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Archivio per la categoria ‘Considerazioni Sparse’

Caro Massimo, stavolta su Twitter non sono d’accordo…

1 dicembre 2011

Tra le cose che non cambiano nel tempo c’è la mia affezione verso la rubrica Contrappunti su Punto Informatico, che ormai leggo con piacere da anni. Massimo da sempre è un lettore attento dei fatti della Rete, che descrive e commenta con arguzia e sagacia. Tuttavia nei suoi Contrappunti di ieri, dedicati al dilagare di VIP su Twitter, ha sostenuto una posizione che non condivido.

Commentando il fenomeno, Massimo sostiene che

[...] su Twitter la penisola dei famosi, le star della TV e dello sport, i più conosciuti commentatori della vita pubblica, abbiano iniziato a fare sul serio, trascinandosi dietro una vasta schiera di ammiratori e curiosi che hanno iniziato anch’essi ad utilizzare la piattaforma [...]

Fin qui l’analisi mi sembra inappuntabile. Poi prosegue asserendo che

[...] Il successo di Twitter, a differenza di quanto è accaduto a Facebook, sembra passare attraverso una logica broadcast con una spruzzata di improbabile interazione [...]

E qui sono ancora abbastanza d’accordo. Seguono alcune considerazioni sull’evoluzione di Twitter nel tempo, da strumento di comunicazione personale e strumento di broadcasting informativo, che vorrei riprendere tra poche righe. La conclusione dell’articolo è però quella sulla quale sono in sostanziale disaccordo:

[...] “Twitter non è un social network”, con queste parole dai toni autoritari mi ammonisce da tempo la mia amica Mafe de Baggis. Sono d’accordo, finalmente, per lo meno da tempo non lo è più [...]

E da qui, in effetti, non sono più d’accordo… Perchè sono in disaccordo? Per vari motivi…

  • Cos’è un Social Network? Vale la pena ricordarlo: una rete sociale (si ok, in italiano fa meno effetto, ma tant’è) è costituita da insiemi di attori sociali e di relazioni definite tra tali insieme di attori. Gli attori sono i nodi della rete e sono collegati tra loro attraverso connessioni (archi) che possono essere orientati o meno.
  • Cos’è un Social Network Site? Nulla di più banale: è un sito la cui struttura è tale da facilitare gli utenti nella costruzione (o nell’esplicitazione) di reti sociali. Ossia di rapporti tra loro. Espressi di volta in volta come “amicizia” (Facebook è un SNS), “appartenenza ad una cerchia” (Google Plus è un SNS), “Rapporto Follower/Following” (Twitter, quindi, è un Social Network Site). Per un rapido approfondimento su come è strutturato il grafo sociale dei tre SNS citati, qualche tempo fa ho realizzato una semplice infografica alla quale si può fare riferimento.
In questo senso, dal punto di vista strettamente “topologico”, non mi sembra possano esserci dubbi sul fatto che Twitter sia o meno un SNS (peraltro nella redazione di questo post – scritto negli intervalli tra una riunione e l’altra –  mi sono accordo che Francesca Comunello ha ripreso il tema approfondendolo in maniera magistrale …ma d’altro canto la classe non è acqua).
Quindi, di cosa stiamo parlando?
Secondo me, di un malinteso significato del termine Social Network.
  • Le reti sociali non sono comunità (virtuali o meno). Reti e Comunità si comportano in maniera profondamente diversa. Le prime possono contenere le seconde, nelle seconde possono svilupparsi le prime, ma sono due cose diverse. O, almeno, esprimono due modi diversi di descrivere diversi aspetti delle dinamiche relazionali. L’impressione è che spesso si pensa alle une riferendosi alle altre, o semplicemente si considerano i due termini sinonimi. Nulla di più sbagliato.
  • Le reti sociali non sono strutture “democratiche” (o orizzontali). La difformità nella dimensione dei nodi in termini di connessioni entranti/uscenti è un elemento strutturale nei Social Network Site, destinato anzi ad amplificasi con l’aumentare della base degli utenti (il che è una diretta conseguenza della legge di potenza sulla quale si basa l’invarianza di scala introdotta da Barabàsi).
In altri termini, tornando a Twitter, ora che Twitter sta ampliando la sua base utenti si rendono evidenti difformità strutturali che nel momento in cui era popolato solo dei geek della prima ora (che allora si chiamavano nerd) non erano così evidenti. Mi rendo conto che questo può essere un trauma per i titolari di account con migliaia di follower conquistati con fatica in anni di duri tweet, che si vedono oggi superati dal Fiorello di turno che in pochi mesi li doppia di un ordine di grandezza, ma non capisco perchè il fatto che scali verso l’alto il numero di utenti delle “tweet-star” facendo ripiombare le “tecno tweet-star” nell’oblio della coda lunga (che si sviluppa così anche su twitter, il quale vede oggi al suo interno un suo mainstream) debba cambiare le regole del gioco.
Twitter era, è e rimane un SNS. …solo che gli hub ora sono più grandi. E non vengono dal nostro mondo. Pazienza per noi, ma penso che twitter possa sopravvivere al dolore di questo avvicendamento di tweet-star.
Certo, ha ragione Massimo quando dice che che è improbabile che le Star si mettano a rispondere a tutti gli utenti che le nominano, ma non è il coefficiente del tasso di risposta che fa di un Social Network un Social Network. Semmai farà di una Star una Star maleducata! Più seriamente: la “conversazionalità” può essere “una” caratteristica di una rete, ma non ne è certo una condicio sine qua non. E d’altro canto, la presenza di Star mute (o impegnate a parlare tra di loro) non impedisce alla coda lunga degli utenti di twitter di continuare indisturbata le sue conversazioni.
Anzi, forse dimostra proprio che Twitter è a tutti gli effetti un vero e proprio Social Network. Si sposta verso l’informazione piuttosto che verso la conversazione? Può darsi. Ma di questo sono sicuro che torneremo a parlare, magari via twitter…

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Operazione Open Government: dati aperti e App. Al via Apps4Italy

18 ottobre 2011

Chi mi legge da un po’ di tempo ricorda che meno un anno fa, assieme ad un gruppo di amici e colleghi, abbiamo dato vita all’Associazione Italiana per l’open Government. Il suo obiettivo è quello di promuovere la cultura dell’Open Government nel nostro Paese. Di farlo attraverso azioni concrete ed attività finalizzate a supportare la nostra società in un percorso tanto importante quanto complesso da intraprendere, consapevoli di come non possa esistere un reale sviluppo dell’Open Government senza una vera e concreta apertura della Pubblica Amministrazione in tal senso.

L’Associazione, malgrado le tante difficoltà derivanti dal fatto che ognuno di noi è preso da mille impegni, si era posta obiettivi che al tempo in cui li abbiamo concepiti non esitavamo a definire molto ambiziosi.

Volevamo redigere un Manifesto. Lo consideravamo un passaggio fondamentale per tracciare i contorni di un concetto, di un’idea, di un modello di sviluppo per la società civile del quale troppo spesso si parla in astratto e che invece va sostanziato con una linea d’azione concreta. Volevamo redigerlo in forma partecipata: coinvolgendo istituzioni, privati, associazioni. Il Manifesto vide luce il 30 novembre scorso, in una conferenza che si tenne presso la mia Facoltà, a Roma.

Volevamo incontrare cittadini ed istituzioni in seminari, conferenze e dibattiti pubblici, per sensibilizzare sul tema attraverso il confronto. Per questo abbiamo organizzato incontri in eventi come la Social Media Week  di Roma, nella quale abbiamo inscenato un vero e proprio processo all’Open Gov; o durante il Forum PA, nel quale un insuperabile Claudio Forghieri ha condotto – di fronte ad una sala gremita – un interrogatorio serrato ad un panel di esperti in un incontro dal titolo Open Data: dalle parole ai fatti. E ancora, altri convegni a Roma, Bologna, Milano…

Volevamo fornire alle Amministrazioni delle linee guida per supportarle nel processo di liberazione e di apertura dei loro dati. Lo abbiamo fatto con la pubblicazione della Guida “Come si Fa Open Data: Istruzioni per l’uso per Enti ed Amministrazioni Pubbliche“. Una guida semplice ed operativa curata da Ernesto Belisario , Gigi CogoClaudio Forghieri ed il sottoscritto che è nata grazie alla partecipazione di molti tra i più autorevoli esperti italiani di Open Data.

Ma soprattutto volevamo coinvolgere le Istituzioni in un progetto concreto che promuovesse realmente l’Open Data nella Pubblica Amministrazione. Per questo immaginammo un contest, sulla falsariga di quelli realizzati in tante altre parti del mondo, che mettesse in contatto l’Amministrazione con il mondo degli sviluppatori, in cui questi ultimi sviluppassero applicazioni a partire dai dati liberati dalle prime. Con questo spirito è nato Apps4Italy, che ha visto il coinvolgimento diretto del Ministero della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, del Formez e di ForumPA, oltre che di un parterre rappresentativo delle principali realtà italiane che si occupano di Open Data. Non è stato certo facile (e non lo sarà nei prossimi mesi) ma il contest rappresenta un esempio virtuoso di come Enti pubblici, privati ed Associazioni possano lavorare assieme nella realizzazione di un’idea nell’interesse e per il bene comune. Anche questo, quindi, è stato fatto, e verrà presentato oggi a Roma, nel corso di una conferenza stampa con i Ministri Brunetta, Brambilla e Gelmini. Conferenza stampa nella quale verrà presentato – oltre al concorso AppsItaly – anche il Vademecum “Open Data, come rendere aperti i dati delle Pubbliche Amministrazioni“, realizzato da un gruppo di lavoro composto – tra gli altri – da me, Ernesto Belisario e Salvatore Marras nel contesto delle Linee Guida per il Web nella PA curate dal Formez (ed anche questo è stato fatto…).

Insomma, ogni tanto serve guardarsi indietro per controllare il percorso fatto. In questo caso guardare a quanto abbiamo fatto nel corso dell’ultimo anno serve di stimolo per rinnovare l’entusiasmo da riversare in quanto ancora abbiamo da fare per il prossimo futuro. In passato dissi che raramente avevo trovato un gruppo simile per competenze, impegno, capacità di visione e spirito di collaborazione. Oggi posso aggiungere che in questo gruppo, dopo un anno passato assieme, ci sono alcuni di coloro che non esito a considerare tra i miei più cari amici. Grazie quindi ad Ernesto BelisarioAndrea CasadeiGianluigi CogoLuca De PietroGianni DominiciClaudio ForghieriCarmelo GiurdanellaSalvatore MarrasFlavia MarzanoGuido Scorza.

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Twitter, uffici stampa e piccoli esempi di intelligenza collettiva

2 ottobre 2011

Come spesso mi accade, Venerdì scorso stavo facendo lezione. Questa volta ad un gruppo di professionisti di un ufficio stampa che si stanno avvicinando al mondo dei Social Network. Mi sono quindi trovato a parlare di Twitter e, per mostrare il suo funzionamento, ho spedito questo tweet:

Naturalmente alcune delle persone che mi seguono (e che seguo) hanno risposto con dei semplici – ma sempre utili – consigli. Rileggendo le loro risposte mi sono accorto che è sorto un bel decalogo a più voci, frutto di quella stupenda cosa che è l’intelligenza collettiva della rete, in grado di sviluppare processi di costruzione condivisa della conoscenza (cosa sempre più rara, tuttavia, con la frammentazione delle conversazioni che è conseguente alla sempre maggiore diffusione dei Social Network Site come Facebook e, appunto, Twitter).

Riporto quindi qui di seguito il decalogo, ad uso e consumo di quanti vogliano leggerlo in un contesto più “strutturato” del fluidissimo Twitter…

  1. Non incollare “paro paro” il titolo di un comunicato stampa, ma adattarlo alle potenzialità, allo stile ed alle regole di Twitter (Valentina Di Leo);
  2. Usare un linguaggio asciutto ed essenziale, visto che Twitter nei suoi 140 caratteri lascia passare solo pensieri “nudi e crudi” (Samuele Vinanzi);
  3. Non importare contenuti (solo) da Facebook (Luca Becattini)
  4. Twitter è come un puzzle: ognuno mette una tessera e il quadro d’insieme emerge spontaneamente (Damiano)
  5. Twitter è informazione in tempo reale: sfruttare questa caratteristica (Paolo Rinaldo)
  6. Giocare [NDR: con gli utenti, per creare engagement] (Framino)
  7. Bandire l’ufficiostampese dai Tweet (Antonio Rettura)
  8. Twitter è un do ut des di sintesi: l’impegno che ci metti a scrivere in 140 caratteri lo guadagni in rapidità di lettura (Gianfranco Andriola)
  9. Evitare di inondare l’utente di Tweet: cercare di trasmettere la personalità, piuttosto che il flusso (Alessandra)
  10. Il decimo è un consiglio di Tambu (al secolo Marco Cilia) che letto così come è stato scritto può sembrare un po’ iettatorio, ma vogliamo considerarlo un sano invito all’aggiornamento professionale! :-)
Grazie a tutti e dieci!

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Innovatori Jam 2011: per disegnare insieme la mappa dell’innovazione in Italia

12 settembre 2011

Vuoi contribuire alla costruzione dell’agenda dell’Innovazione in Italia? Farlo è semplice: partecipa a “INNOVATORI JAM 2011”, iniziativa organizzata dall’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione che si svolgerà in Rete (all’indirizzo www.innovatorijam.it, hashtag:#ij11) dalle ore 8,00 del 13 settembre alle 24 del 14 settembre 2011.

L’evento – una vera e propria maratona di 40 ore – si propone di far convergere il maggior numero possibile di esperti, appassionati o semplici interessati intorno a 10 temi importanti per l’innovazione nel nostro Paese:

1. Innovazione e internazionalizzazione: Italia degli Innovatori
2. Giovani, talento e merito nella ricerca e nell’innovazione
3. Start up, incubatori, venture capital
4. I ranking dell’innovazione
5. Accessibilità, apps e nuovi canali
6. Digital agenda: open data, cloud computing e banda larga
7. E-commerce & e-tourism
8. Il Codice dell’Amministrazione Digitale
9. Informazione e nuovi canali
10. Le Smart Cities del futuro

Ad animare i dieci forum sono state chiamate alcune delle realtà italiane più attive sui temi dell’innovazione, tra le quali l’Associazione Italiana per l’Open Government, della quale sono direttore.

Citando Ernesto:

La sfida è ambiziosa: definire, in 40 ore, gli obiettivi dell’agenda digitale di cui l’Italia ha bisogno; si tratta di un’occasione imperdibile per affermare l’utilità e l’urgenza di intraprendere politiche di Open Data in ragione dei benefici che ne ricaverebbero Enti, imprese e cittadini.

Il metodo, finalmente, è open, usa gli strumenti del Web e fa ricorso all’intelligenza collettiva.

La promessa degli organizzatori è che i risultati della discussione saranno portati all’attenzione dei decisori.

 Io sarò coinvolto nelle discussioni che riguardano l’Open Data. Tutti coloro che vogliono partecipare possono richiedere un invito all’indirizzo eventi@datagov.it

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Phishing su Twitter: Attenzione all’URL di Twitter!!!

31 agosto 2011

Come sapete su questo blog non mi occupo quasi mai di questioni prettamente “tecniche”, ma penso sia utile fare un’eccezione per un sistema di phishing particolarmente “virale” che si sta diffondendo in questi giorni su Twitter. Sistema che, a giudicare dai Direct Message che ricevo, sta “confondendo” anche moltissimi utenti esperti (o sedicenti tali).

In sintesi il sistema funziona così: vi arriva un Direct Message simile ad uno di quelli riportati qui sotto, inviato dall’account di un vostro follower:

Il messaggio è credibile ed invita a collegarvsi ad un link dove, presumibilmente, troverete il contenuto promesso.

Solo che invece che il contenuto in questione ci si trova di fronte a quella che sembra essere la schermata di login di Twitter.

I più accorti noteranno l’indirizzo diverso, ed eviteranno accuratamente di inserire le proprie credenziali.

I meno attenti, invece, le inseriranno. E forniranno così al “pescatore” tutti i dati necessari per entrare nel proprio account ed iniziare a mandare DM a tutti i contatti della malcapitata ed ingenua vittima.

Sembrerebbe inutile ribadire che non si devono inserire le proprie credenziali senza aver verificato di essere davvero collegati al sito giusto. Tutti i sistemi di Phishing sono uguali, e questo non fa eccezione. Eppure questo sistema sta mietendo  moltissime vittime “illustri” (ovvero presumibilmente esperte) e quindi, come si dice… repetita iuvant!

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A Start (Radio 1), per parlare della crisi di Wikipedia e delle sue motivazioni

11 agosto 2011

Recentemente Jimmy Wales, nel corso della conferenza annuale di Wikimedia Foundation, si è dichiarato preoccupato per il significativo calo di collaboratori che alimentano Wikipedia. La causa è probabilmente da ricercare nel dilagare dei Social Network, che rubano tempo a quelli che in precedenza questo tempo lo impiegavano per popolare Wikipedia, sostiene Wales.

Personalmente ritengo invece che il calo dei collaboratori sia solo il sintomo del vero problema: non esser stati in grado di rinnovare l’interesse verso un progetto di importanza fondamentale (Wikipedia, con tutti i suoi difetti, è comunque l’esperimento di costruzione condivisa ed organizzata della conoscenza più articolato e significativo della storia dell’uomo).

Nell’era delle reti, Wikipedia ha mantenuto il suo approccio basato, più che su di esse, su un sistema di tipo prettamente comunitario. Qualche anno fa mi sono soffermato, sempre su questo blog, nel descrivere la differenza tra il concetto di comunità e quello di rete nella gestione delle relazioni online. Wikipedia, in questi anni, ha sviluppato una forte comunità di contributori. Tuttavia, nell’era delle reti, l’approccio individualistico che dai blog si è sviluppato nei social network site non favorisce un processo anonimo di “cessione” della propria conoscenza, che nelle comunità (virtuali come reali) dall’individuo fluisce nel gruppo. I Social Network consentono un processo di conferimento del valore individuale verso la comunità con un modello che consente di mantenere la visibilità del proprio apporto. Wikipedia, al contrario, lavora su un principio del tutto opposto. Per intenderci: chi conosce il nome di un autore dell’enciclopedia libera?

Ecco: questa in estrema sintesi ritengo sia l’origine del problema. Non sono i social network site come Facebook che stanno “rubando tempo” agli autori di Wikipedia, è quest’ultima che non è stata in grado di sfruttare e valorizzare quelle dinamiche sociali proprie delle reti che – lavorando su elementi come la reputazione – possano spingere le persone a collaborare.

Di questo tema parliamo oggi il 18 Agosto* alle 11.30 a Start, spazio informativo di Radio Uno, al quale sono stato invitato da Pietro Plastina. Se qualcuno di voi è d’accordo (o meno) con la mia visione dei fatti, sarò più che felice di portare anche il suo punto di vista in trasmissione!

* oggi sono saltate tutte le dirette per dare spazio a Tremonti e le sue comunicazioni in merito alla crisi finanziaria. L’occasione è buona per avere più tempo a disposizione per raccogliere i vostri pareri e portarli in trasmissione!

UPDATE: intervista fatta. L’audio lo trovate qui!

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Google+, Facebook e Twitter a confronto

15 luglio 2011

Google+ è il tema del momento per chi si occupa di Social Network. In questi giorni sono rimbalzate in rete pagine e pagine di commenti, impressioni, critiche, descrizioni della piattaforma social di Google. Riuscirà a sbaragliare Facebook? Metterà alle strette Twitter? Quanto impiegherà a sviluppare un processo di integrazione con le altre applicazioni di BigG come la mail, il feedreader, la suite di office automation? E’ presto per dirlo. Sarà necessario, per dare risposte sensate, verificare come risponderà l’utenza (quella normale, non i geek!).

Ho ritenuto invece utile riassumere – per tutti quelli che me lo hanno chiesto – le principali differenze e le più importanti analogie tra Google+, Twitter e Facebook.

L’ho fatto ricorrendo ad una semplice infografica che riporto qui di seguito (per ingrandirla, cliccare sull’immagine). Spero vi sia utile!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Amministrative 2011: Che succederebbe se i Like di Facebook fossero voti? (infografica)

15 maggio 2011

Cosa succederebbe se le preferenze su Facebook si trasformassero in voti? In altri termini che scenario si delineerebbe se nelle urne elettorali finissero i “Mi Piace” e le “amicizie virtuali” dei candidati alla carica di Sindaco dei Capoluoghi di Provincia italiani? Probabilmente uno scenario molto diverso da quello che sarà disegnato dall’esito delle amministrative che proprio da oggi vedono coinvolti centinaia di migliaia di cittadini italiani: De Magistris sbanca a Napoli, Fassino vince di tre lunghezze a Torino, Corticelli arriva con fatica al successo seguito dappresso da Bernardini, Zedda vince a Cagliari, Pisapia trionfa a Milano.

I responsi di Facebook hanno qualche validità per predire i reali risultati elettorali? Sicuramente no, ma sono un buon indicatore della capacità dei candidati di “essere” online ed aprirsi al dialogo con gli utenti. Non è un caso che candidati meno noti e meno presenti nei canali di comunicazione tradizionale abbiano su Facebook più sostenitori di nomi blasonati della politica italiana. Oggi l’ago della bilancia – quanto a capacità di influenzare gli esiti elettorali – pende ancora pesantemente verso i media mainstream, ma in un futuro non troppo lontano il ruolo degli strumenti conversazionali è destinato a crescere d’importanza. La rete fornisce gli strumenti per restituire alla politica quella dimensione di dialogo e di confronto che si è inesorabilmente persa con la televisione. Gli elettori pian piano inizieranno a capirlo. E cominceranno a dare un peso sempre maggiore alla disponibilità al dialogo dimostrata dai candidati. Una disponibilità al dialogo che non può  e non deve fermarsi alla richiesta del voto.

Ora si tratta di vedere, nel caso in cui i “vincitori” su Facebook si riveleranno tali anche alle urne, quanto sapranno mantenere questa capacità di dialogo. E qualora la perdessero, sarà bene ricordarsene quando si ricorderanno nuovamente di noi per chiederci il voto. Reale o virtuale che sia.

 

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Vatican Blogger Meeting 2011: alcune considerazioni ed un consiglio

4 maggio 2011

Lunedì scorso ho avuto il piacere di essere selezionato tra i partecipanti al primo Vatican Blogger Meeting. Ero tra i pochi titolari di blog non specificatamente dedicati a tematiche religiose. Tra gli altri: Alessandro Gilioli, Luca Sofri e Alessio Jacona, tanto per citare alcuni amici. Prima considerazione: la nostra stessa presenza all’incontro dimostra come esso non fosse dedicato ai soli blog cattolici, ma al mondo dei blog in senso lato.

L’incontro doveva essere aperto dal Cardinale Ravasi ma è stato introdotto altrettanto efficacemente dall’Arcivescovo Celli, che ne ha subito inquadrato la dimensione quale momento di “dialogo rispettoso” tra la Chiesa ed il “mondo” dei blog. Un mondo che, usando le parole di Celli, “ha un ruolo importante nel contesto delle nuove culture digitali“. Sono seguite due sessioni: la prima popolata da alcuni blogger cattolici che hanno parlato della loro esperienza; la seconda più istituzionale, che ha visto gli interventi di alcuni importanti attori della comunicazione della Santa Sede. Non voglio dilungarmi oltre su struttura e contenuti del convegno, la cui registrazione audio è disponibile sul sito del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali (Per la cronaca: Podcast, questo sconosciuto…).

Quello che mi interessa, invece, è fare alcune considerazioni su ciò che è emerso nel corso dell’incontro:

  • non bisogna credere che la Chiesa sia lontana dalle tecnologie applicate alla comunicazione o che debba scontare un qualche digital divide culturale rispetto ad esse. Basti pensare che già Pio XII considerava le tecnologie applicate alla comunicazione delle “meravigliose invenzioni di cui si gloriano i nostri tempi“, che Giovanni XXIII sottolinea che “i progressi fatti dalla scienza nel settore della comunicazione devono essere messi al servizio dell’uomo in quanto strumenti di civiltà” e che Paolo VI istituì le Giornate Mondiali della Comunicazione Sociale quasi cinquant’anni fa. Se questo non bastasse, il documento “La Chiesa ed Internet” il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali l’ha pubblicato oltre 10 anni fa: prima che molte aziende si accorgessero della Rete, per intenderci. Quello che la Chiesa fa con essa, quindi, non è mai frutto del caso o di approssimazione, ma di una riflessione intensa e profonda. Condivisibile o meno, certo, ma senz’altro ragionata. Per questo motivo l’importanza che ha avuto quest’incontro va forse anche al di là di quanto molti dei blogger presenti hanno mostrato di aver percepito. Il fatto che la Chiesa riconosca la Rete come stakeholder è fondamentale. Il fatto che decida di aprire un dialogo con essa è determinante. Il fatto che questo dialogo parta forse in ritardo, come lo stesso Celli ha ammesso in apertura, è secondo me completamente ininfluente: la Chiesa si muove con i suoi tempi, ma quando lo fa lancia un segnale chiaro.
  • Non per essere più realisti del Re (o in questo caso più papisti del Papa), ma ho avuto la netta impressione che la Chiesa abbia capito del mondo della Rete molto di più di quanto questo mondo lo abbiano compreso gli stessi blogger che parlano di Chiesa. Quest’impressione, che ho avuto immediatamente,  devono averla avuta anche Padre Spadaro e Padre Lombardi visto il tenore dell’apertura dei loro interventi. Quasi tutti i relatori della prima sessione non hanno fatto altro che parlare di blog come di nuovi pulpiti dai quali annunziare la parola di Dio, annullando completamente la dimensione del dialogo, dell’ascolto e della comprensione che caratterizzano la Rete e che dovrebbero caratterizzare – nelle stesse parole introduttive di Richard House e di Mons. Celli – la dimensione comunicativa e di apostolato della Chiesa.
    I blogger cattolici che hanno parlato nella prima parte dell’incontro hanno fatto una grande, enorme, immensa confusione tra il concetto di Blog ed il concetto di Social Network. Certo, un blogger non deve necessariamente essere un esperto di comunicazione online, ma un paio di relatori in più competenti sul tema non avrebbero guastato, anche per chiarire le idee agli altri partecipanti (spesso, appunto, non esperti). Grande competenza e profonda comprensione delle dinamiche della rete, invece, è emersa nella seconda parte dell’incontro, in particolare da parte dei già citati Padre Spadaro e Padre Lombardi, che nei loro interventi hanno dimostrato non solo di aver una approfondita visione del tema, ma anche una precisa strategia d’azione (dimostrata pure dal fatto stesso di avviare il discorso con i blogger per aprire un percorso).

In conclusione, quello di lunedì è stato un momento molto importante, forse più di quanto sia apparso. E proprio per questo penso che – approfittando della recente beatificazione di Giovanni Paolo II – valga la pena “rubare” una sua celebre frase: non abbiate paura. La Chiesa non deve aver paura di aprirsi al dialogo ed al confronto che nascono dai Social Network. Non deve pensare questi strumenti come un nuovo canale per raggiungere i giovani, ma come un nuovo mezzo per comprenderli. Il primo passo l’ha fatto. Ora si tratta di continuare il cammino.

 

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La strategia di Obama: unforced error? io avrei detto di peggio: un doppio fallo…

30 aprile 2011

Antonella commenta su Facebook un post di Micah Sifry, che ho avuto il piacere di conoscere recentemente a Perugia, chiedendosi se il post in questione possa essere considerato o meno un seguito di quanto ci siamo detti durante il nostro panel. Il nocciolo della questione, a mio giudizio, consiste – in breve – nell’assenza, all’interno della mail con la quale Obama si rivolge ai suoi elettori per avviare le attività di ricerca fondi, di un riferimento alla dibattuta questione del suo certificato di nascita. Assenza che Ari Melber definisce come un “unforced error“. Ossia, nello sport, un errore dovuto non tanto all’abilità dell’avversario quanto piuttosto ad una propria mancanza. O alla semplice sfortuna.

Secondo Melber, infatti, Obama avrebbe dovuto affrontare il tema. Magari, aggiungo io, cercando di trasformare il potenziale problema in un elemento di forza che dimostrasse come i suoi avversari devono ricorrere a mezzi così bassi per contrastarlo. Insomma, se ne fa un problema di “opportunità tattica”.

Se devo essere sincero, per rispondere in breve alla domanda di Antonella direi di si, senz’altro è un seguito del Panel di Perugia. Ma direi anche che, forse, Micah ed Ari sono stati sin troppo buoni. Perchè più che un unforced error quello di Obama mi sembra – sempre per rimanere nella metafora sportiva – un doppio fallo.

  • un errore è quello tattico, ossia non aver citato nella mail il tema del fatidico certificato di nascita cercando di volgerlo a proprio favore;
  • l’altro errore è quello strategico. Ed è più grave. Non farlo ha voluto dire non dare ascolto a tutti quegli elettori con i quali Obama si vanta di aver aperto un dialogo (ma l’ha aperto davvero?) dando loro voce ed ascolto. Dov’è finito quell’ascolto ora, che una parte importante della Rete (e che sia importante lo si vede anche, ad esempio, dal numero di visitatori di alcuni video su YouTube) pone una domanda in maniera così pressante? Se si vuol avviare un dialogo non si possono ignorare le domande dei nostri interlocutori.

E’ vero, in rete si dice “don’t feed the Troll“, ma in questo caso i troll non sono tali ma sono elettori e sono molti, e sono parte importante di quel popolo che dovrebbe rinnovargli la fiducia. Ignorarli non mi sembra un buon modo di costruire il dialogo.

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