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Archivio per la categoria ‘Considerazioni Sparse’

Google condannata in Tribunale. E l’Italia condannata all’oblio

24 febbraio 2010

Quando qualcuno indica la luna, si diceva un tempo, gli stolti guardano il dito. Ma a ben più alti livelli di idiozia riusciamo ad arrivare nel nostro Paese, quando se qualcuno urla in un megafono delle oscenità, siamo così stupidi da prendercela con il produttore del megafono. Eh si, perchè se si vanno ad analizzare i fatti, è questo quello che è successo con la sentenza che condanna tre dirigenti di Google per il caso del ragazzo affetto dalla sindrome di Down maltrattato dai suoi compagni di classe.

Del fatto, del quale hanno appena dato notizia i giornali, ne parlano già Massimo, Ernesto, Metilparaben ed altri. Non vale quindi la pena soffermarsi sulla descrizione delle circostanze, che d’altro canto sono note ormai a tutti.

Vale invece la pena di soffermarsi su ciò che il fatto potrebbe comportare, in termini sostanziali, per lo sviluppo di internet nel nostro Paese. Le previsioni più pessimistiche di Massimiliano Trovato, autore di un bell’e-Book sul tema pubblicato dall’Istituto Bruno leoni nel quale afferma in sostanza che una decisione avversa a Google andrebbe contro il diritto, pare proprio si siano avverate.

E non basta, come sostiene Massimo, “archiviare il fatto nel lungo elenco delle arretratezze culturali di questo paese di fronte alle nuove tecnologie” perchè archiviare è troppo vicino ad accettare. Ed alcuni fatti, alcune situazioni, sono inaccettabili.

E’ inaccettabile, ad esempio, che il sistema politico e quello giudiziario – forse (e drammaticamente) più per crassa ignoranza che per malafede - continuino ad ostinarsi a voler legiferare e giudicare su argomenti che non conoscono e non capiscono. Dei quali non percepiscono i confini, le regole, le caratteristiche. Un pò come se pretendessimo che i guidatori di una carrozza scrivessero il codice della strada per un mondo popolato  da astronavi.

E non serve dire che mancano le leggi, quando poi chi dovrebbe applicarle non sa neanche come declinare quelle che ci sono rispetto al nuovo contesto. Il problema non è costituito dal fatto che mancano le leggi. Le leggi ci sono. Mancano persone in grado di applicarle perchè mancano persone, nei luoghi chiave, che conoscono e capiscono il problema. Così come per lo sport esistono i Giudici sportivi, sarebbe utile che per la rete esistessero Giudici con competenze specifiche, o abbastanza umili (o intelligenti) da farsi affiancare da chi tali competenze le ha. Ma la rete non definisce più un dominio limitato o delimitabile. La rete oggi è il mondo. La rete sta cambiando il mondo. Peccato che chi questo mondo deve regolarlo non se ne renda conto a sufficienza. O, quando se ne rende conto, non faccia altro che cercare di ostacolare un cambiamento che è nei fatti inarrestabile.

Questi non sono problemi che riguardano qualcun altro. Riguardano noi tutti. Noi che scriviamo su un blog, noi  che abbiamo un profilo su facebook, noi che facciamo ricerche con Google. Perchè la libertà non è un diritto acquisito, ma un diritto che va conquistato e riconquistato giorno per giorno.

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Il “merito” dei “nativi digitali”

23 febbraio 2010

In questi giorni in rete si discute – spesso a partire da iniziative indubbiamente interessanti – di Nativi Digitali. Digitali o Micidiali che siano, la mia opinione in merito l’ho espressa anche in passato. Tuttavia l’enfasi sulla “natività digitale” attorno alla quale ruota (ed a volte pare avvitarsi) la discussione, nasconde il rischio di un errore di prospettiva.

Ho la fortuna di passare una parte rilevante del mio tempo assieme a quelli che definiamo “nativi digitali”. Di conoscerne vizi e virtù, pregi e difetti. E quando passo il mio tempo con loro, non vedo il mondo diviso in nativi digitali e nativi analogici, ma semplicemente in giovani ed adulti.

Certo, chiamarli nativi digitali va di moda, fa “sociologichese”, ma ci fa anche correre il rischio di non centrare il punto.

Ed il punto è che tra i giovani ci sono quelli che si perdono dietro Amici ed MTV, che non hanno prospettive, che sono pigri, inebetiti dalla TV, senza idee nè ideali. Ma ci sono anche quelli che son determinati, di buona volontà, con voglia di fare. Consapevoli della difficoltà del contesto nel quale stanno crescendo, ma pronti a dimostrare al mondo che hanno molto da dire. E da fare.

Gli uni e gli altri hanno un profilo su facebook. Gli uni e gli altri sono nativi digitali. Ma non c’è merito nell’esser nativi digitali. Si tratta semplicemente di una condizione. Di un fattore di contesto. Non basta essere nativi digitali per essere persone valide. E soprattutto non basta a noi che loro lo siano per avere una scusa per smettere di esser responsabili nei loro confronti.

Non esiste una generazione di nativi digitali che affronteranno il futuro in modo diverso. Esistono – tra i nativi digitali – dei giovani dotati di talento, che con il nostro aiuto potranno, sapranno e dovranno confrontarsi con un futuro non certo roseo.

E’ vero, Nicola e di suoi coetanei non hanno nessun merito nell’esser nativi digitali. Ma hanno la grande fortuna di essere ragazzi intelligenti ed il grande merito di essere armati di buona volontà. E’ in questo la loro vera risorsa. E’ in questo la speranza del nostro Paese per il suo futuro.

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Buzz: Prove Generali di Grande Fratello

14 febbraio 2010

È nato. È nuovo. È social. È targato google. È Buzz. Ed è un autogoal. Inutile dilungarsi su cosa sia Buzz, chi legge questo blog è probabile che lo sappia bene. In caso contrario, un giro sul blog di Google Italia sarà sufficiente a chiarirsi le idee. Invece penso valga la pena di soffermarsi non su ciò che Google Buzz è o non è, ma che cosa rappresenta. E Google Buzz rappresenta, a mio giudizio, un significativo, rappresentativo, sintomatico, pericoloso autogoal di Google. O meglio, l’autogoal non è Buzz in sè, ma il modo in cui Google lo ha lanciato. Non mi riferisco al fatto che il servizio abbia un assetto funzionale tale da sembrare più un alpha version che una beta, non mi riferisco al fatto che – caso più unico che raro nella politica di lancio dei nuovi prodotti di Google – sia stato lanciato subito per tutta l’utenza, saltanto a piedi pari il consueto prelancio ad invito. Non mi riferisco a tutto ciò.

Qual’è quindi il nocciolo della questione? Il nocciolo della questione consiste nella possibilità di scelta. In quella che per l’azienda di Montain View pare più una prova generale di Grande Fratello che il lancio di un nuovo servizio, Buzz è entrato con la grazia di un elefante in una cristalleria nella delicatissima questione del diritto di scelta dei suoi utenti. Non è (in questo caso) in discussione la politica di gestione dei dati che – consapevolmente o meno – milioni di utenti cedono o concedono a Google ogni volta che scrivono una mail, usano le mappe, fanno una ricerca. Google è una azienda commerciale. Non è il caso di fare i finti ingenui. Non è il caso di cadere dal pero. Non è questo il punto.

Non vale la pena discutere del fatto che Google disponga di infinite informazioni su di noi. Non serve far finta di non sapere che le usi. Ma c’è una differenza sostanziale tra l’advertising contestuale di GMail (ad esempio) ed il fatto che Buzz abbia ricostruito (o tentato di ricostruire) il social network dei propri utenti a partire dagli indirizzi e-mail, collegando oltretutto Buzz al Profilo dell’utente. La differenza consiste nel fatto che nel primo caso l’uso delle informazioni attiene un rapporto privato tra l’utente e google. Nel secondo caso, invece, tale rapporto viene automaticamente “allargato” a tutti gli altri utenti. A tutti gli altri titolari di e-mail che hanno attivato Buzz.

Ora, è evidente che la manovra sia stata portata avanti con l’obiettivo di abbreviare i tempi di popolamento della “Buzzsfera”. Ma è altrettanto evidente che tale tentativo confligga fortemente con la privacy ed il diritto di scelta degli utenti che, abilitato Buzz, si son trovati – senza necessariamente (o esplicitamente) volerlo – letteralmente in piazza.

Sappiamo tutti che i social network stanno ridefinendo il significato ed il ruolo della privacy. Ma proprio per questo è quanto mai importante che gli operatori si muovano, in questo contesto, con i piedi di piombo. Non è questione di cosa sia legalmente fattibile o meno. È, una volta tanto, una questione che riguarda cosa sia eticamente fattibile o meno. Il fatto che le nostre informazioni siano sempre più spesso in piazza non implica automaticamente che l’utente non debba poter avere il diritto di decidere quando mettercele, o quali di esse distribuire. È questa l’essenza di uno dei diritti più importanti: il diritto di scelta. È questo il vero diritto che Google ha violato con Buzz. E se pure ciò non verrà discusso nell’aula di un tribunale, è indubbio che ponga un’ombra sul rapporto di fiducia tra Google ed i suoi utenti. Fiducia sulla quale Google regge il suo impero.

Se – come ha affermato Andrea qui - Buzz fosse targato Microsoft, sarebbe insorto il mondo. Ma don’t be Evil. Google è buona. E quindi ne parla solo una manciata di esperti. Per questo tutto sommato l’autogoal di Google è utile. Utile a ricordarci che ogni volta che cediamo un’informazione essa potrà essere usata. Forse bene, forse male. Non necessariamente con il nostro esplicito consenso. Non necessariamente nel nostro interesse.

Un’azienda come Google, che incide così fortemente sulla vita di ognuno di noi (Dania docet), ha una responsabilità enorme nei confronti dei suoi utenti. Della quale, questa volta, non è stata all’altezza.

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Google Zeitgeist 2009

3 dicembre 2009

Meteo permettendo (lo controllo su yahoo), domani il tempo libero non lo passerò su Facebook e YouTube. Starò ben lontano anche da Netlog ed MSN (che tanto ormai non sono più giovane!). Cercherò su Wikipedia le regole dei giochi della mia infanzia, oppure chiamerò qualche amico per andare a passeggio a Roma

(no, non sono impazzito, è la Zeitgeist 2009)

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Brunetta, studia le licenze CC!!

18 novembre 2009

Leggo sulla pagina dedicata al Copyright del nuovo sito di Brunetta sulla riforma nella Pubblica Amministrazione:

I contenuti del sito – codice di script, grafica, testi, tabelle, immagini, suoni, e ogni altra informazione disponibile in qualunque forma – sono protetti ai sensi della normativa in tema di opere dell’ingegno.

Passi per la grafica, i testi, le tabelle, le immagini, i suoni ed ogni altra informazione disponibile in qualunque forma (per quanto proprio non mi sembra un bel segnale, in epoca di Creative Commons, se lanciato dal Ministro dell’Innovazione), ma proprio non mi spiego il riferimento al “codice di script“. Infatti, a giudicare dagli URL, il sito pare proprio fatto in Drupal e, come è noto, Drupal è rilasciato con licenza GPL.

Ora, passi per il fatto che – andando contro la licenza GPL – da nessuna parte mi sembra sia scritto che il CMS sia stato realizzato utilizzando Drupal, non è proprio il colmo il fatto che gli autori del sito specifichino che anche il codice è protetto dalla normativa in tema di opere dell’ingegno?

[Update delle 13.45]. Che gli autori del sito leggano i blog? Nella pagina in questione è apparsa la citazione a Drupal. Un segnale positivo!

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Banda larga? Se ne può fare a meno…

6 novembre 2009

E ti pareva. Ogni Santo finisce in Gloria, si diceva una volta. E non c’è molto da dire, oggi, riguardo alle dichiarazioni di Letta sul congelamento dei fondi per la Banda Larga. 800 milioni di Euro che “forse conviene usare per altro“, ma che se proprio non serviranno a null’altro allora rimarranno lì, per essere spesi più avanti. Quando potremo permettercelo.

Cambiano i Governi, si avvicendano i colori che li contraddistinguono. Ma una cosa, in Italia, non cambia mai. La concezione ottusa, irriguardosa della realtà, assolutamente ed impietosamente miope del ruolo della Rete nello sviluppo della Società. Una Rete che è concepita come un costo, come qualcosa che può aspettare. Come qualcosa della quale, in fondo in fondo, si può fare a meno. Non è l’ulteriore ritardo che questo rinvio genererà andando ad aggravare una situazione già grave, a preoccupare. Ma la consapevolezza del fatto che manchi completamente, nei nostri governanti, la visione di una Rete  come oppotunità, come investimento, come un elemento sul quale puntare per garantire la competitività e lo sviluppo.

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Siamo drogati, ma non lo sappiamo?

2 novembre 2009

Oggi, leggendo il Sole24Ore, ho appreso che dei miei circa 600 contatti su FaceBook quasi 150 sono malati, e magari non lo sanno.

No, non penso all’H1N1, ma mi riferisco alle dichiarazioni di Federico Tonioni, il coordinatore dell’Ambulatorio del Policlinico Gemelli dedicato all’Internet Addiction Disorder che ha avviato oggi la sua attività. E per inaugurarla, secondo il consueto costume italico, si fa pubblicità con un articolo nell’usuale stile terroristico adottato dalla peggior stampa italiana quando si parla di Internet.  Nel virgolettato dell’articolo Tonioni afferma:

Almeno due iscritti a Facebok su 10 ne sono dipendenti mentre, secondo i dati di uno studio dell’università di Perugia, su 10 persone quattro possono sviluppare abusi o dipendenza da internet, la maggior parte delle volte inconsapevolmente. Si potrebbe dire che questo tipo di patologie di dipendenza da internet si stia diffondendo a livello epidemico

E quindi, se la matematica non è un’opinione, ho 150 amici malati (anzi, almeno 150 amici malati). Tanto per esprimere meglio il dato: di oltre dieci milioni di utenti FaceBook in Italia, ben due milioni sarebbero i malati. Altro che H1N1!

Il vero problema è che l’IAD è una cosa seria, della quale si parla da quasi 15 anni e sulla quale sono stati scritti articoli scientifici di tutto rispetto. Ma tra parlarne seriamente nell’ottica della divulgazione scientifica e scegliere la facile soluzione dello scoop giornalistico, pare proprio che lo psichiatra abbia adottato la strada più semplice. E lo fa nel modo peggiore: parlando di epidemie, di piaghe sociali, di ossessioni. Insomma, di tutto il catalogo da mettere in gioco quando si vuole (s)parlare di  Internet per avere la certezza di essere ascoltati (tanto che spunta fuori, come al solito, anche la pornografia ed il gioco d’azzardo).

Ora, le considerazioni da fare sarebbero diverse, ma mi limito a ad alcune osservazioni a caldo:

  • Ancora una volta, si è scelto di parlare di internet in modo allarmistico, non rendendo un buon servizio al lettore, e men che meno allo sviluppo della rete;
  • La scelta di un approccio allarmistico su un tema delicato come quello della dipendenza da Internet è doppiamente controproducente, perchè da una parte terrorizza chi non sa, dall’altra genera l’indignazione di chi sa;

Infine, un’ultima considerazione: ho l’impressione che a volte chi dovrebbe occuparsi di un fenomeno ne parli senza conoscerlo realmente. Come si fa a dire che un utente su cinque è malato? O che due su cinque possono esserlo? Quali sono i parametri? Quali le metriche? Non sarà che la società cambia, e chi dovrebbe leggerla, interpretarne il cambiamento, comprenderne le dinamiche non se ne accorge e classifica una parte di questo cambiamento come una malattia?

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Una considerazione su Wikipedia…

10 ottobre 2009

Dice il mio amico Maurizio sul tema Wikipedia:

Stiamo arrivando a un punto in cui Wikipedia sta assumendo lo stesso status dei grandi media: l’accettazione acritica dei suoi contenuti. Se ci pensate, è una cosa incredibile: certo, per un’enciclopedia dovrebbe essere il minimo sindacale, ma nessuno si metterebbe a credere aprioristicamente che le informazioni presenti su un sito qualunque siano vere [...] in pochi anni l’enciclopedia è diventata qualcosa da prendere davvero sul serio; io non me lo sarei affatto aspettato

Come sa Frieda, con la quale ho sempre scambiato opinioni in modo “vivace” (ed alla quale va tutta la mia solidarietà per l’assurda vicenda che la vede coinvolta), le mie opinioni su Wikipedia sono varie. E contrastanti. Ma l’osservazione di Maurizio più di altre mi fornisce l’occasione per esprimerne una in particolare, relativa all’affidabilità di Wikipedia. Affidabilità che i sostenitori dell’enciclopedia collaborativa più grande del mondo difendono a spada tratta, e che i suoi detrattori utilizzando come principale arma da rivolgervi contro.

Ma il punto della situazione non è definire se e quanto le voci presenti su Wikipedia siano “affidabili” o meno. Il vero punto è capire se il lettore medio di Wikipedia abbia o meno idea di cosa si trovi ad utilizzare. E dall’affermazione di Maurizio, che di cose wikipediane se ne intende, mi sembra proprio di capire che c’è una forte  discrasia tra quelli che sanno cos’è Wikipedia, e quindi quali sono i suoi limiti, e quelli che invece si limitano ad usarla acriticamente (diciamo un 90% dei suoi utenti?).

L’accettazione acritica dei suoi contenuti è per gli utenti di Wikipedia la norma ormai da anni; tutti quegli anni in cui migliaia di studenti poco accorti di ogni ordine e grado ne hanno imparato a copiare di peso i contenuti per temi, tesi, tesine e compagnia cantante. Maurizio ha ragione: nessuno si metterebbe a credere aprioristicamente che le informazioni presenti su un sito qualunque siano vere (e anche di questo, siamo sicuri?). Ma Wikipedia è un sito qualunque? è considerata un sito qualunque? Decisamente no. E nell’immaginario collettivo assurge al ruolo di fonte attendibile. Anzi, spesso di fonte inequivocabilmente attendibile. Tanto che viene citata  in migliaia e migliaia di tesi.

E qui – a mio modo di vedere le cose – sorge un problema di affidabilità che, per la natura stessa del sistema, non può essere garantita. Chi sa come funziona l’enciclopedia libera è ben conscio di ciò, e quindi valuta i suoi contenuti di conseguenza, ma siamo sicuri che la maggior parte dei visitatori sappia cosa sta utilizzando?

Certo, un problema che non dipende principalmente da Wikipedia ma dai suoi utenti (come dire: il male non è nelle cose ma neglio occhi di chi le guarda), ma che Wikipedia – proprio per rafforzare la sua credibilità – dovrebbe affrontare con più forza di quanto non faccia attualmente.

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Sulla rimediazione della blogosfera…

18 settembre 2009

Capita che Roldano, nella sua foga di polemista, spesso colga nel segno.  E capita che in suo post su FriendFeed si sviluppi una interessante discussione sul rapporto tra quest’ultimo ed i blog.

Uno degli elementi centrali della conversazione, a margine delle osservazioni più o meno caustiche sul rapporto tra blogstar e FF (con un interessante scambio di battute tra Catepol e Giovanni e condivisibilissime osservazioni di Luca), è emerso grazie ad una osservazione dello stesso Roldano:

Io (generale) nel mio blog sono un unicum e posso trascinare le folle (vedi Grillo), qui su FF siamo tutti bene o male paritetici, se escludi il numero di iscritti

Con questa osservazione viene messa in evidenza una differenza fondamentale tra il blog e strumenti come FF, consistente nel sostanziale abbattimento dell’asimmetria informativa tra gli attori coinvolti nel processo di comunicazione. Asimmetria che diminuisce la centralità dell’autore rispetto al suo contenuto, privilegiando la velocità di diffusione dello stesso e la facilità nel coinvolgere la rete di contatti rispetto alla sua strutturazione.

Che questo porti i blogger – soprattutto i più noti – ad allontanarsi da FriendFeed è un altro discorso, del quale la veridicità è tutta da dimostrare. E’ indubbio tuttavia, come ho già avuto modo di osservare qui, che FriendFeed, più di quanto non abbia fatto Twitter, stia rimediando profondamente la blogosfera cambiandone le dinamiche. Che poi ciò porti verso un miglioramento o un peggioramento della qualità di ciò che viene veicolato on-line, è pure un altro tema interessante.

Certamente molti blogger postano di meno, preferendo FF per “conversare” piuttosto che il blog, riservato a contenuti più strutturati. Se questi contenuti più strutturati rimangono nella penna (pardon, nella tastiera) di chi dovrebbe scriverli, dipende da tanti fattori (Tempo? Visibilità? Interesse?). La conseguenza è che molti contenuti potenzialmente interessanti si perdono nelle conversazioni di FriendFeed, quando potrebbero essere sistematizzati nelle pagine di un blog. Ma è pur vero che molte conversazioni – e quella dalla quale siamo partiti ne è un esempio – stimolano lo sviluppo di contributi che probabilmente non avrebbero visto luce.

Nel mutevole equilibrio tra contenuti e conversazioni, quindi, ci avviamo verso un contesto in cui le conversazioni sono più fluide, ma – per certi versi – forse meno incisive?

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Conoscenza e processi di interazione negli strumenti di Social Networking: una proposta di classificazione

4 giugno 2009

Mercoledì scorso stato stato ospite di Bruno Mazzara nel suo corso di Costruzione della Conoscenza nelle Relazioni di Rete. E’ stata una buona occasione per tentare una sistematizzazione del panorama dei Social Network e dei Social Network Site esistenti.

Un’attività alla quale – tra il serio ed il faceto -  si stanno dedicando  in molti, ma che in funzione del fatto che il tema è molto fluido e che i processi vengono descritti mentre sono in corso (il che non facilita di certo le cose) ancora non ha trovato, nè credo troverà mai, una sistematizzazione definitiva.

Quella che segue non è quindi una pretenziosa quanto (forse) inutile tassonomia dei social network, quanto piuttosto un semplice tentativo di rappresentarne le caratteristiche in maniera tale da permettere un loro inserimento in un quadro di contesto complessivo e, per quanto possibile, organizzato. Tentativo iniziato un paio di settimane fa, con un modello che considero superato da quello che sto per esporre (anche grazie ai vostri interventi su FriendFeed).

Il problema principale nella sistematizzazione dello scenario degli strumenti di social networking consiste nell’identificazione delle variabili sulla base delle quali effettuare le valutazioni di merito. Ho  quindi preso in considerazione due dimensioni che ritengo imprescindibili:

  1. la capacità del sistema di supportare un processo di costruzione condivisa della conoscenza;
  2. l’attitudine del sistema allo sviluppo di processi di interazione.

Di entrambe le dimensioni è possibile identificare una fase che potrebbe essere definita “abilitante” ed una fase che potrebbe essere invece definita “attiva“.

  • Per quanto attiene il punto 1, la fase abilitante è costituita dalla capacità dello strumento di favorire i processi di condivisione. La fase attiva è invece costituita dalla capacità effettiva di supportare la costruzione condivisa della conoscenza. E’ bene notare come i due elementi non siano mutualmente esclusivi nè l’uno sia necessario per l’altro. Un esempio per chiarire il concetto: del.icio.us è un ottimo strumento di condivisione, ma non è particolarmente orientato alla fase attiva (cioè quella orientata alla costruzione collaborativa di “nuova” conoscenza).
  • Per quanto attiene il punto 2, la fase abilitante è costituita dalla capacità dello strumento di strutturare reti di relazioni. La fase attiva è invece costituita dalla capacità effettiva di sviluppare, su tali reti di relazioni, un processo di interazione.

Le quattro caratterische sviluppate a partire dai due punti esposti possono essere rappresentate su un grafico così strutturato:

figura1

Il problema è ora quello di identificare delle metriche per stabilire le dimensioni sul grafico. Ipotizzando di basarsi per ora su una semplice scala a tre valori (poco, abbastanza, molto), questa sarebbe la rappresentazione grafica di uno strumento come Twitter:

figura2_twitter

Ossia: buona capacità di strutturare reti di relazioni dalla quale ne consegue una discreta capacità di sviluppare processi di interazione, sufficiente capacità di favorire la condivisione di informazioni, ma scarsa attitudine alla creazione di nuova conoscenza. Analogamente, possiamo descrivere uno strumento come Flickr, caratterizzato da una grande attitudine alla condivisione delle informazioni, una buona capacità di costruire conoscenza e discreti valori sull’asse degli strumenti di interazione:

figura2_flickr2

e così via, per strumenti come Facebook o FriendFeed, e anche – naturalmente – per i Blog.

Sovrapponendo le diverse immagini ottenute per i vari strumenti analizzati, si ottiene una rappresentazione dalla quale è desumibile – in un’ottica di confronto immediato – l’attitudine dei singoli strumenti rispetto alle diverse dimensioni considerate:

figura2_complessiva

Volendo riclassificare gli strumenti di social networking in un solo quadrante, ipotizzando che i caratteri abilitanti siano propedeutici a quelli attivi (il che – a mio parere – non è sempre vero) e riprendendo lo schema originario sopra citato, la rappresentazione potrebbe essere simile alla seguente:

figura3_quadro-di-confronto1

La presentazione è qui,  e naturalmente la discussione è aperta…

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