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Archivio per la categoria ‘Considerazioni Sparse’

Vatican Blogger Meeting 2011: alcune considerazioni ed un consiglio

4 maggio 2011

Lunedì scorso ho avuto il piacere di essere selezionato tra i partecipanti al primo Vatican Blogger Meeting. Ero tra i pochi titolari di blog non specificatamente dedicati a tematiche religiose. Tra gli altri: Alessandro Gilioli, Luca Sofri e Alessio Jacona, tanto per citare alcuni amici. Prima considerazione: la nostra stessa presenza all’incontro dimostra come esso non fosse dedicato ai soli blog cattolici, ma al mondo dei blog in senso lato.

L’incontro doveva essere aperto dal Cardinale Ravasi ma è stato introdotto altrettanto efficacemente dall’Arcivescovo Celli, che ne ha subito inquadrato la dimensione quale momento di “dialogo rispettoso” tra la Chiesa ed il “mondo” dei blog. Un mondo che, usando le parole di Celli, “ha un ruolo importante nel contesto delle nuove culture digitali“. Sono seguite due sessioni: la prima popolata da alcuni blogger cattolici che hanno parlato della loro esperienza; la seconda più istituzionale, che ha visto gli interventi di alcuni importanti attori della comunicazione della Santa Sede. Non voglio dilungarmi oltre su struttura e contenuti del convegno, la cui registrazione audio è disponibile sul sito del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali (Per la cronaca: Podcast, questo sconosciuto…).

Quello che mi interessa, invece, è fare alcune considerazioni su ciò che è emerso nel corso dell’incontro:

  • non bisogna credere che la Chiesa sia lontana dalle tecnologie applicate alla comunicazione o che debba scontare un qualche digital divide culturale rispetto ad esse. Basti pensare che già Pio XII considerava le tecnologie applicate alla comunicazione delle “meravigliose invenzioni di cui si gloriano i nostri tempi“, che Giovanni XXIII sottolinea che “i progressi fatti dalla scienza nel settore della comunicazione devono essere messi al servizio dell’uomo in quanto strumenti di civiltà” e che Paolo VI istituì le Giornate Mondiali della Comunicazione Sociale quasi cinquant’anni fa. Se questo non bastasse, il documento “La Chiesa ed Internet” il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali l’ha pubblicato oltre 10 anni fa: prima che molte aziende si accorgessero della Rete, per intenderci. Quello che la Chiesa fa con essa, quindi, non è mai frutto del caso o di approssimazione, ma di una riflessione intensa e profonda. Condivisibile o meno, certo, ma senz’altro ragionata. Per questo motivo l’importanza che ha avuto quest’incontro va forse anche al di là di quanto molti dei blogger presenti hanno mostrato di aver percepito. Il fatto che la Chiesa riconosca la Rete come stakeholder è fondamentale. Il fatto che decida di aprire un dialogo con essa è determinante. Il fatto che questo dialogo parta forse in ritardo, come lo stesso Celli ha ammesso in apertura, è secondo me completamente ininfluente: la Chiesa si muove con i suoi tempi, ma quando lo fa lancia un segnale chiaro.
  • Non per essere più realisti del Re (o in questo caso più papisti del Papa), ma ho avuto la netta impressione che la Chiesa abbia capito del mondo della Rete molto di più di quanto questo mondo lo abbiano compreso gli stessi blogger che parlano di Chiesa. Quest’impressione, che ho avuto immediatamente,  devono averla avuta anche Padre Spadaro e Padre Lombardi visto il tenore dell’apertura dei loro interventi. Quasi tutti i relatori della prima sessione non hanno fatto altro che parlare di blog come di nuovi pulpiti dai quali annunziare la parola di Dio, annullando completamente la dimensione del dialogo, dell’ascolto e della comprensione che caratterizzano la Rete e che dovrebbero caratterizzare – nelle stesse parole introduttive di Richard House e di Mons. Celli – la dimensione comunicativa e di apostolato della Chiesa.
    I blogger cattolici che hanno parlato nella prima parte dell’incontro hanno fatto una grande, enorme, immensa confusione tra il concetto di Blog ed il concetto di Social Network. Certo, un blogger non deve necessariamente essere un esperto di comunicazione online, ma un paio di relatori in più competenti sul tema non avrebbero guastato, anche per chiarire le idee agli altri partecipanti (spesso, appunto, non esperti). Grande competenza e profonda comprensione delle dinamiche della rete, invece, è emersa nella seconda parte dell’incontro, in particolare da parte dei già citati Padre Spadaro e Padre Lombardi, che nei loro interventi hanno dimostrato non solo di aver una approfondita visione del tema, ma anche una precisa strategia d’azione (dimostrata pure dal fatto stesso di avviare il discorso con i blogger per aprire un percorso).

In conclusione, quello di lunedì è stato un momento molto importante, forse più di quanto sia apparso. E proprio per questo penso che – approfittando della recente beatificazione di Giovanni Paolo II – valga la pena “rubare” una sua celebre frase: non abbiate paura. La Chiesa non deve aver paura di aprirsi al dialogo ed al confronto che nascono dai Social Network. Non deve pensare questi strumenti come un nuovo canale per raggiungere i giovani, ma come un nuovo mezzo per comprenderli. Il primo passo l’ha fatto. Ora si tratta di continuare il cammino.

 

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La strategia di Obama: unforced error? io avrei detto di peggio: un doppio fallo…

30 aprile 2011

Antonella commenta su Facebook un post di Micah Sifry, che ho avuto il piacere di conoscere recentemente a Perugia, chiedendosi se il post in questione possa essere considerato o meno un seguito di quanto ci siamo detti durante il nostro panel. Il nocciolo della questione, a mio giudizio, consiste – in breve – nell’assenza, all’interno della mail con la quale Obama si rivolge ai suoi elettori per avviare le attività di ricerca fondi, di un riferimento alla dibattuta questione del suo certificato di nascita. Assenza che Ari Melber definisce come un “unforced error“. Ossia, nello sport, un errore dovuto non tanto all’abilità dell’avversario quanto piuttosto ad una propria mancanza. O alla semplice sfortuna.

Secondo Melber, infatti, Obama avrebbe dovuto affrontare il tema. Magari, aggiungo io, cercando di trasformare il potenziale problema in un elemento di forza che dimostrasse come i suoi avversari devono ricorrere a mezzi così bassi per contrastarlo. Insomma, se ne fa un problema di “opportunità tattica”.

Se devo essere sincero, per rispondere in breve alla domanda di Antonella direi di si, senz’altro è un seguito del Panel di Perugia. Ma direi anche che, forse, Micah ed Ari sono stati sin troppo buoni. Perchè più che un unforced error quello di Obama mi sembra – sempre per rimanere nella metafora sportiva – un doppio fallo.

  • un errore è quello tattico, ossia non aver citato nella mail il tema del fatidico certificato di nascita cercando di volgerlo a proprio favore;
  • l’altro errore è quello strategico. Ed è più grave. Non farlo ha voluto dire non dare ascolto a tutti quegli elettori con i quali Obama si vanta di aver aperto un dialogo (ma l’ha aperto davvero?) dando loro voce ed ascolto. Dov’è finito quell’ascolto ora, che una parte importante della Rete (e che sia importante lo si vede anche, ad esempio, dal numero di visitatori di alcuni video su YouTube) pone una domanda in maniera così pressante? Se si vuol avviare un dialogo non si possono ignorare le domande dei nostri interlocutori.

E’ vero, in rete si dice “don’t feed the Troll“, ma in questo caso i troll non sono tali ma sono elettori e sono molti, e sono parte importante di quel popolo che dovrebbe rinnovargli la fiducia. Ignorarli non mi sembra un buon modo di costruire il dialogo.

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Le Linee Guida per l’Open Data dell’Associazione Italiana per l’Open Government

14 aprile 2011

Open Data: da dove partire? A questa domanda abbiamo tentato di rispondere con l’ultimo lavoro dell’Associazione Italiana per l’Open Government. In un momento in cui gli Stati Uniti (da sempre tra i principali promotori delle iniziative connesse allo sviluppo dell’Open Government) paiono subire una battuta d’arresto, abbiamo ritenuto assolutamente importante fornire alle Amministrazioni italiane una semplice guida operativa per iniziare a muoversi su questo tema. Il testo, curato da me,  Ernesto Belisario, Gigi Cogo, Claudio Forghieri e che ha visto il contributo di una folta comunità di esperti, si propone di fornire una prima panoramica delle tematiche da affrontare quando si decide di sviluppare una strategia orientata all’implementazione di modelli basati sulla condivisione dei dati.

Cosa vuol dire Open Data? Perché l’Open Data rappresenta una strada verso l’Open Government, e perché l’Open Government è  uno strumento di sviluppo? Quali sono i principali problemi da affrontare quando si vuole “fare” Open Data”? Quali le tematiche giuridiche da tenere in considerazione? Quali gli aspetti tecnici e gli impatti organizzativi? A queste domande (ed a qualcuna in più) abbiamo voluto fornire una prima risposta, per consentire a tutti di iniziare a comprendere i motivi della centralità di questo tema per lo sviluppo del Paese.

Queste linee guida fanno seguito al Manifesto per l’Open Government, che la nostra associazione ha pubblicato a novembre dello scorso anno. Le prossime iniziative che contiamo di portare avanti grazie all’aiuto di un sempre più nutrito gruppi di esperti saranno annunciate nei prossimi giorni, nel corso di alcuni eventi ai quali stiamo lavorando.

Stay Tuned!

Come Si Fa Open Data -
Versione 1.0

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Report: il prodotto sei tu, dato di share!

11 aprile 2011

Dopo Daria Bignardi, c’è cascata anche Milena Gabanelli. Confesso di aver visto a stralci la puntata di Report di ieri, “Il prodotto sei tu“, proprio perchè dopo un po’ si è reso evidente il taglio della trasmissione. Il riferimento al celebre titolo del Time è evidente, come è evidente che ieri si è celebrata l’ennesima occasione sprecata per parlare (una volta tanto seriamente) della Rete e dei problemi che solleva. E dalla Gabanelli forse non me lo aspettavo.

Non vale la pena di lanciarsi in lunghe disquisizioni sui perché ed i percome ieri sia stata un’occasione persa. Basta considerare che i temi sollecitati da Report sono senz’altro temi reali. Solo, è stato molto più facile (per i redattori) ed utile (per lo share?) affrontarli in maniera semplicistica e fuorviante. In fondo, un po’ di ascolti in più, guadagnati senza rischi (tanto, chi può protestare?), non fanno  male a nessuno.

Vale, come al solito, una semplice considerazione: se gli argomenti che chi vive la rete conosce vengono trattati in questo modo, come ci assicuriamo del fatto che non vengano trattati allo stesso modo anche altri temi? Temi sui quali, magari, non siamo sufficientemente preparati da renderci conto delle potenziali mistificazioni…

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Sulla (presunta) morte di (alcuni) blog

28 marzo 2011

E’ un po’ come i discorsi sul tempo, sulla primavera che non c’è più o sul Governo che è sempre ladro. Non sappiamo proprio rinunciarci. Ogni tanto dobbiamo chiedercelo: i blog stanno morendo? Con pervicace orientamento alla reiterazione, i blogger della prima ora se lo chiedono e richiedono ogni paio d’anni, con quel carico crescente di malinconia che aumenta con l’aumentare dei loro capelli grigi. O con il loro diminuire in assoluto, a seconda dei punti di vista. Eppure il tema si ripropone. Un po’ come i peperoni la sera.

Siamo sempre lì a chiedercelo, con quel velo di amarezza che richiama il tempo che passa, e che ci fa sovrapporre la bellezza dell’essere blogger con quella dell’essere giovani.

La mia opinione in proposito l’ho scritta diverse volte. Questa volta mi limito a linkarla per non farvi perdere troppo tempo: i blog non stanno morendo, tutt’altro. Ed il fatto che ne stiamo parlando dai nostri blog, come fa notare Alessio, lo dimostra senza ombra di dubbio. Al più, si rimediano.

Eppure qualcosa cambia, in questa continua rimediazione. Massimo evidenzia gli aspetti negativi del fenomeno, e condivido in larga parte la sua visione, per la quale la distribuzione su più social network site delle discussioni non giova certo alla costruzione condivisa della conoscenza.

Qualcosa cambia e chi c’era se ne accorge, anche se a volte facciamo fatica a capire come, o peggio perché. Fenomeni diversi si sovrappongono, le cause si confondono con gli effetti, e tutto ci lascia molto confusi. Ed è curioso come mentre qui si sia occupati a leccarci le ferite, altrove il fenomeno del blogging aumenti di dimensioni e di ruolo, al punto di meritarsi l’attenzione della Casa Bianca. A qualcuno – vedi Huffington – la fuga dalla coda lunga della quale parla Axell (pardon, Andrea Toso) riesce. Altri, come racconta Suzukimaruti (pardon, Enrico Sola), rifanno con mestizia il look al proprio blog sperando che passi e che tutto torni com’era “ai bei tempi”. Altri ancora rimangono prigionieri loro malgrado dell’essere blogger. E magari del voler essere qualcos’altro. Qualcosa di diverso. Qualcuno continua sereno con il suo lavoro, con la sua vita e con il suo “avere un blog” (della sottile differenza tra l’essere blogger e l’avere un blog ho parlato ormai così tante volte che non trovo nemmeno il link al post). Molti, il blog lo abbandonano. Ma quasi tutti ci ritornano, come torna il pensiero alla prima fidanzata, mai del tutto dimenticata.

Sono i corsi e ricorsi della blogosfera. Di quella blogosfera che – come ogni vero social network – si fa e si disfa in continuazione, rinascendo dalle sue ceneri in forme sempre nuove. Forse, più che segnare la morte dei blog questo periodo segna la fine di chi – sui blog – non ha più niente da dire. O di chi non ha tempo di dirlo in maniera strutturata, preferendo riversarlo in quel fast food del social newtorking che sono i social network site come Facebook. Forse è arrivato il momento in cui quella blogosfera autoreferenziale ed un po’ stantia che ci ha visto protagonisti per anni in quell’operazione onanistica di parlare di blog dal blog, lasci il posto a chi ha qualcosa da dire, dal suo blog, che non riguardi i blog.

Noi, dai nostri blog, dei blog e sui blog abbiamo detto quasi tutto. E’ arrivato il momento che qualcuno, questi benedetti blog, ora li usi davvero. Per dialogare di cucina, di politica, di turismo, per confrontarsi, per parlare. Per fare informazione.

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TIM Top Line Unlimited Exclusive ed il principio della relatività

26 marzo 2011


Ore 12.21
. TIM: gentile Cliente la informiamo che, per il profilo TOP LINE UNLIMITED EXCLUSIVE al 15/03/11 ha consumato 717 minuti di 1000 vs numeri di altri operatori mobili relativi al mese di marzo;

Ore 12.42. TIM: gentile Cliente la informiamo che al 15/03/11 lei ha consumato tutti i minuti di traffico voce vs numeri di altri operatori mobili previsti dal suo profilo tariffario TOP LINE UNLIMITED EXCLUSIVE e relativi al mese di marzo;

Se fanno tutto come calcolano i minuti sfruttati dalle offerte, siamo apposto… NB: Nessuno del servizio clienti c’ha capito nulla…

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ATTENTO: Epifani ti guarda!!!

25 marzo 2011

…visto oggi in un ufficio della Camera dei Deputati, nella stanza di un Deputato particolarmente attivo online, in un monito rivolto al suo staff!

… una copia (cartacea) del nostro libro a chi indovina chi è! :)

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Questa è la nostra Italia Digitale

20 marzo 2011

Oggi, proprio in questo momento per la precisione, sarei dovuto essere con altri amici a Modena, per parlare del futuro digitale del notro Paese. Il problema è che da alcuni giorni una fortissima labirintite (forse) non mi consente di muovermi, e quindi arrivare a Modena sarebbe stato complicato. Che problema c’è, ha prontamente detto Nicola Ballotta, organizzatore del convegno: usiamo Skype!

Grato a Nicola per la disponibilità mi son rasserenato ed ora, in giacca e cravatta (perchè va bene la videoconferenza, ma un minimo di forma va rispettata) sono qui davanti al mio computer che rimugino sulla nostra Italia Digitale. Quell’Italia che, nei fatti, spesso non c’è.

Eh si, perchè di Digitale possiamo parlarne, possiamo metterlo in Agenda, ma quanto ad averlo nelle nostre case e nei nostri uffici…

Perchè queste cose le sto scrivendo nel mio blog e non le sto dicendo in videoconferenza? Semplice: perchè – come spesso succede – qualcosa è andato storto. Più di qualcosa, a dire il vero.

Lasciate che vi racconti cosa non ha funzionato, in questa Italia davvero poco digitale…

Per cominciare, parliamo di Digital Divide. Quel digital divide che ha fatto si che io stamane, per garantire una qualità video migliore, abbia pensato di non accontentarmi della mia connessione e sia andato in ufficio. Cos’ha la mia connessione che non va? Semplice, è una connessione Hyperlan, unica tecnologia che miracolosamente arriva a casa mia, che si trova a ben 500 metri dall’ultimo concentratore della Telecom, che però è saturo. Per carità, non si sputa nel piatto dove si mangia (o dove ci si collega), ma preferivo collegarmi da una postazione più “stabile” di quanto non sia la mia rete.

Sono quindi andato nell’ufficio di un amico, vicino casa. Dove però, chissà perchè, il computer ha rifiutato cordialmente di collegarsi  alla LAN. Il perchè è un aureo mistero, ma ci consentirebbe di parlare di complessità. Resta il fatto che andavo di fretta, quindi piuttosto che perder tempo a capire il problema son tornato a casa, dove accolto dalla mia rete che mi ha guardato con sdegno, mi son finalmente collegato (della serie, chi va piano, va sano e va lontano).

E qui finiscono le mie peripezie, ma iniziano quelle del povero Nicola. Il quale, come prima cosa, ha tentato di collegarsi con Skype, come d’altro canto aveva già fatto il giorno prima dalla stessa sala. Anche in questo caso, un misterioso motivo ha fatto si che Skype decidesse di rendersi temporaneamente indisponibile. Uno spunto che ci consentirebbe di parlare di affidabilità, ma che per ora ci ha fatto soltanto deprimere ulteriormente.

Mi è venuto in mente che avremmo potuto provare con il sistema di videoconferenza della mia Università, sul quale ho un account per i miei corsi in teledidattica. Ottimo! Trovata la soluzione! In pochissimi minuti ho configurato una “stanza” ed inviato le credenziali a Nicola. Il quale, naturalmente, non è riuscito a collegarsi. Non c’è riuscito perchè la rete dalla quale sono collegati (dalla sede della Camera di Commercio) è talmente blindata da filtrare il povero Adobe Connect. Le prime parole che mi son venute in mente sono irriferibili. Le altre sono flessibilità, disponibilità, fiducia.

Non avevo preparato un intervento, ma quello che è successo stamattina me l’ha fatto venire in mente. Non può esistere una Italia davvero digitale se non si realizzano davvero le infrastrutture, se i sistemi d’accesso sono troppo complessi e a volte inaffidabili, se le piattaforme di servizio non sono facilmente disponibili, e sufficientemente flessibili. Insomma, non basta la buona volontà per fare davvero una Italia Digitale, servono azioni concrete.

Update: pare che Nicola sia riuscito a far partire Skype… forse queste cose ve le dico anche a voce…

Update 2: ci siamo riusciti. Alla fine Skype ha retto dall’inizio alla fine. E il convegno, come sempre quando sono a Modena (realmente o virtualmente), dal mio punto di vista è andato benissimo. Raramente ho visto (ed è ormai la terza volta) platee interessate ed interessanti come quelle modenesi…

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Del perché non vorrei essere un indigeno digitale

12 marzo 2011

Indigeni Digitali. Questo è il nome che Fabio Lalli ha dato alla sua bella ed interessante iniziativa. La sua mission,  che è insieme un manifesto culturale e la dichiarazione di una linea d’azione, è del tutto condivisibile. Quello che non va, secondo me, è il nome. Indigeni Digitali.

Indigeno è chi è nato nel luogo in cui vive. E quindi, di fatto, il termine è un sinonimo di Nativo. Questo genera due considerazioni ed un problema. Partiamo dalle considerazioni:

  • L’indigeno digitale è un nativo digitale? Non serve un etnografo (digitale pure quello) per rendersi conto del fatto che il gruppo degli Indigeni Digitali di Fabio raggruppa anche persone che – per banali questioni anagrafiche – Nativi Digitali (e quindi indigeni) proprio non possono essere. Di conseguenza, gli indigeni digitali spesso non sono tali, in quanto non sono nativi digitali.
  • Da questa prima considerazione, discende la seconda: ha senso parlare di Indigeni Digitali piuttosto che di Nativi Digitali quando i nativi digitali sono implicitamente anche indigeni? Non si corre il rischio di creare confusione nel già confuso scenario fenomenologico delle “etnie” digitali? (è finito il tempo in cui bastavano i nerd. Ora tra geek, indigeni e compagnia la cosa si complica).

Ma fin qui siamo al divertissement terminologico: veniamo a quello che definirei come il vero problema di fondo che fa si che non mi piacerebbe troppo essere un indigeno, ancorchè digitale.

La storia, recente e meno recente, ci insegna che di rado gli indigeni fanno una bella fine. Le popolazioni indigene, infatti, sono quelle che di solito vengono spazzate via da popoli conquistatori che ne distruggono la cultura (indiani, maya, chi più ne ha più ne metta). Perché? Di solito la motivazione è sempre la stessa: l’incapacità di adattarsi al cambiamento.

L’indigeno, ossia colui il quale ha sempre visto la realtà in un determinato modo, ha grandi difficoltà ad adeguarsi quando questa realtà cambia. In realtà siamo tutti indigeni, ognuno nel suo luogo. Ma quando questo luogo diventa il “digitale”, in cui i cambiamenti sono rapidi e repentini, la cosa rischia di diventare pericolosa.

Non è un mistero che non abbia mai particolarmente apprezzato la definizione di Nativo Digitale. Il termine nasconde una sorta di sottesa deroga di responsabilità verso i nostri giovani e nasconde il problema derivante dal fatto che è necessaria una vera e propria media literacy, una alfabetizzazione alla cultura delle Reti (e non agli strumenti) che non si acquisisce semplicemente per diritto di nascita. Lo stesso, ma aggravato da un carico simbolico maggiore, è vero per gli “indigeni”, che tradizionalmente sono considerati incapaci di adattarsi al cambiamento.

Essere “nati” nell’era digitale è per certi versi un vantaggio, per altri uno svantaggio. Non sapere cosa fosse il mondo prima dell’avvento del digitale, infatti, può essere un handicap non da poco, in un mondo che cambia rapidamente. Soltanto avendo una prospettiva d’insieme, infatti, ci si può adattare bene a questo cambiamento e magari determinarne gli esiti. Soltanto avendo consapevolezza di ciò che c’era prima si può costruire per il dopo. Per questo preferisco – al limite  - la definizione di Marco o Maurizio, che parlano di Esploratori Digitali. Insomma, se dovessi “sentirmi” un indigeno digitale, dovrei cominciare a preoccuparmi  dello sbarco di Pizarro.

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Il Medio Credito Trentino e le parole al vento…

24 febbraio 2011

Caro Sig. Medio Credito Trentino Alto Adige,

ti ringrazio per aver prontamente risposto alla mia e-Mail, nella quale ho segnalato un tentativo di phishing a tuo nome. Certo, rimango un po’ perplesso per il fatto che come io ho perso ben 3 minuti della mia vita per collegarmi al tuo sito e verificare quale fosse l’indirizzo giusto al quale scriverti, mi aspettavo che tu ne perdessi altrettanti per leggerla. Mi hai scritto invece con una mail standard, comunicandomi che la mail che ti ho mandato è una mail di spam, ed avvisandomi che non è partita dal tuo dominio (GAC, direbbe qualcuno). Al di là del fatto che non è spam ma è phishing (ci può stare, il tuo lavoro è un altro e non è bello sottilizzare), è buona norma cercare sempre di gestire le relazioni con i propri interlocutori in maniera corretta. O almeno farlo fingendo di averli ascoltati!

Sai, hanno inventato una cosa che si chiama blogosfera, piena di fastidiosi tipi particolarmente sensibili e permalosi, e un aggeggio che si chiama Facebook, dove tutti parlano di tutto. Magari anche di te!

In questo contesto, con tutto questo macello, la gestione delle relazioni online è diventata una cosa seria, e  si fa davvero presto a fare brutte figure …anche quando si è armati di buone intenzioni, come nel tuo caso!

Un caro saluto,

Stefano

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