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Archivio per la categoria ‘Considerazioni Sparse’

Avevamo davvero bisogno di un Codice Azuni?

10 agosto 2010

Agosto, moglie mia non ti conosco. E così, mentre i più sono al mare ed in montagna, gli instancabili prodi (con la minuscola) del Ministro della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione hanno partorito un altro codice. Eh si, perchè non bastava il pessimo lavoro sul povero Codice dell’Amministrazione Digitale (non lo conoscevate? beh, non preoccupatevi, è probabilmente il codice meno applicato della storia del Diritto italiano). Con un guizzo estivo ecco che l’ineffabile Ministro partorisce il Codice Azuni, andando a ripescare il povero Domenico Alberto Azuni. Perchè riesumare l’esperto di diritto mercantile lo spiega lo stesso sito citando il giurista sardo:

[...] non si è però fino a quest’ora pensato di ridurli a norma tale, onde possa ciascuno avervi all’uopo quell’opportuno ricorso che vaglia un Giudice, per rintracciare in un subito i fondamenti della giustizia [...]

Azuni parla degli “usi, e costumi universalmente ricevuti, e adottati, su i quali è fondata la Giurisprudenza Mercantile“. I Brunetta’s Boy (qui l’elenco) parlano invece degli usi e costumi di Internet. E così, mentre sono anni che si parla di Internet Governance ecco che il nostro Ministro (non il Ministero, attenzione: si evince dalla testata del sito) decide di far partire una iniziativa “bottom up” che in un mese (guardacaso Agosto) raccolga tramite una mailing list (che però è un indirizzo e-mail one-way – abolita qualsiasi discussione) le idee dalla Rete, per definire quelle che potranno poi diventare le regole in grado di “tutelare e garantire – come nei mari descritti da Azuni – partecipazione, sicurezza e libertà” (il corsivo è preso dal sito).

Insomma, di che stiamo parlando? Vogliamo “rintracciare subito i fondamenti della giustizia per le faccende della rete” (cosa che, per inciso, fa rabbrividire). Ed ecco formato l’ennesimo tavolo “di lavoro” destinato a produrre nulla, parorito per di più in fretta e che non si sa bene dove vada a parare. E così, mentre di Internet Governance si parla da tempo, cercando di definire linee guida ragionevoli nella difficile ricerca di un percorso che tuteli quella libertà che rappresenta un elemento imprescindibile e costitutivo della rete e quella legalità che ne deve rappresentare una condizione d’esistenza, ecco che spunta fuori all’improvviso il tavolo balneare del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione. Ed ecco che spunta una beta version del Codice, che non è un codice ma una specie di programma di lavoro e che non fa altro che ribadire quanto scritto qua e là nel sito, senza mai, mai mai declinare in maniera ragionata cosa dovrebbe, questo codice, codificare. Net Neutrality? forse. Privacy? forse. Internet come diritto universale? forse. Forse. Forse. Forse. Ed in una marea di forse affoga per l’ennesima volta la speranza che in questo Paese si smetta di perder tempo in tavoli di lavoro e si cominci – finalmente – a fare qualcosa. Ed a quelli che diranno che “questo tavolo è qualcosa, e non bisogna essere disfattisti”, rispondo che questo tavolo è – il futuro lo dimostrerà – l’ennesimo esempio di come si fanno le cose in Italia. Parole, parole, parole. Altrove definiscono Internet diritto universale. In Italia la prima preoccupazione è quella di “difendersi” dai rischi che potrebbe presentare. Codificando, normando, legificando. E scordandosi che le norme ci sono. Senza però ricordarsi di fare quanto sarebbe necessario per cogliere le opportunità che la Rete reca.

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Excite e la scomparsa della memoria

7 agosto 2010

Leggo da Diego del fatto che quattro giorni fa Excite, con un solo  click, ha giustiziato tutti i suoi blog. Leggo eppure resto incredulo. Non posso credere che sia successo, e non posso credere che sia successo senza rumore. Centinaia di migliaia di post cancellati, di esperienze, di racconti di vita, di storie, di voci che sono ormai scomparse dalla rete. In effetti – ad oggi – nessuno dei blog di Excite pare raggiungibile. Rimandano tutti alla home page del sito. Senza un segnale, un avviso, (una parola di cordoglio?). Nulla. Come se non fossero mai stati. Voglio sperare che abbiano comunicato per tempo a tutti gli utenti dell’intenzione di cancellare la loro identità digitale. Voglio sperare che lo abbiano fatto nelle modalità opportune, con i giusti tempi. Con la possibilità di accedere – almeno per un certo periodo di tempo – ad un sistema di recupero dei dati. Insomma, con la responsabilità che un’azione del genere comporta. Si, la responsabilità. Perchè se è indubbio che legalmente cancellare (uccidere?) un blog sia lecito (eh si, quelle clausole in piccolo sottoscritte e mai lette autorizzano ben altro che la cancellazione senza preavviso dei dati), non è detto che lo sia dal punto di vista morale.

Moralità, parola grossa da usare per un blog. Eppure non credo ne esista altra migliore. Perchè non c’è molta differenza tra chi chiude un blog senza preavviso e chi brucia l’ultima copia di un libro. Bruciare un libro non è reato. Eppure farlo è abiezione.

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Ci mancava la FIEG…

23 aprile 2010

Ci si mette anche la FIEG. Nelle intenzioni di Carlo Malinconico la soluzione alla disastrata situazione dell’Editoria italiana (soluzione transitoria, per carità!) dovrebbe essere data dalla Rete. Eh si, perchè agli utenti internet non basta pagare l’iniquo compenso dell’ineffabile Bondi. Dovrebbero pagare una  tassa (tassa piccola, per carità!) anche per supportare il settore dell’editoria. D’altro canto, è innegabile che la colpa del tracollo del settore editoriale sia di Internet.

Questa Rete cattiva, che fa fallire le major per la pirateria e dissesta l’editoria con tutte queste informazioni on-line. Questa Rete nefasta, i cui utenti devono pagare, pagare, pagare. Devono pagare colpe che non sono loro. Pagano la colpa di vivere in un paese che vede nella Rete una minaccia piuttosto che un’opportunità. Pagano la colpa del fatto che in Italia invece di investire nell’innovazione per favorirla, si ideano nuove tasse per proteggere dinosauri della cui scomparsa non solo nessuno si accorgerebbe, ma molti giorebbero. Pagano il peso di un mondo vecchio, che si rifiuta di cambiare, che non vuol morire e vive come un virus, sulle spalle di un organismo che finirà per consumarsi.

Le affermazioni di Malinconico non sono gravi perchè figlie dell’ignoranza. Non sono abberranti perchè generate dalla malafede. Sono disastrose perchè rischiano di essere ascoltate da una classe dirigente da gerontocomio, che pur di mantenere lo status quo è tranquillamente disponibile, anzi bendisposta a sacrificare i suoi figli. A sacrificare il futuro del Paese. E quindi eccoci qui, che invece di indignarci perchè l’Italia non investe in innovazione, non spende per le reti a banda larga, non si adopera per combattere il digital divide, ci troviamo costretti ad ascoltare i farneticamenti di chi, invece di lavorare per favorire il cambiamento, vorrebbe seppellire l’innovazione sotto tasse e balzelli. Vorrebbe che nulla cambiasse mai. Vorrebbe un sistema statico. Fermo. Immutabile. E non capisce ( o forse non vuole capire) che l’immutabilità che tanto ricerca è il germe della malattia che ci sta consumando dal di dentro. Che sta avvicinando il nostro Paese al terzo mondo, piuttosto che spingerlo a migliorarsi.

E quindi nessuna meraviglia per l’ultima idea di Malinconico, figlia di una classe dirigente che guarda al passato preoccupata che nulla cambi, che nulla si muova. Che nulla la insidi.

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Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale: un’altra occasione mancata

10 aprile 2010

L’Italia brilla per la presenza di leggi discusse, emanate e poi completamente inapplicate, ma quanto al Codice dell’Amministrazione Digitale probabilmente è riuscita a superare sé stessa.

Il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD, per gli amici), nasce nell’ormai lontano 2005, sancendo alcuni importanti principi inerenti il processo di digitalizzazione della PA. Ma la latitanza dei regolamenti attuativi, l’assenza di reale interesse da parte della PA e mille altri motivi ne hanno fatto nella sostanza lettera morta. Questo sino a che il Ministro Brunetta, in concomitanza delle elezioni Regionali (!), non ha pensato bene (e in tutta fretta) di rilanciarlo, varando il “Nuovo CAD“. Meraviglia delle meraviglie, questo “nuovo” strumento  – usando le parole del Ministro – dovrebbe segnare il passaggio “dall’amministrazione novecentesca, fatta di carta e timbri, all’amministrazione del XXI secolo, digitalizzata e sburocratizzata“.

Meno male che è arrivato il Nuovo CAD, si potrebbe pensare. Ma il condizionale della precedente affermazione è tutt’altro che casuale.

Sono molte le considerazioni di merito che andrebbero fatte…

  • …certo, “un velo di perplessità” non può non emergere leggendo di copie informatiche di documenti informatici
  • …”il vago sospetto” che quattro tipi di firma digitale non vadano proprio incontro all’esigenza di semplificazione espressa dalla delega che ha portato al “nuovo” CAD emerge (ok, ci sono le Normative Europee, ma eravamo ancora in tempo per sfoltire , piuttosto che aggiungere)…
  • …il voler spacciare per “diritto del cittadino” il poter interloquire con la Pubblica Amministrazione tramite la Rete, quando ciò si trasforma nella possibilità per la Pubblica Amministrazione di notificargli atti esclusivamente tramite internet “un po di dubbi” li genera…

ma già autorevoli amici hanno commentato il tema in diverse occasioni.

In generale, l’amara impressione è che invece di digitalizzare la PA si stia tentando di analogizzare l’IT. Ossia, che molte delle norme introdotte tendano a riprodurre – attraverso i supporti informatici – le dinamiche proprie della carta (non sia mai che si re ingegnerizzino i processi piuttosto che automatizzarli).

Quella che invece vorrei fare adesso è una considerazione di metodo.

La versione originale del CAD (non voglio parlare di “vecchio” CAD perchè questo non è un “nuovo” CAD ma un insieme di modifiche al vecchio testo) fu il risultato di una concertazione tra le diverse parti ed i numerosi attori coinvolti. Fu, nel bene e nel male, l’esito di un lavoro complesso e – in buona parte – partecipato. Quello attuale è invece un documento che – persino nella sua stessa forma – contraddice sè stesso.

Al suo interno si parla di trasparenza della PA, quando anche solo trovare il testo passato dal Consiglio dei Ministri è un’opera titanica, visto che sui siti istituzionali è presente soltanto una laconica ed autocelebrativa presentazione in powerpoint. Alla faccia della trasparenza, nessuno si è preoccupato di distribuire il testo in rete, figuriamoci chiedere anche solo un parere ai diversi attori che – a costo zero e per puro spirito di collaborazione – avrebbero potuto fornirlo. Un testo partorito nelle “segrete stanze” di Palazzo Vidoni, alla faccia dell’open government o delle balle del government 2.0, dei quali tanto si parla (e si parla soltanto) nei convegni internazionali.  Convegni buoni, sospetto, esclusivamente per far fare belle visite turistiche alle nutrite delegazioni dei diversi paesi coinvolti. Al suo interno di parla di diritti digitali riducendoli a quattro chiacchiere e senza approfittare dell’occasione – dell’ennesima occasione perduta – per sviluppare davvero un discorso serio sul tema fondamentale dei diritti digitali (quali sono? In che misura sono diritti reali e non si limitano ad essere delle affermazioni di principio? Come possono essere garantiti, o difesi?).

Il nuovo CAD mette una serie di pezze (in alcuni casi peggiori dei buchi che vanno a coprire) al vecchio testo. Senza preoccuparsi minimamente di cogliere l’occasione per definire i principi culturali delle tematiche che affronta. Senza cogliere l’occasione per affrontare i problemi reali che sono sottesi alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione . Proponendo una riforma a costo zero e spacciandola per innovazione rivoluzionaria. Quando già Shumpeter - oltre cinquant’anni fa – ci ha insegnato che non può esistere innovazione a costo zero e che qualsiasi innovazione, inizialmente, richiede un investimento.

Quella di un nuovo CAD, insomma, avrebbe potuto essere una occasione per riflettere davvero sul ruolo e sugli impatti dell’Information & Communication Technlogy sulla Pubblica Amministrazione, tanto dal punto di vista dei processi quanto, soprattutto, dal punto di vista dell’impatto culturale e sociale che la rete ha sulla PA.

Il rischio, ora, è quello che – nella discussione che si spera si sviluppi – non si riesca comunque che a modificare marginalmente i contenuti di un impianto già dato. Insomma, come mettere delle pezze alle pezze. Ottenendo il vestito di un Arlecchino che farà tutt’altro che ridere i cittadini italiani.

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Google condannata in Tribunale. E l’Italia condannata all’oblio

24 febbraio 2010

Quando qualcuno indica la luna, si diceva un tempo, gli stolti guardano il dito. Ma a ben più alti livelli di idiozia riusciamo ad arrivare nel nostro Paese, quando se qualcuno urla in un megafono delle oscenità, siamo così stupidi da prendercela con il produttore del megafono. Eh si, perchè se si vanno ad analizzare i fatti, è questo quello che è successo con la sentenza che condanna tre dirigenti di Google per il caso del ragazzo affetto dalla sindrome di Down maltrattato dai suoi compagni di classe.

Del fatto, del quale hanno appena dato notizia i giornali, ne parlano già Massimo, Ernesto, Metilparaben ed altri. Non vale quindi la pena soffermarsi sulla descrizione delle circostanze, che d’altro canto sono note ormai a tutti.

Vale invece la pena di soffermarsi su ciò che il fatto potrebbe comportare, in termini sostanziali, per lo sviluppo di internet nel nostro Paese. Le previsioni più pessimistiche di Massimiliano Trovato, autore di un bell’e-Book sul tema pubblicato dall’Istituto Bruno leoni nel quale afferma in sostanza che una decisione avversa a Google andrebbe contro il diritto, pare proprio si siano avverate.

E non basta, come sostiene Massimo, “archiviare il fatto nel lungo elenco delle arretratezze culturali di questo paese di fronte alle nuove tecnologie” perchè archiviare è troppo vicino ad accettare. Ed alcuni fatti, alcune situazioni, sono inaccettabili.

E’ inaccettabile, ad esempio, che il sistema politico e quello giudiziario – forse (e drammaticamente) più per crassa ignoranza che per malafede - continuino ad ostinarsi a voler legiferare e giudicare su argomenti che non conoscono e non capiscono. Dei quali non percepiscono i confini, le regole, le caratteristiche. Un pò come se pretendessimo che i guidatori di una carrozza scrivessero il codice della strada per un mondo popolato  da astronavi.

E non serve dire che mancano le leggi, quando poi chi dovrebbe applicarle non sa neanche come declinare quelle che ci sono rispetto al nuovo contesto. Il problema non è costituito dal fatto che mancano le leggi. Le leggi ci sono. Mancano persone in grado di applicarle perchè mancano persone, nei luoghi chiave, che conoscono e capiscono il problema. Così come per lo sport esistono i Giudici sportivi, sarebbe utile che per la rete esistessero Giudici con competenze specifiche, o abbastanza umili (o intelligenti) da farsi affiancare da chi tali competenze le ha. Ma la rete non definisce più un dominio limitato o delimitabile. La rete oggi è il mondo. La rete sta cambiando il mondo. Peccato che chi questo mondo deve regolarlo non se ne renda conto a sufficienza. O, quando se ne rende conto, non faccia altro che cercare di ostacolare un cambiamento che è nei fatti inarrestabile.

Questi non sono problemi che riguardano qualcun altro. Riguardano noi tutti. Noi che scriviamo su un blog, noi  che abbiamo un profilo su facebook, noi che facciamo ricerche con Google. Perchè la libertà non è un diritto acquisito, ma un diritto che va conquistato e riconquistato giorno per giorno.

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Il “merito” dei “nativi digitali”

23 febbraio 2010

In questi giorni in rete si discute – spesso a partire da iniziative indubbiamente interessanti – di Nativi Digitali. Digitali o Micidiali che siano, la mia opinione in merito l’ho espressa anche in passato. Tuttavia l’enfasi sulla “natività digitale” attorno alla quale ruota (ed a volte pare avvitarsi) la discussione, nasconde il rischio di un errore di prospettiva.

Ho la fortuna di passare una parte rilevante del mio tempo assieme a quelli che definiamo “nativi digitali”. Di conoscerne vizi e virtù, pregi e difetti. E quando passo il mio tempo con loro, non vedo il mondo diviso in nativi digitali e nativi analogici, ma semplicemente in giovani ed adulti.

Certo, chiamarli nativi digitali va di moda, fa “sociologichese”, ma ci fa anche correre il rischio di non centrare il punto.

Ed il punto è che tra i giovani ci sono quelli che si perdono dietro Amici ed MTV, che non hanno prospettive, che sono pigri, inebetiti dalla TV, senza idee nè ideali. Ma ci sono anche quelli che son determinati, di buona volontà, con voglia di fare. Consapevoli della difficoltà del contesto nel quale stanno crescendo, ma pronti a dimostrare al mondo che hanno molto da dire. E da fare.

Gli uni e gli altri hanno un profilo su facebook. Gli uni e gli altri sono nativi digitali. Ma non c’è merito nell’esser nativi digitali. Si tratta semplicemente di una condizione. Di un fattore di contesto. Non basta essere nativi digitali per essere persone valide. E soprattutto non basta a noi che loro lo siano per avere una scusa per smettere di esser responsabili nei loro confronti.

Non esiste una generazione di nativi digitali che affronteranno il futuro in modo diverso. Esistono – tra i nativi digitali – dei giovani dotati di talento, che con il nostro aiuto potranno, sapranno e dovranno confrontarsi con un futuro non certo roseo.

E’ vero, Nicola e di suoi coetanei non hanno nessun merito nell’esser nativi digitali. Ma hanno la grande fortuna di essere ragazzi intelligenti ed il grande merito di essere armati di buona volontà. E’ in questo la loro vera risorsa. E’ in questo la speranza del nostro Paese per il suo futuro.

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Buzz: Prove Generali di Grande Fratello

14 febbraio 2010

È nato. È nuovo. È social. È targato google. È Buzz. Ed è un autogoal. Inutile dilungarsi su cosa sia Buzz, chi legge questo blog è probabile che lo sappia bene. In caso contrario, un giro sul blog di Google Italia sarà sufficiente a chiarirsi le idee. Invece penso valga la pena di soffermarsi non su ciò che Google Buzz è o non è, ma che cosa rappresenta. E Google Buzz rappresenta, a mio giudizio, un significativo, rappresentativo, sintomatico, pericoloso autogoal di Google. O meglio, l’autogoal non è Buzz in sè, ma il modo in cui Google lo ha lanciato. Non mi riferisco al fatto che il servizio abbia un assetto funzionale tale da sembrare più un alpha version che una beta, non mi riferisco al fatto che – caso più unico che raro nella politica di lancio dei nuovi prodotti di Google – sia stato lanciato subito per tutta l’utenza, saltanto a piedi pari il consueto prelancio ad invito. Non mi riferisco a tutto ciò.

Qual’è quindi il nocciolo della questione? Il nocciolo della questione consiste nella possibilità di scelta. In quella che per l’azienda di Montain View pare più una prova generale di Grande Fratello che il lancio di un nuovo servizio, Buzz è entrato con la grazia di un elefante in una cristalleria nella delicatissima questione del diritto di scelta dei suoi utenti. Non è (in questo caso) in discussione la politica di gestione dei dati che – consapevolmente o meno – milioni di utenti cedono o concedono a Google ogni volta che scrivono una mail, usano le mappe, fanno una ricerca. Google è una azienda commerciale. Non è il caso di fare i finti ingenui. Non è il caso di cadere dal pero. Non è questo il punto.

Non vale la pena discutere del fatto che Google disponga di infinite informazioni su di noi. Non serve far finta di non sapere che le usi. Ma c’è una differenza sostanziale tra l’advertising contestuale di GMail (ad esempio) ed il fatto che Buzz abbia ricostruito (o tentato di ricostruire) il social network dei propri utenti a partire dagli indirizzi e-mail, collegando oltretutto Buzz al Profilo dell’utente. La differenza consiste nel fatto che nel primo caso l’uso delle informazioni attiene un rapporto privato tra l’utente e google. Nel secondo caso, invece, tale rapporto viene automaticamente “allargato” a tutti gli altri utenti. A tutti gli altri titolari di e-mail che hanno attivato Buzz.

Ora, è evidente che la manovra sia stata portata avanti con l’obiettivo di abbreviare i tempi di popolamento della “Buzzsfera”. Ma è altrettanto evidente che tale tentativo confligga fortemente con la privacy ed il diritto di scelta degli utenti che, abilitato Buzz, si son trovati – senza necessariamente (o esplicitamente) volerlo – letteralmente in piazza.

Sappiamo tutti che i social network stanno ridefinendo il significato ed il ruolo della privacy. Ma proprio per questo è quanto mai importante che gli operatori si muovano, in questo contesto, con i piedi di piombo. Non è questione di cosa sia legalmente fattibile o meno. È, una volta tanto, una questione che riguarda cosa sia eticamente fattibile o meno. Il fatto che le nostre informazioni siano sempre più spesso in piazza non implica automaticamente che l’utente non debba poter avere il diritto di decidere quando mettercele, o quali di esse distribuire. È questa l’essenza di uno dei diritti più importanti: il diritto di scelta. È questo il vero diritto che Google ha violato con Buzz. E se pure ciò non verrà discusso nell’aula di un tribunale, è indubbio che ponga un’ombra sul rapporto di fiducia tra Google ed i suoi utenti. Fiducia sulla quale Google regge il suo impero.

Se – come ha affermato Andrea qui - Buzz fosse targato Microsoft, sarebbe insorto il mondo. Ma don’t be Evil. Google è buona. E quindi ne parla solo una manciata di esperti. Per questo tutto sommato l’autogoal di Google è utile. Utile a ricordarci che ogni volta che cediamo un’informazione essa potrà essere usata. Forse bene, forse male. Non necessariamente con il nostro esplicito consenso. Non necessariamente nel nostro interesse.

Un’azienda come Google, che incide così fortemente sulla vita di ognuno di noi (Dania docet), ha una responsabilità enorme nei confronti dei suoi utenti. Della quale, questa volta, non è stata all’altezza.

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Google Zeitgeist 2009

3 dicembre 2009

Meteo permettendo (lo controllo su yahoo), domani il tempo libero non lo passerò su Facebook e YouTube. Starò ben lontano anche da Netlog ed MSN (che tanto ormai non sono più giovane!). Cercherò su Wikipedia le regole dei giochi della mia infanzia, oppure chiamerò qualche amico per andare a passeggio a Roma

(no, non sono impazzito, è la Zeitgeist 2009)

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Brunetta, studia le licenze CC!!

18 novembre 2009

Leggo sulla pagina dedicata al Copyright del nuovo sito di Brunetta sulla riforma nella Pubblica Amministrazione:

I contenuti del sito – codice di script, grafica, testi, tabelle, immagini, suoni, e ogni altra informazione disponibile in qualunque forma – sono protetti ai sensi della normativa in tema di opere dell’ingegno.

Passi per la grafica, i testi, le tabelle, le immagini, i suoni ed ogni altra informazione disponibile in qualunque forma (per quanto proprio non mi sembra un bel segnale, in epoca di Creative Commons, se lanciato dal Ministro dell’Innovazione), ma proprio non mi spiego il riferimento al “codice di script“. Infatti, a giudicare dagli URL, il sito pare proprio fatto in Drupal e, come è noto, Drupal è rilasciato con licenza GPL.

Ora, passi per il fatto che – andando contro la licenza GPL – da nessuna parte mi sembra sia scritto che il CMS sia stato realizzato utilizzando Drupal, non è proprio il colmo il fatto che gli autori del sito specifichino che anche il codice è protetto dalla normativa in tema di opere dell’ingegno?

[Update delle 13.45]. Che gli autori del sito leggano i blog? Nella pagina in questione è apparsa la citazione a Drupal. Un segnale positivo!

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Banda larga? Se ne può fare a meno…

6 novembre 2009

E ti pareva. Ogni Santo finisce in Gloria, si diceva una volta. E non c’è molto da dire, oggi, riguardo alle dichiarazioni di Letta sul congelamento dei fondi per la Banda Larga. 800 milioni di Euro che “forse conviene usare per altro“, ma che se proprio non serviranno a null’altro allora rimarranno lì, per essere spesi più avanti. Quando potremo permettercelo.

Cambiano i Governi, si avvicendano i colori che li contraddistinguono. Ma una cosa, in Italia, non cambia mai. La concezione ottusa, irriguardosa della realtà, assolutamente ed impietosamente miope del ruolo della Rete nello sviluppo della Società. Una Rete che è concepita come un costo, come qualcosa che può aspettare. Come qualcosa della quale, in fondo in fondo, si può fare a meno. Non è l’ulteriore ritardo che questo rinvio genererà andando ad aggravare una situazione già grave, a preoccupare. Ma la consapevolezza del fatto che manchi completamente, nei nostri governanti, la visione di una Rete  come oppotunità, come investimento, come un elemento sul quale puntare per garantire la competitività e lo sviluppo.

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