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Archivio per giugno 2007

Boy Love Day: non spegnete il Colosseo…

25 giugno 2007

2.400 caratteri, per esprimere tutto il mio sdegno per il Boy Love Day (la giornata dell’orgoglio pedofilo), stavolta sono proprio pochi. Tuttavia è questo l’argomento del mio ultimo intervento su ePolis, che riporto qui di seguito oltre che – come di consueto – in formato pdf


Sei minuti. Questo è stato il tempo necessario per aggirare il blocco verso il raccapricciante sito elogiante la giornata dell’orgoglio pedofilo che si è svolta “virtualmente” ieri. Giornata contro la quale si sono scagliati in molti proprio a partire dai giornali del gruppo ePolis, che hanno promosso una petizione che ha portato all’oscuramento del sito dell’evento.


Ma l’oscuramento del sito dell’International Boy Love Day può dirsi un successo? Due sono gli argomenti da affrontare prima di poter esprimere un giudizio: la liceità dell’azione e la sua efficacia.


Per quanto riguarda la liceità dell’azione, sarebbe forse troppo facile asserire che si sia trattato di un doveroso atto di censura anche quando, almeno ad opinione dello scrivente (sottoscrittore della petizione, sia chiaro), tale censura doverosa lo è stata davvero. Visitando l’irresponsabile sito, che si presenta con tanto di marchio registrato, non si trovano né immagini illegali né istigazioni a delinquere, rendendo comunque legittimo il “sequestro preventivo del traffico proveniente dall’Italia” in funzione dell’apologia di reato implicita nel messaggio stesso del sito.


Per quanto riguarda l’efficacia dell’azione, come sottolineato all’inizio, è sufficiente passare attraverso uno dei tanti anonymizer presenti in rete per aggirare il blocco e visitarlo. Certo, non tutti sanno cos’è un anonymizer, ma il dubbio che proprio chi non dovrebbe saperlo lo sappia invece molto bene, purtroppo, è forte. È evidente quindi come il problema sia lungi dal potersi dire risolto. Non è (solo) con un’opinabile censura che si affrontano questo tipo di problemi in rete. Una rete che fa proprio della possibilità di accedere all’informazione il suo principale punto di forza, anche quando il contenuto di tale informazione rischia di essere aberrante.


Se da una parte – quella di un mezzo di comunicazione di massa – una raccolta di firme è fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto ad un tema scottante, dall’altra – quella delle istituzioni – pensare di aver risolto il problema con un fallace atto censorio sarebbe ingenuo ed utopistico. Non sarà una mera soluzione tecnologica a contrastare la crisi dei valori che affligge la cosiddetta società civile. La speranza è che il Colosseo non resti illuminato solo per un giorno.


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Detto in giro ,

Fenomenologia del Blog: Il paradigma del Principe di Salina

21 giugno 2007

Anni fa, le aziende chiedevano Siti Web che non erano pronte a gestire.
Poi è venuta la rivoluzione, ed è cambiato tutto.


Il risultato?
Oggi, le aziende chiedono Blog che non sono pronte a gestire.

Non è che aveva ragione Tomasi Di Lampedusa?
Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi?


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Considerazioni Sparse

ICT e Sviluppo Sostenibile: La Rete come diritto

16 giugno 2007

Pubblico la terza parte della serie di tre del mio contributo per la rivista I due Mari sui rapporti tra sviluppo sostenibile ed ICT. Nei giorni scorsi ho pubblicato la prima e la seconda.


Buona lettura!


Cambia il modo di lavorare
Se l’aspetto meramente “fisico” dell’informatica, collegato al ciclo di vita ed ai processi di produzione dei PC, non può che rappresentare un punto critico per lo sviluppo sostenibile, è innegabile che l’Information & Communication Technology possa configurarsi come una grande risorsa ed un’importante opportunità. Anche in questo caso, però, le opportunità non vengono necessariamente dalle direzioni dalle quali sarebbe lecito aspettarsele. Diverse volte negli ultimi trent’anni Nicholas Negroponte ha preconizzato la fine della carta negli uffici, quando è ampliamente dimostrato come negli ultimi anni lo sviluppo dell’IT nelle aziende vada di pari passo con l’aumento dei consumi di carta: secondo alcune analisi oltre il 30% in più entro il 2010 (“Far e-waste, l’altra faccia della tecnologia” S. Apuzzo – 2003). Non è quindi in questa “fronda ecologista” che si devono cercare i vantaggi dell’introduzione dell’informatica e delle tecnologie nelle attività lavorative.
Né è da dare per scontato che i modelli di telelavoro ai quali tanto spesso si fa riferimento quando si parla di sviluppo sostenibile prendano positivamente piede su larga scala. I loro vantaggi sono stati più volte esposti, ma troppo spesso sono stati sottovalutati gli svantaggi che comportano (e.g. alla diminuzione dei consumi per i trasporti, corrisponde un aumento dei consumi per il riscaldamento delle abitazioni). E d’altro canto sono anni che se ne parla, ma ancora trovano scarsa applicazione diffusa.
I veri vantaggi dell’applicazione degli strumenti dell’I&CT vengono dall’ottimizzazione dei processi di produzione industriale, che permette di conseguire rilevanti risparmi energetici; che consente una gestione efficace delle scorte e diminuisce l’incidenza dei trasporti e dei costi di stoccaggio. In altri termini, grazie all’I&CT le aziende possono razionalizzare i processi di business raggiungendo il miglior rapporto tra efficienza ed efficacia. Attraverso l’ottimizzazione della loro supply chain possono garantire un abbattimento significativo degli sprechi ed un incremento rilevante del risparmio energetico.


Sviluppo sostenibile e società dell’informazione
Dal momento in cui il concetto di sviluppo sostenibile si è trasformato, passando da una impostazione iniziale orientata alla salvaguardia delle risorse per le generazioni future a quella attuale, che lo vede come uno strumento per consentire agli esseri umani di condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale, come recita la dichiarazione dell’Unesco, il ruolo dell’I&CT è divenuto centrale.
La società dell’informazione ha infatti un ruolo di primo piano nel favorire il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Anche per questo motivo l’impegno internazionale è orientato verso la riduzione del fenomeno del divario digitale, il digital divide. Ridurre il Digital Divide e favorire lo sviluppo delle reti, infatti, contribuisce a migliorare la condizione economica e sociale delle popolazioni più povere. Attraverso l’uso delle tecnologie informatiche in generale, e delle reti in particolare, è possibile garantire ad una più vasta fascia di popolazione l’accesso ad informazioni rilevanti: informazioni sui propri diritti, sulle condizioni del proprio mercato, sulla propria realtà politica, sul sistema sanitario ed assistenziale.
La diffusione delle reti inoltre favorisce lo sviluppo di progetti di teledidattica e di formazione a distanza, portando i sistemi formativi anche nelle zone più remote.
Avere accesso alle reti, inoltre, vuol dire avere la possibilità di far sentire la propria voce. Non è un caso se molte delle battaglie sociali dei paesi in via di sviluppo si siano combattute proprio a partire dalla Rete. Non è un caso se i paesi governati da regimi totalitari stiano compiendo una sistematica azione di censura nei suoi confronti.


Essere in rete, infatti, vuol dire poter comunicare la propria condizione, esprimere la propria identità culturale di fronte al mondo, affermare i propri diritti e poter far pressione su coloro che detengono il potere decisionale. Essere in rete, in ultima analisi, è un passo verso l’esercizio dei propri diritti. È un passo verso la democrazia.


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Non ne capisco bene il senso…

13 giugno 2007

Perdonatemi, ma faccio proprio fatica a capirne bene il senso
Voglio dire: ho un giornale, nel quale potrei inserire dei meccanismi di rilevazione del feedback come si fa da queste parti da anni, ma mi guardo bene dal farlo. In compenso arruolo un battaglione di cento blogger che deporto in massa sulla mia piattaforma avviando una batteria di blog


Che senso ha quello che faccio?
Se i blog in questo caso sono semplicemente un format editoriale da cavalcare perchè va di moda posso anche capirlo (magari non condividerlo), ma se i blog trovano la loro forza nel concetto di editoria indipendente, nell’aura di libertà d’opinione che si portano dietro e in tutte le cose che da tempo ci diciamo, me ne sfugge l’utilità, dal momento in cui vengono ingabbiati nel quotidiano di Confindustria… C’è una bella differenza tra un network di nanopublishing ed un network di blog di un megapublisher!


bho… Gaspar è ottimista, io per ora un po’ perplesso


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Il Web 2.0 e le applicazioni per la Pubblica Amministrazione

11 giugno 2007

Giorni fa, in occasione del ForumPA (del quale ho parlato qui), ho avuto il piacere di aprire un convegno gestito assieme ad Alberto Marinelli ed agli amici di Epistematica.
Si è parlato degli sviluppi del Web e le prospettive per la Pubblica Amministrazione. In quest’ambito ho parlato dei punti di contatto tra il Web 2.0 e le esigenze della Pubblica Amministrazione.


Alcuni dei partecipanti mi hanno chiesto le slide ma – essendo costituite essenzialmente da foto e qualche concetto e quindi poco autoesplicative – ho ritenuto opportuno montarle con una sintesi dell’audio del mio speech e rendere il tutto disponibile sul blog, per chi c’era e chi no.


Nei primi dieci minuti fornisco una rapida definizione del concetto di Web 2.0 nell’accezione in cui ho considerato il fenomeno nel contesto, soffermandomi poi per descrivere come tale fenomeno impatti sul mondo della comunicazione e concludere con le ripercussioni e le prospettive per la PA. Come caso di studio, cito Italia.it


Sperando di aver fatto una cosa utile, attendo i vostri commenti!



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Realtà: virtuale o aumentata?

11 giugno 2007

Questa volta nelle pagine romane di ePolis, approfittando del fatto che l’ATAC ha lanciato i servizi mobili e Microsoft il suo Surface, e del fatto che mi sono un po’ rotto le scatole di Second Life come del resto di quasi tutte le cose per le quali il fattore “moda” supera quello “funzione” (blog – per il momento – a parte), parlo di Realtà Aumentata. I caratteri son sempre pochi, ma il gioco è divertente. Per semplicità di lettura, oltre al PDF riporto il testo dell’articolo qui di seguito…


Atac nelle scorse settimane ha lanciato il servizio Atac Mobile, grazie al quale pianificare itinerari, conoscere in tempo reale lo stato di congestione delle strade, leggere le previsioni dei tempi di attesa degli autobus, osservare in tempo reale le immagini dei principali snodi di traffico della città. Il tutto utilizzando un telefono cellulare collegato ad Internet.
Microsoft nei giorni scorsi la lanciato Surface: più che un computer da tavolo un tavolo-computer la cui superficie è un vero e proprio schermo sensibile al tocco che ricorda molto da vicino il (non più) fantascientifico display con cui interasce il Tom Cruise di Minority Report.
Cos’hanno in comune l’ultima creatura del colosso di Redmond e la nuova linea di servizi dell’Agenzia per la Mobilità del Comune di Roma? Apparentemente ben poco, ma entrambe fanno parte di un trend i cui sviluppi sono destinati a cambiare il volto dell’Information & Communication Technology. Troppo spesso l’attenzione dei media è focalizzata sugli aspetti più “scenografici” dell’informatica, così che tutti oggi si trovano a parlare di Second Life e di come centinaia di migliaia di persone – ma anche aziende e persino istituzioni – si dedichino ad una seconda vita in un edulcorato mondo virtuale.
È bene invece soffermarsi e riflettere su come le tecnologie dell’informazione possano contribuire a cambiare le modalità con le quali siamo abituati ad interagire non con il mondo virtuale di second life, ma con quello reale, di tutti i giorni. Non più – o non solo – realtà virtuale, ma anche e soprattutto quella che si definisce “realtà aumentata”. Una realtà che grazie all’ausilio delle tecnologie si arricchisce di informazioni che arrivano all’utente attraverso l’ecosistema sempre più fitto di strumenti che lo circondano. È l’informatica che esce dai computer ed entra nelle cose, consentendo alle cose di interagire tra di loro e con le persone. È l’informatica che non si riconosce più nei PC presenti negli uffici, ma che segue l’utente annidata negli oggetti, e che tramite tecnologie sempre più semplici ed economiche, e quindi più diffuse, li rende interattivi. È l’informatica che – diventando trasparente all’utente – diverrà finalmente parte integrante della vita di tutti, e non soltanto degli esperti. E se la rivoluzione a Roma prende l’autobus bhè, una volta tanto buon per noi…


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Detto in giro ,

Quando la prima non basta…

9 giugno 2007

Non so… ma proprio non riesce a convincermi la moda per la quale non c’è convegno, incontro, seminario, chiacchierata da bar, paturnia pubblica che non abbia un equivalente su Second Life. Come dire che se non sei su Second Life non sei. Punto e basta…
Capisco che per farsi riprendere dai media sia necessario seguire le mode e dimostrarsi innovativi, ma di questo passo si finirà sul giornale perchè si è fatto un convegno che non ha il suo equivalente virtuale su Second Life!


A volte è un po’ triste questa tecno-omologazione di massa


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ICT e Sviluppo Sostenibile: la dimensione “fisica” dell’ICT

5 giugno 2007

Pubblico la seconda parte (di tre) di un mio intervento per la rivista I Due Mari. La prima parte è qui.
Come di consueto, i commenti sono benvenuti!


La dimensione “fisica” dell’ICT
Uno degli aspetti più evidenti che riguardano la relazione tra tecnologie ed ambiente è riferibile alla dimensione “fisica” dell’I&CT. In altri termini, produrre i PC è un processo altamente inquinante. Per comprendere la portata del problema basti un dato: Il processo di produzione di un normale personal computer richiede una quantità di combustibile pari a quasi 10 volte il suo peso – i normali elettrodomestici richiedono una quantità di combustibile di ben cinque volte inferiore (“Energy intensity of computer manufacturing: hybrid analysis combining process and economic input-output methods”, E. Williams, Environmental Science & Technology – 2004). Oltretutto, la miniaturizzazione dei componenti è inversamente proporzionale all’energia richiesta per produrli.


In sintesi: per produrre un personal computer servono oltre 200 chilogrammi di combustibile, più di 20 chilogrammi di prodotti chimici, una tonnellata e mezzo d’acqua. Soltanto in Italia ci sono oltre 25 milioni di computer (Rapporto Assinform – 2007), ed hanno un ciclo di vita di meno di un triennio. Non serve prendere la calcolatrice per rendersi conto dell’enorme impatto ambientale che ha tale industria sull’ambiente. A ciò è necessario aggiungere il fatto che nei computer si trovano metalli pesanti come il piombo ed altri pericolosi inquinanti, e che le normative per lo smaltimento dei PC dismessi sono tutt’altro che diffuse o applicate.


Un esempio chiarirà meglio il concetto: una recente analisi svolta in ambito europeo sostiene che l’implementazione del nuovo sistema operativo Microsoft porterà nei sei maggiori paesi UE alla sostituzione di oltre 30 milioni di computer: ciò significa 6 milioni di tonnellate di petrolio equivalente inutilmente bruciate, 660 mila tonnellate di composti chimici pericolosi, 45 milioni di metri cubi di acqua sprecati, solo per permettere a 30 milioni di utenti di far girare un sistema operativo che – nella pratica – farà le stesse cose di quello precedente.


Insomma, malgrado l’informatica faccia senz’altro bene allo sviluppo sostenibile, la sua dimensione meramente fisica rappresenta una seria minaccia. Una minaccia che, con l’aumento della diffusione dei PC in tutto il mondo, deve essere tenuta sotto controllo. Cito Francesca Colombo in un articolo su Ambiente Italia: “L’Ue ha stabilito che le industrie di high-tech devono eliminare le sostanze tossiche e assumersi la responsabilità del prodotto fino alla fine della sua vita utile. Tuttavia a luglio 2006, l’Italia ha rimandato di un anno il suo impegno di conformità alle direttive Ue sullo Smaltimento di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (WEEE, Waste Electrical and Electronic Equipment)”. Le amministrazioni regionali in Italia non sono preparate a gestire il problema, nè esistono aziende che supportino il processo. In questo senso, l’IT non fa certo bene allo sviluppo sostenibile.


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Fenomenologia del Blog: la frequenza dei post…

3 giugno 2007

In chat…


Lui: Ciao!
Io: Ciao!
Lui: ma va tutto bene?
Io: Certo… o almeno, tutto a posto e niente in ordine… perché?
Lui: Bhè …è qualche giorno che non blogghi!
Io: Ah si! Nulla di che, ho avuto solo un po’ da fare! :-)
Lui: Si ma così ti calano le visite!
Io: Vabbè …ma tanto quando riscrivo qualcosa risalgono, mica mi cancelleranno dall’aggregatore se non scrivo per 3 giorni!
Lui: Ma scusa, non stai in blogbabel?
Io: Si…
Lui: E allora??
Io: Come allora?
Lui: BlogBabel verifica le statistiche di feedburner ogni giorno!
Io: …ah…
Lui: Vedi? Devi scrivere qualcosa, sennò scendi…
Io: Ma ora non ho tempo… non può essere mica un obbligo!
Lui: Ma ci vogliono 5 minuti!
Io: Ma in cinque minuti scrivo una fesseria …e poi non ho nulla da dire…
Lui: Si, ma almeno non perdi posizioni in classifica!
Io: ma…


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ICT e Sviluppo Sostenibile: prima parte

1 giugno 2007

Oggi pubblico la prima parte (di tre) del testo di un contributo che mi è stato richiesto dalla rivista I Due Mari, sul tema dei rapporti tra Sviluppo Sostenibile ed ICT.


Se la mia teoria è giusta non riceverà molti commenti, ma mi fa piacere condividere con voi i concetti in esso espressi, quindi… buona lettura!


ICT e Sviluppo Sostenibile: gli aspetti del problema
Ha ormai trent’anni la prima definizione condivisa del concetto di sviluppo sostenibile; risale al Rapporto Brundtland redatto nel 1987 e poi ripreso dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo dell’ONU. Parlando di quello sviluppo sostenibile “che garantisce i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri il pensiero”, già nella seconda metà degli anni ottanta si pensava alle dinamiche dello sviluppo industriale, alla necessità di controllo delle emissioni, alla responsabilità delle generazioni attuali per quelle future insomma.


Ma il concetto si è radicalmente evoluto nel tempo, sino alla definizione data nel 2001 dall’Unesco, che ne ha decisamente ampliato l’ambito d’azione dichiarando che “la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura (…) la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale” (Art 1 and 3, Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, UNESCO, 2001).


In tal modo, l’approccio allo sviluppo sostenibile non riguarda più solo l’ambiente inteso come ecosistema naturale, ma un ben più complesso insieme di elementi di carattere diverso e – in qualche modo – multidisciplinare. In quest’ottica le relazioni tra il tema dello sviluppo sostenibile e quello della tecnologia in generale e l’Information & Communication Technology in particolare si sono via via sempre più infittite, sino a fare dell’I&CT un elemento portante della discussione attorno alle prospettive della materia. Discussione che va in due direzioni decisamente contrastanti. Da una parte, infatti, l’adozione dei sistemi di Information Technology rappresenta senz’altro una grande opportunità per favorire i processi di sviluppo sostenibile, dall’altra la stessa industria dell’ICT rappresenta una potenziale minaccia per l’ambiente e per l’ecosistema.
L’Information & Communication Technology ha impatti sempre più profondi sul mondo e sulla società civile, trasformandola e trasformando l’economia. Negli ultimi dieci anni il tema delle relazioni tra ICT, business e società è stato analizzato nei dettagli e da diversi punti di vista, ma troppo poco spazio è stato lasciato allo studio delle implicazioni che tali processi hanno sull’ambiente.


È immediato pensare al fatto che settori come i sistemi di trasformazione dell’energia o l’industria producano un grande impatto ambientale e come tali siano da tenere sotto controllo, ma è necessario rendersi conto di come le tecnologie dell’informazione possano avere pari rilevanza rispetto ai possibili impatti con l’ambiente, tanto in positivo quanto in negativo.
Da una parte, infatti, esse contribuiscono senz’altro ad aumentare l’efficienza dei sistemi di produzione e di distribuzione, incrementandone l’efficacia e facilitando così l’abbattimento dei consumi energetici. Ma dall’altra, per lo stesso motivo – essendo un fattore determinante per la crescita economica ed in tal modo favorendo la riduzione dei prezzi al consumo – si può ragionevolmente ipotizzare (United Nations University – Environment and Sustainable Development Programme) che l’I&CT stimoli un aumento dei consumi, con il risultato che questo non sia compensato dall’aumento di efficienza, ottenendo così, complessivamente, un impatto negativo in termini di sostenibilità ambientale. In poche parole, il rischio è che gli svantaggi portati dall’I&CT – in un bilancio complessivo – siano più dei vantaggi.
La scarsa attenzione a tale problematica è evidenziata dal fatto che attualmente non esistono studi che inquadrino complessivamente il problema fornendo una visione completa di tale tematica, essendo l’attività dei ricercatori concentrata in analisi parziali (ma non certo per questo meno complesse) di aspetti specifici del problema.
(Fine della prima parte)


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