Il blog di Stefano Epifani
Appunti su Web, Tecnologia, Società...

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agosto, 2007

Che fare di tipi come questi, o questi? Non tanto per la sostanza dei contenuti, quanto per la forma. E sono per giunta quasi sempre anonimi (ovviamente). Io, uno che entriasse a casa mia senza presentarsi e parlando in questo modo, impiegherei tre minuti a sbatterlo fuori dalla porta.


Perchè se lo cancello da qui passo per censore?


Lo so che chi legge poi capisce, ma un bel “delete” darebbe tanta soddisfazione… e voi, che ne pensate?


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Massimo fa alcune valutazioni sulla pubblicità che Google paventa di propinare agli utenti YouTube. In particolare, pensa alle critiche di quegli utenti che vedranno spinta a forza la pubblicità nei loro video.



“non mi piacerebbe mica troppo che un mio filmato amatoriale qualsiasi, sepolto nella coda lunga dei contenuti che interessano poche persone (sono cosi’ la maggioranza dei contenuti simili su Youtube) venga militarmente occupato da uno spot a caso”


e sono convinto che il malcontento – a torto o ragione – sarà diffuso.

Ma mi chiedo: c’è un’altra soluzione?


In altri termini, il servizio è gratuito (anche se sugli UGC a volte la penso in questo modo), ed il business model ne consentirebbe (forse) la sostenibilità.

L’alternativa? Paghi un fee e dai video (i tuoi) sparisce la pubblicità, ma quanti sceglierebbero questa strada?


NB: Ineccepibile questo commento di Massimo Moruzzi: ma sei sicuro, Massimo, che non ci limiteremmo a cambiare proprietario? :-)


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Ultimamente una cara amica e collega di vecchia data mi ha chiesto un intervento per un libro sul tema della comunicazione delle imprese sportive.


Nella parte centrale del mio intervento affronto in maniera generale un tema del quale più volte si è parlato da queste parti: il cambiamento della comunicazione a valle dell’avvento dei nuovi media. Pensando di fare cosa gradita ai malcapitati amici che passano da queste parti, ho “staccato” la parte centrale (quella più generale, appunto) dal resto del testo, riportandola in allegato.


Nulla di più di un breve paper sul rapporto tra tecnologia e media, che come al solito mi fa piacere condividere con voi, in attesa dei vostri sempre utili commenti…


Scarica: Reti_e_Media.pdf



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Non c’è che dire: davvero da manuale un messaggio del moderatore del forum di TopHost del quale vengo a conoscenza tramite Napolux.
Non conosco l’azienda, ma il suggerimento è di leggere il post perchè è davvero un fantastico concentrato di tutto ciò che non si deve fare nella comunicazione d’impresa…


Si parte con un inconsapevole svilimento del target (“…mettere anche il più squattrinato dei ragazzi in condizione di avere un suo sito“) che fa si che implicitamente si posizioni il brand dell’azienda in uno dei posti peggiori possibili (“molto risparmio = poca qualità” è un’equazione difficile da sradicare, e poi nessuno ama sentirsi definire “squattrinato“).


Si prosegue con sgrammaticature varie (“certo abbiamo problemi, come li hanno tutti dei quali siamo molto consci” ehh… le virgole!) che celano un riconoscimento del fatto che i problemi ci sono davvero. Ma che volete farci, chi non ne ha, sembra dire (e poi dice) l’incauto moderatore…


Poi c’è un’autoincensazione in grassetto (“non possiamo non rilevare che la disponibilità dei servizi sia comunque alta“). Ragazzi, chi si loda si sbroda…


Ma qui c’è la chicca: l’apoteosi del “cosa non fare“: Prima si comincia a sbeffeggiare genericamente i clienti che hanno protestato, definendoli come dei “gruppetti” che agiscono “in giro per la rete” con “acredine e violenza“. E poi, addirittura, additanto al pubblico ludibrio alcuni di essi. Si va dal “Giornalista Radical scic” (che sarebbe Luca Conti) al “nostalgico” che parla di “Pueblo Unito” (che sarebbe sw4n), passando per l’”illuminato altruista” (Aggery).


Si conclude con una meravigliosa captatio benevolentiae nella quale si chiede ai “clienti soddisfatti” di manifestarsi, per esprimere solidarietà alla povera azienda in cerca di conferme…


Che dire? Non conoscevo se non per sentito dire TopHost prima di questa simpatica faccenda, non esprimo quindi giudizi sul fatto in sè… Ciò che è certo, è che i ragazzi di TopHost non escono a testa alta da questa storia, dimostrando di non sapere che la comunicazione d’impresa è una cosa seria, che la comunicazione di crisi ha regole precise e che le aziende non sono il luogo dal quale sfogarsi delle paturnie adolescenziali come sembra aver fatto l’incauto moderatore.


Capisco l’ingenuità e la buona fede, ma a tutto c’è un limite…


Update delle 18.00: pensavo di aver visto tutto, ma con questa i signori di TopHost si sono superati. Che il condizionamento delle sale server funzioni male ed il caldo dia alla testa?


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Ora che la faccenda di Robin Good si è conclusa per il meglio, posso dire la mia con serenità.


Che io, pur apprezzando il personaggio, non condivida il suo modo di fare alcune cose non è certo un mistero. Ma al di là di questo, ritengo che dei molti post scritti sull’argomento tra i più rappresentativi delle diverse interpretazioni del fatto vi siano quelli dei due Marchi (Cattaneo e Calzolari).



  • Il primo sostiene che Robin Good abbia peccato di ingenuità (nella migliore delle ipotesi) nell’affidarsi ad un solo canale di promozione. Come dargli torto?
  • Il secondo pone una vera e propria “Questione Digitale”. Come dargli torto?

Cattaneo e Camisani mettono in evidenza due grandi problemi che nascono da quello che è successo a Master New Media e che – in sostanza – vanno ben al di là della specificità del caso di Robin Good.


Il problema che pone Marco Cattaneo è di Merito, quello di Marco Camisani Calzolari è di Metodo.


Nel merito, un business model come quello di Robin Good ha dei risvolti suicidi ora decisamente evidenti anche allo stesso Robin Good. Parlare con tanta foga di editoria indipendente per scoprirsi poi completamente dipendenti da Google non deve essere così entusiasmante. E il business model di Robin Good – come del resto quello di migliaia di altre piccole e medie iniziative editoriali e non – è strettamente connesso alle decisioni ed agli eventuali capricci di Google. Non mi sentieri tanto indipendente se vivessi con la gola in una ghigliottina che sta a Mountain View.


Nel metodo, in effetti è difficile non metterla, la testa, nella ghigliottina, vista la condizione di monopolio di fatto di Google, che rende assolutamente leciti alcuni dei dubbi che si pone e che ci pone Marco Camisani Calzolari.


Di fatto oggi Google è il gateway verso l’informazione. La visibilità o la scomparsa dal mondo digitale (e quindi da una buona metà del mondo, mi verrebbe da dire) dipendono da un solo attore. Un attore che ci invita a non essere malvagi (e di fatto a non fidarci degli altri malvagi), ma che per primo ha tutte le carte per esserlo. E che quando vuole sa esserlo (si pensi alla questione cinese, ad esempio).


Ne ho parlato in tono evidentemente satirico qualche tempo fa, ma ritengo che la questione sia decisamente seria. Google è un’azienda privata, è vero, ma non per questo deve necessariamente poter fare ciò che vuole. Oggi il mondo “digitale” ed il mondo “analogico” sono sempre più inestricabilmente connessi. I diritti degli “abitanti” della rete prima o poi dovranno diventare un tema di rilievo per chi si occupa di diritto, un diritto che oggi è ancora completamente analogico, in un mondo che analogico non lo è più da tempo.


Se è vero che l’informazione pubblica è un bene comune, come tale deve essere trattata. Nè il fatto di essere un attore privato, nel momento in cui il proprio operato nella sostanza impatta sulle azioni della collettività, può esimere tale attore dal dover affrontare il problema. Già avviene (o dovrebbe avvenire) nei diversi ambiti che vedono attori privati coinvolti nella gestione di risorse pubbliche. Dall’acqua al gas, dalle autostrade, alla dimensione fisica delle reti esistono norme e regole che gli attori coinvolti nella gestione dovrebbero essere tenuti a rispettare.


Non vedo perchè chi gestisce un bene pubblico come l’informazione (e gestire l’accesso all’informazione vuol dire nella sostanza gestire l’informazione) possa non doversene preoccupare.


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Perderemo l’abitudine di vedere gli uffici pieni di gente con la testa inclinata da un lato per fermare la cornetta del telefono sulla spalla, mentre prende gli appunti? Forse si. Vi è infatti un nuovo apparecchio telefonico che ci consentirà di continuare il nostro lavoro, di adoperare tranquillamente ambedue le mani mentre parliamo al telefono. La sua funzione è duplice: se si tiene appoggiato sul tavolo, la voce ci arriva tramite un altoparlante e noi parliamo come in un microfono. Se la telefonata è riservata e confidenziale, invece, si può tenere in mano l’apparecchio, come un normale telefono, escludendo l’altoparlante e inserendo una normale capsula telefonica. Un’altra particolarità dell’apparecchio è la mancanza del disco con i numeri: per facilitare l’utente, ad ogni numero corrisponde un tasto (un poco come nelle calcolatrici, per intenderci) ed il numero telefonico viene composto premendo i vari tasti corrispondenti secondo l’ordine desiderato.


(Trovato in cantina, in una brochure datata 1974)


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