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Archivio per settembre 2007

Ignoranza, presunzione, concorso di colpa

29 settembre 2007

A volte succedono cose che mi lasciano basito, perplesso e pure un po’ triste. Oggi giornata d’esami (di sabato, ahimè!). Tocca ad una ragazza (mai vista: non frequentante). Sguardo sveglio, forse un po’ intimorita, ma tutto sommato relativamente tranquilla.


L’esame procede… Si parla prima di comunità virtuali, quindi di altri argomenti, sino a che non mi viene in mente la fatidica domanda “Mi parli un po’ del Web 2.0“: sguardo vitreo, sorriso imbarazzato. “Bhè, in realtà questo argomento non lo conosco proprio“. Sono un po’ perplesso, ma meglio non insistere, passiamo ad altro. E l’altro prosegue su toni alterni, sino ad arrivare al momento del voto.


Pensavo ad un ventidue, sperando che lo rifiutasse per rivederla e chiederle di prepararsi qualcosa sul Web2.0, perchè sono convinto che un esame che si chiama “Comunicazione Interattiva” non possa essere superato senza nemmeno sapere cosa sia (anche solo per sentito dire) il Web 2.0. Ma prima che riesca a dirle il voto la ragazza, per giustificarsi delle sue lacune, mi fa questo discorso: “Sa, è che ho trovato lavoro, e da allora le mie priorità sono cambiate. Non mi interessano tanto le definizioni e le cose accademiche, sono focalizzata su quelle competenze che mi possono aiutare nel mio lavoro“. Un po’ perplesso chiedo: “e che lavoro fa?”. Risposta: “Lavoro in un centro media(…bhè, in effetti cosa c’entrano il Web 2.0, i blog, google, i social network e tutto ciò che ne consegue con il lavoro di un centro media???).


Ora io mi chiedo, può un giovane professionista (o aspirante presunto tale) non rendersi conto che un fenomeno del quale afferma candidamente non soltanto di non sapere nulla, ma anche di non volerne sapere, è in effetti qualcosa che sta mutando radicalmente quello che dovrebbe essere il suo lavoro?


Ma d’altro canto mi rendo conto che la colpa non è soltanto della mia ingenua studentessa, ma anche nostra. E per nostra intendo dell’Università: di un’Università – quella italiana – che ormai viene vissuta come avulsa dal mondo reale al punto che anche quando i corsi sono tutt’altro che lontani dal mondo del lavoro vengono percepiti come distanti da esso.


E quindi, da una parte c’è una studentessa (ma non è certo l’unica che ho visto negli anni) che è talmente lontana dalla consapevolezza di ciò che dovrebbe fare nel suo lavoro al punto da non immaginare nemmeno cosa dovrebbe sapere. Dall’altra c’è l’Università (cioè noi), colpevole di non averglielo fatto capire.


E tutto questo ci riporta – evidentemente – a due problemi più generali.



  • Da una parte l’incapacità di una parte dei nostri giovani di leggere il mondo nel quale dovrebbero muoversi e lavorare. Del mondo nel quale dovrebbero diventare professionisti, ed al più – ragionando come la mia incauta studentessa – riusciranno al massimo a diventare praticanti (o praticoni).
  • Dall’altra, la concezione del ruolo dell’Università, che viene vissuta troppo spesso come “accademia” anche quando non lo merita. E del termine stesso “accademia”, al quale viene conferita orma esclusivamente un’accezione negativa. “Accademico” è divenuto sinonimo di “lontano“, di “astratto“, di “avulso dal reale“. Di inutile insomma. Tutto ciò è in parte senz’altro vero, ma generalizzare vuol dire cancellare il lavoro di centinaia di persone che si adoperano perchè l’Accademia (con la A maiuscola) possa essere ben altro. Tempo fa, in un convegno al quale mi aveva (incautamente) invitato Veronica (la quale da allora mi ha tolto il saluto :( ), si era sfiorato un importante discorso, quello del ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea. E’ un discorso che – prima o poi – mi piacerebbe riprendere…

ah già, alla studentessa non ho proposto il 22, le ho direttamente chiesto di ripresentarsi


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Cronache Universitarie

Tolleranza Zoro

26 settembre 2007

Di solito da queste parti non faccio segnalazioni. Ma Diego ricomincia, e mi tocca fare un’eccezione


Stavolta il Grande Fratello non c’entra e si parla direttamente (anche) di (storia della) Politica. Il progetto si chiama Tolleranza Zoro, e penso proprio che ne vedremo delle belle…


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Considerazioni Sparse

Sulle inestricabili connessioni tra Web, Groviera e Conoscenza

25 settembre 2007

Gianni Marconato è uno dei pochi ad esser sempre capaci di offrire spunti interessanti anche rispetto ad un tema trito e ritrito come l’e-learning. In questo post, ad esempio, riprende una citazione di Louis Berry nella quale il professore di Pittsburgh afferma che la rappresentazione della conoscenza sul Web è come il formaggio svizzero: ampia, sottile e piena di buchi.


Ciò, secondo Gianni, porta ad una minaccia per abilità cognitive come l’attenzione, la riflessione, la comprensione. Che siano diverse le ricerche che tendono a dimostrare come le strutture ipertestuali tendano ad ingenerare confusione nell’utente non v’è dubbio (Marchionini già nel 1988 parlava di HyperChaos).


Il dubbio, invece, mi viene quando penso al fatto che – riprendendo la metafora di Berry – un chilo di groviera ed un chilo di pecorino hanno evidentemente lo stesso peso, ma il grovierà è più voluminoso, e quindi appare più leggero.


Lasciando da parte le metafore alimentari, cerco di essere più esplicito. Gli studi sui livelli di attenzione e sulle potenzialità del cognitive retraining (inteso non in senso terapeutico, ovviamente) partono da modelli di analisi basati su approcci ed euristiche consolidati, di tipo essenzialmente lineare (come dire che si tratta di chiedere ad un appassionato di pecorino se gli piace il groviera). In uno studio condotto qualche anno fa si è dimostrato come i bambini che imparano a leggere attraverso un sistema ipertestuale acquisiscono da subito capacità di muoversi in tale sistema nettamente superiori alla media dei bambini che hanno seguito percorsi di apprendimento tradizionali. In altri termini, riescono a fruire di un sistema in cui la conoscenza è presentata in modo diverso con un rapporto efficienza/efficacia migliore.


Il punto, quindi, non è tanto se il web sia adatto o meno a rappresentare la conoscenza, quanto piuttosto se il nostro modo di rappresentarla (e quindi di fruirne) sia adeguato o meno ad una struttura come il Web. Non si sta qui teorizzando il primato dello strumento sull’essere umano, ma va dato atto al fatto che – disponendo di un sistema di rappresentazione della conocenza di tipo indubbiamente nuovo – sia necessario comprenderne le logiche per sfruttarlo al meglio.


Con il Web, e più in generale con le strutture ipermediali, cambia la struttura intrinseca di rappresentazione della conoscenza e ciò non può non entrare in relazione con la nostra capacità di fruirne.


Il vostro parere, ovviamente, è sempre il benvenuto…


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Nabaztag: perchè il tecnoleporide non è “solo” un gioco

20 settembre 2007

Da un paio di giorni molti blog parlano di Nabaztag, coniglio elettronico nato da un incrocio tra un bollilatte con le orecchie ed una scheda WiFi e pensato per interagire con il suo “padrone” (ossia l’utente).


Il tecnoconiglio legge la posta ed i feed RSS, fa da segreteria telefonica, muove le orecchie ed altre più o meno utili amenità riassunte nel sito a lui (o ad “esso”) dedicato. Naturalmente, come altri suoi illustri predecessori, attira su di sé commenti positivi e negativi, diventando nel contempo – a seconda dei punti di vista – l’ultima moda per i geek e l’ultima risorsa dei nerd.


Tuttavia, sarebbe forse un errore quello di bollare l’oggetto al più come un semplice giochino per geek con crisi affettive. Ciò che c’è di interessante in Nabaztag, infatti, paradossalmente va ben oltre Nabaztag. Senza arrivare agli eccessi di Stross, in cui gatti meccanici assurgono al ruolo di semidei, l’oggetto è un interessante sintomo di una importante tendenza. Una tendenza che vede l’informatica “uscire” dai PC per entrare nelle cose. Cose che – una volta ibridate con un PC – diverranno cose completamente nuove. Nabaztag non è lontano da ciò che saranno le nostre automobili tra qualche anno. Rientra nello stesso filone di molti altri tentativi, alcuni falliti e qualcuno di successo, di far si che non sia più l’utente a doversi “piegare alle logiche dalla macchina” per usarla, ma siano gli oggetti, forti della “logica informatica” ad essi sottesa, ad interagire dinamicamente con l’utente.


In questo contesto, il computer esce dalle scrivanie sulle quali è stato sinora relegato e si nasconde nelle cose. Conferendo loro la capacità di interagire, tra di loro, con il sistema e con i loro utenti. Mark Weiser parlava di Ubiquitous Computing lanciando i processi di interazione uomo-macchina in una prospettiva nuova e per certi versi inedita. Una prospettiva che parte dal presupposto che il vero progresso non sarà testimoniato dalla nostra capacità di realizzare interfacce sempre più efficaci, quanto piuttosto dalla nostra capacità di far letteralmente scomparire le interfacce annullando così la soglia di stress cognitivo che qualsiasi interfaccia richiede per essere appresa. L’interfaccia migliore, in sostanza, è quella che scompare agli occhi dell’utente rispetto alla funzione per la quale è stata concepita.


L’utilità specifica di Nabaztag potrà pure essere marginale, ma ciò che contribuisce a rappresentare è tutt’altro che da sottovalutare.


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Fenomenologia del Blog: i Troll

19 settembre 2007

Razzolano nel blog come grilli talpa in un giardino.
Creaturine infestanti e fastidiose, ne esistono di diverse sottospecie:



  • c’è il contrario a priori, che per il gusto di dissentire contraddice qualsiasi cosa si dica, anche se stesso;
  • c’è il paguro, che inopinatamente si appropria dei commenti per usarli come surrogato di un suo blog, scrivendone di chilometrici e gelando qualsiasi altro potenziale commentatore;
  • c’è l’anonimo, che non si firma mai ma sai che è sempre lo stesso perchè ne riconosci gli errori di ortografia (pardon… lo stile);
  • c’è l’ossessivo compulsivo, che qualsiasi sia l’argomento, riporta la discussione al tema che lo affligge (pardon… interessa);
  • c’è l’entusiasta, che sistematicamente loda ogni post e le virtù del suo estensore in maniera tale da far arrossire persino OJ Simpson (vabbè… fa piacere, ma sempre un troll è…);

ma c’è giustizia nella blogosfera: ognuno ha i troll che si merita.


E voi, che troll avete?



  • ninna suggerisce il maniaco, chiedendosi perchè se lo meriti…
  • Federico allarga il problema agli Urisk;
  • Marco e Luciano gli danno persino nome e cognome;
  • Caterina ci presenta il suo…
  • Stefigno e Maurizio asseriscono che sono problemi che non riguardano le nicchie;
  • Maurizio suggerisce che la soluzione possa essere quella di fare post incomprensibili;
  • Antonio sostiene che fare un bestiario dei troll sia una operazione troppo ardua…
  • Vito Antonio aggiunge la catagoria di quelli che vogliono esserci per forza e non leggono nemmeno il post;
  • Sw4n batte tutti con il suo anonimo minaccioso invidioso violento e scurrile:
  • Dario invidia chi ne ha…

(post in aggiornamento…)


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Considerazioni Sparse

Tra Vico ed i cambi di stagione…

16 settembre 2007

Certe discussioni, nella blogosfera, rischiano di diventare come i cambi di stagione: si fanno ogni anno più volte l’anno (come osserva anche mafe). Averne una prospettiva storica aiuta a comprenderle meglio. La speranza è che si aggiungoano sempre spunti nuovi. Però a volte si rischia la noia


UPDATE del 18/09: tra gli spunti nuovi, Catepol che si da ad efficaci metafore agresti e Alessandro che si da ai grecismi


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Considerazioni Sparse

Google: l’altra faccia della medaglia…

16 settembre 2007

Sa quali siti internet visitiamo. Spesso è al corrente del contenuto delle nostre mail. Sa con chi abbiamo relazioni. Conosce i blog ed i giornali on-line che visitiamo e di questi sa quali articoli leggiamo. Capisce quali sono le pubblicità che ci colpiscono di più. È lui a determinare quali debbano essere le informazioni delle quali possiamo venire a conoscenza con maggiore facilità e quali siano invece quelle da occultare. Sa di molti dei nostri pagamenti on-line. Conosce alcuni dei nostri spostamenti e sa persino se guardiamo un video. E tutto perché siamo noi stessi a fornirgli quotidianamente queste informazioni.
Chi è? Google, naturalmente. Azienda che in un decennio di vita ha contribuito in maniera determinante a plasmare il volto della rete per come la conosciamo oggi. Poco meno di quattro quinti delle ricerche fatte on-line passano per il suo motore di ricerca. Centinaia di milioni di pagine Web vengono quotidianamente esaminate ed indicizzate in un sistema composto da quasi mezzo milione di computer.


Un’azienda che si presenta al mondo con uno slogan che letto con cinismo appare quasi una minaccia: Don’t be Evil. Google promette di non essere malvagia, ossia di non utilizzare “male” i dati di cui dispone su tutti i suoi utenti. Ammonimento o rassicurazione, ciò non ha impedito alla schiera dei critici dell’azienda californiana di paventare un futuro in cui le previsioni orwelliane diverrebbero pallide imitazioni della realtà. Anche perché il concetto di “male” spesso è relativo, come dimostrano le vicissitudini di Google e di Yahoo in Cina. Ed è innegabile che il potere in mano all’azienda statunitense sia potenzialmente enorme.


Che Google usi o meno tale potere è solo parte del problema. Un problema che se oggi riguarda Google in futuro potrebbe riguardare anche altri operatori. Ed il problema è quello della tutela delle libertà individuali in un epoca in cui esse dipendono strettamente dall’accesso alle informazioni digitali. Informazioni degli utenti, informazioni sugli utenti. Il problema – quindi – non è tanto se Google sia o meno malvagio, ma come fare per creare il sistema regolamentare che eviti che “un” google possa diventarlo.


PS: l’avevo scritto per e-Polis, ma è saltata l’uscita domenicale! :-)


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Come Costruire Un Ordigno Nucleare (e ora censurami il blog, pirla!)

11 settembre 2007

Se questa notizia è vera, questo signore è un imbecille o, nella migliore delle ipotesi, un ignorante.
Soltanto chi non sa di cosa parla, infatti, può pensare di impedire attraverso una procedura automatica l’accesso ad informazioni on-line potenzialmente pericolose ed utilizzabili a scopi terroristici.
Non si tratta, come in altri casi (parimenti inefficaci, peraltro), di inibire l’accesso ad un sito, ma ad una intera categoria di informazioni, in un modo che farebbe impallidire la Cina. Le mie impressioni sull’incapacità degli analisti che si occupano di terrorismo temo debbano spostarsi anche verso i politici che ne parlano.



“I do intend to carry out a clear exploring exercise with the private sector - afferma il pernicioso Frattini - on how it is possible to use technology to prevent people from using or searching dangerous words like bomb, kill, genocide or terrorism”.


Meno male che poi specifica magnanimo che:



“there would be no bar on opinion, analysis or historical information but operational instructions useful to terrorists should be blocked”.


Ma la frase più infida e pericolosa è questa:



“The right balance, in my view, is to give priority to the protection of absolute rights and, first of all, right to life”


E quindi, in ultima analisi, ben venga la vita in uno Stato di Polizia, se questo ci garantisce contro i possibili rischi del terrorismo, che è lo spauracchio di turno per far bere all’opinione pubblica quest’overdose di idiozie.
E quindi è giusto censurare internet, e perchè no magari i giornali, e la TV, se questo serve per garantire quel diritto assoluto che è il diritto alla vita.
E quindi è giusto anche impedire gli assembramenti di più di tre persone, perchè queste potrebbero cospirare pianificando atti di terrorismo.
E quindi…


(Via Aghost)
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8 settembre 2007

Ora sarei dovuto essere qui
Invece sono costretto a non muovermi da qui
Qualcosa riesce sempre ad agire perchè io non sia padrone del mio tempo.

Meglio che non scriva altro… sono decisamente …come dire …alterato?
…no, incazzato suona meglio…

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