le osservazioni che Mario Tedeschini Lalli fa nel suo ultimo post, dal provocatorio titolo “E se scoprissimo che internet non esiste?“. Il dibattito sulla natura dei “nuovi” media (che, come da auspici, è davvero continuato on-line a partire dalla manifestazione PiùBlog di un paio di settimane fa) trova una felice conclusione nell’osservazione di Lalli, che sostiene che l’insistere sulla distinzione tra vecchi e nuovi media non può che portare “all’autoghettizzazione reciproca, di chi non si rende conto di star giocando in realtà la stessa partita, sullo stesso campo da gioco, davanti allo stesso pubblico“.


Il gioco è lo stesso. Senz’altro stanno cambiando le regole.


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vampiro.jpgLo sapevo.
Sta succedendo.
I sintomi li notano anche Massimo Moruzzi e Claudio Erba. Sta succedendo con il Web 2.0 quello che successe, qualche anno fa, con le Intranet. Vi ricordate quando nugoli di consulenti rampanti sciamavano da una azienda all’altra paventando disastri informatici se i poveri (e talvolta sprovveduti) imprenditori non fossero passati dalla vecchia, obsoleta, inaffidabile, e naturalmente poco sicura Rete LAN ad una nuova, scintillante, sicurissima, veloce Intranet?


Certo, alla domanda “ma che ci faccio di diverso rispetto a prima?” c’erano sempre momenti di imbarazzo e di vago disorientamento, ma che volete farci, l’innovazione non può fermarsi di fronte ad un dubbio, e quindi largo alle Intranet, e via le vecchie LAN!!!


Il fatto che poi spesso si trattasse di rivendere cose vecchie con un nome nuovo, naturalmente, è secondario.


Ho la vaga impressione che stia succedendo la stessa cosa, oggi, con il Web 2.0…


Parafrasando una vecchia canzone, “dove vai, se il web 2.0 non ce l’hai?” sembra essere la parola d’ordine di centinaia di tipi che promuovono servizi, soluzioni, contenuti, portali e chi più ne ha più ne metta “in stile” Web 2.0.


Risultato: oggi tutto sembra essere Web 2.0, anche l’agenda elettronica condivisa.


Capisco l’entusiasmo per il nuovo, ma temo che il risultato di tutto questo bailamme sarà solo una gran confusione, nella quale tutti parleranno di tutto senza capirci più niente. Qualche anno fa tutto era diventato e-business, ora tutto sta diventando Web 2.0. Con il rischio che, come sosteneva Tomasi di Lampedusa, cambi tutto per non cambiare niente.


Ora scusatemi, ma devo andare (ahimè!) a comprare i regali di Natale. Naturalmente Web 2.0!


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bubbleweb20.gifDa pochi giorni ho concluso il mio corso di Organizzazione della Comunicazione Interattiva nell’università dove insegno.


Naturalmente, tra gli argomenti affrontati, c’è stato il tema del Web2.0.
Per farla breve, la sintesi della sintesi del mio discorso introduttivo intorno al Web2.0 riprende abbastanza da vicino i principi indicati da Tim O’Reilly in un suo noto articolo, che illustra gli elementi di base che ruotano attorno al tema in oggetto.


Dopo che son tornato a casa, ho trovato una mail, inviatami da una studentessa, dalla quale cito testualmente:


” [...] anche in conseguenza del fatto che mi sembra che non molti in Italia (e non solo) abbiano realmente capito che cos’è il Web 2.0., non sarebbe più logico spiegare che il web nasce concettualmente in forma 2.0 e poi viene trasformato altrettanto concettualmente (e “perversamente” io aggiungerei) in una versione 1.0? In sostanza volevo sapere se il mio punto di partenza era corretto o meno!”


Per chi si ricorda il web “degli esordi”, è troppo facile e sbrigativo risponderle di no…


In fondo, non sono proprio i principi “originali” e “originari” del Web quelli che ora prendono forma ed assumono una dimensione organizzata nella “derubricazione” a Web 2.0? Non sono proprio evoluzioni di quegli ideali che son stati ripetuti in tante conferenze ed in tanti convegni, che oggi si ritrovano nei concetti così innovativi che ruotano attorno al Web2.0? Certo, oggi ci sono nuove tecnologie di supporto, ma non è a quelle che mi riferisco…


Qualcuno di noi ancora ricorda Fidonet… non era anch’essa un bell’esempio di Web2.0?


…a volte mi sento vecchio…


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