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Archivio per la categoria ‘Detto in giro’

Il costo della Net Neutrality

23 gennaio 2010

Continua la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber dell”Espresso.  Questa volta ho pubblicato una breve riflessione sul tema della Net Neutrality, sulla quale – come di consueto – mi piacerebbe un vostro parere…

Net Neutrality, ossia il principio secondo il quale una rete come Internet non dovrebbe poter discriminare il traffico che veicola in funzione di ciò che è contenuto nei dati trasferiti.

Come dire che in rete tutti i dati sono uguali. Ma, un po’ come nella Fattoria degli animali di orwelliana memoria,  nella realtà esiste la possibilità che qualche dato sia “più uguale degli altri”. In altri termini, è possibile che i gestori di una rete privilegino alcuni dati rispetto ad altri, in base ad elementi come la tipologia o il destinatario. È contro questa possibilità che si scagliano in molti, ritenendo che essa rappresenti un rischio per Internet, preconizzando – qualora il principio della net neutrality venisse meno – una sorta di internet a due velocità: da una parte l’autostrada dei dati a pagamento, e dall’altra una sconnessa carraia nella quale finirebbe tutto il resto.
Rischio effettivo o esagerazione ideologica? Di solito la realtà è nel mezzo, ma è difficile dirlo. Ciò che è certo è che su questo punto si è combattuta una parte importante della campagna elettorale di Barack Obama, che – mantenendo le promesse elettorali – lo scorso settembre ha fatto si che l’FCC rilasciasse le linee guida per garantire il principio di neutralità nelle reti di telecomunicazione.

In un’epoca dominata da codici Hadopi ed altre mostruosità giuridiche che tentano di gestire in modo vecchio il fenomeno sostanzialmente nuovo che è la rete,  questa notizia appare come una boccata d’aria fresca in una giornata torrida.
Eppure dietro l’accettazione di una net neutrality “ideologica”, che toglie alle società di telecomunicazione qualsiasi possibilità di distinguere (ancor prima che discriminare) i dati veicolati dai cavi che gestiscono, si nasconde un rischio. Il rischio è che il peso del diritto alla Net Neutrality cada tutto sulle spalle dei cittadini. Non poter distinguere il traffico, infatti, potrebbe voler dire dover garantire a tutti gli utenti una rete in grado di veicolare servizi che soltanto alcuni sono disposti a pagare. Eh si, perché non discriminare vuol dire anche dover mettere tutti, ma proprio tutti, nelle condizioni di poter ricevere ciò che solo alcuni vorranno ricevere. E questo comporta una aumento generalizzato dei costi di connessione.

Se quando l’AT&T parla di una decuplicazione delle tariffe probabilmente tenta di fare un po’ di terrorismo, è comunque inevitabile pensare ad aumenti generalizzati con percentuali a due zeri. C’è da dire che ciò avvicinerebbe i costi della connettività statunitense a quelli affrontati in Europa per un servizio decisamente peggiore. Ma c’è anche da dire che difficilmente la cosa sarà accolta calorosamente dagli utenti statunitensi.

Molto dipenderà da quale sarà il valore che i cittadini americani attribuiranno ad un principio la cui applicazione avrà una ricaduta diretta – molto poco ideologica e molto più prosaica –  sul loro portafogli.

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Sono ancora “nuovi” questi media?

10 dicembre 2009

L’amico Giorgio Gilbertini mi chiede di rispondere ad alcune domande per la rivista del Don Orione e mi invita a stare attento alle risposte visto che, in linea di massima, il pubblico dei lettori non è proprio vicino alle tecnologie, e quindi è opportuno avere un approccio comprensibile ai più… Ci sarò riuscito?

Che cosa si intende per new media? Quali sono i principali new media?

Prima di tutto mi preme sottolineare una cosa. Non mi piace troppo usare il termine “nuovi” media. Sono decenni, ormai, che si parla di “nuovi” media riferendosi a strumenti che sono entrati a pieno titolo nella vita di ognuno. Riferirsi sempre ai “nuovi” media li fa sentire lontani, astratti. Un po’ come se fossero realtà che, in fondo, non ci riguardano. E invece quelli ai quali ci si riferisce utilizzando il termine “nuovi media” sono strumenti ormai diffusi – moltissimo tra i giovani ma molto anche tra i meno giovani – e che stanno contribuendo in maniera fondamentale a cambiare il modo in cui le persone vivono le relazioni. Ed è proprio nel concetto di “relazione” la vera novità di questi media. Strumenti che non servono solo o prevalentemente per facilitare la diffusione di informazioni, ma sono in grado di supportare lo sviluppo di relazioni, consentendo a tutti, ma proprio a tutti, di perdere la passività tipica degli “spettatori” televisivi o dei “lettori” di giornali, per diventare “interattori” nel sempre più complesso contesto dell’informazione.

E’ da anni che si parla del fatto che la carta stampata debba scomparire ma per ora ha resistito ai cd rom e sembra anche ad internet. Con la diffusione dei new media finiranno i media tradizionali (radio tv giornali) o ne trarranno benefici? E come?

Il discorso, in realtà, è molto complesso. Già un paio d’anni fa un signore ebbe a dire: “Non so davvero se fra cinque anni si stamperà ancora il NY Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa”. Questo signore era Artur Sulzberg. L’editore del New York Times. Nessuno, oggi, è realmente in grado di sapere cosa sarà della carta stampata da qui a cinque o dieci anni. Ciò che è certo è che lo sviluppo e la diffusione di internet sta radicalmente mutando gli equilibri del mondo dell’informazione. Le grandi fusioni d’oltreoceano tra operatori della telefonia ed editori, la crisi della carta stampata, la convergenza di internet con la tv ci insegnano che tutto è in rapido movimento. Quindi il tema non è capire se i media “tradizionali” trarranno benefici o meno da questo nuovo scenario, quanto piuttosto quali media riusciranno ad adattarsi ad un processo che i tecnici chiamano “rimediazione” e quali, invece, soccomberanno. Insomma, si tratta di un processo evolutivo nel quale – proprio come in natura – gli attori più pronti al cambiamento saranno favoriti, e gli altri finiranno per scomparire. Ma la loro scomparsa sarà ampliamente compensata da nuovi attori – o dai vecchi attori che saranno stati in grado di cambiare più rapidamente – che sapranno offrire all’utenza un servizio migliore.

Come ha rivoluzionato, secondo lei, il mondo l’avvento di internet?

Internet è una grande opportunità. Una opportunità di conoscenza, di crescita, di sviluppo, di maturazione. È inevitabile che il suo sviluppo produca effetti significativi sulla società. Ed è altrettanto inevitabile, purtroppo, che i settori più conservatori della società vedano in internet una minaccia. E non a caso la rete viene spesso rappresentata come fonte di mille minacce, prima che di mille possibilità. L’equazione Internet uguale Male ha dominato la carta stampata negli ultimi anni. E ciò non credo abbia reso un buon servizio alla sua diffusione. Sicuramente non l’ha reso alla società. Internet cambia le cose. È indubbio. Esiste un prima ed un dopo. Come è esistito un prima ed un dopo con la ruota, il fuoco, il treno. Eppure non penso siano in molti quelli disposti a sostenere che la società era migliore senza ruota, senza fuoco, senza treno. E non posso non ricordare che nel 1800 alcuni ritenessero che il treno fosse il Demonio. Le reazioni della società ai cambiamenti, tutto sommato, sono sempre le stesse.

Si parla molto di social network. In cosa consiste il successo di Facebook?

Facebook ha avuto l’innegabile merito di aver avvicinato alla rete milioni di persone. Sono oltre 350 milioni gli utenti del social network creato da Zuckerberg (che è nato, mi piace ricordarlo, nel 1984). Per molti di essi Facebook “è” Internet. Ma il vero successo di Facebook è quello di aver portato le persone ad essere on-line con il proprio volto. Quello vero. In un certo qual modo, Facebook rappresenta il superamento di Second Life. Da un contesto in cui la rete serviva per costruirsi una “seconda vita” dietro la quale nascondersi si è passati ad una realtà in cui la propria vita viene condivisa on-line. Il digitale ed il materiale si sono finalmente fusi e sovrapposti in un unico contesto relazionale. Tutto ciò è positivo? È negativo? Tutto ciò è un fatto. Un fatto inevitabile. Un fatto che comporta conseguenze positive ed aspetti negativi. Personalmente ritengo che le prime superino abbondantemente i secondi.

La gente in metropolitana o sul pianerottolo è estranea ma chatta volentieri e per ore con sconosciuti in internet. Come si può spiegare tutto questo?

È vero, la gente spesso non conosce il proprio vicino di casa. Ma ciò non avviene perché usa il suo tempo per chattare. Le chat esistono da relativamente pochi anni, ma dei propri vicini si è dimenticato il nome da decenni. È l’era post-moderna ad aver mutato e rarefatto le relazioni, non certo Internet. E basta collegarsi a Facebook per rendersi conto che i social network non sono quell’ambiente di emarginati che a molti piace rappresentare. Molto più semplicemente, sono invece gli strumenti che i giovani (ma anche i meno giovani) usano per restare in contatto con i propri amici o con i propri contatti. Certo, on-line si conoscono anche sconosciuti. Ma ciò è necessariamente un male?
Il problema, ancora una volta, non sta nel fatto che internet aiuti a conoscere nuova gente. Sta nel fatto che a volte non ci si rende conto del fatto che internet è porta aperta. Mi permetta di chiarire con un esempio: lasciare un bambino in chat senza alcun controllo equivale a lasciarlo in mezzo ad una strada affollata, ove ci sarà tanta brava gente e qualche mascalzone. Mi chiedo solo per quale motivo molte mamme inorridirebbero alla sola idea di abbandonare il proprio figlio in mezzo ad una strada, ma trovano normale lasciarlo su internet senza alcun controllo. Se dovesse succedere qualcosa, la colpa sarebbe di internet?

Detto in giro

Su Non Solo Cyber, due parole su SideWiki

12 novembre 2009

Su L’Espresso della scorsa settimana, nella rubrica Non Solo Cyber, ho parlato di SideWiki. Come di consueto, pubblico l’articolo qui di seguito, per le vostre considerazioni. Buona lettura!

Una lavagna affissa di fianco all’ingresso principale di un’azienda. Una lavagna ove chiunque sia dotato del giusto gessetto può scrivere, ma dalla quale soltanto il suo padrone può cancellare ciò che viene scritto. E il padrone di questa lavagna è anche il titolare di una rete di lavagne che possono essere affisse potenzialmente affianco all’ingresso di qualsiasi azienda, università, organizzazione, casa privata. E delle quali tutti gli utenti della rete possono leggere i contenuti, indossando gli occhiali giusti.
Questo è – in sintesi – SideWiki, uno degli ultimi nati di casa Google. Fuor di metafora un sistema che consente, con la semplice installazione di un programma gratuito, di scrivere e leggere ciò che scrivono gli altri utenti in un’area di testo che viene visualizzata nello schermo del browser di fianco ad una qualsiasi pagina web.
Di per sé l’idea non è del tutto nuova – altre aziende in passato avevano sviluppato applicazioni simili. Ma non è la prima volta che BigG recepisce una buona idea facendola sua. Ciò che lascia ritenere che SideWiki sia destinato ad avere una grande diffusione sul Web è il fatto che per utilizzarlo sia sufficiente aggiornare la ToolBar di Google,  presente già nei browser di milioni di utenti.
Difficile immaginare il reale impatto di uno strumento simile. Clienti insoddisfatti che parlano dei prodotti di un’azienda proprio sull’home page dell’azienda stessa, lettori dei giornali che commentano gli articoli senza alcun controllo possibile da parte degli editori, studenti infuriati che descrivono le loro disavventure sul sito internet dell’università, o direttamente  sulle pagine del blog del docente di turno. Ma anche realtà che sfruttano quello che rischia di diventare un canale per una nuova forma di spam, con aziende che promuovono i loro prodotti direttamente dalle pagine dei siti della concorrenza. O cittadini che esprimono le proprie opinioni direttamente sui siti della pubblica amministrazione o dei personaggi politici senza che questi possano effettuare alcun tipo di censura (altro che faccine…). E solo Google in grado di agire su questa immensa mole di contenuti. Ancora più difficile prevedere come si comporteranno le aziende e le organizzazioni pubbliche e private, quanto impiegheranno a rendersi conto di quello che sta succedendo, il numero di cause legali che questo sistema  genererà.
SikeWiki aggiunge uno “strato” interattivo al web indipendente dalla volontà dei titolari di un sito internet. Una grande possibilità per gli utenti, ma anche un nuovo livello di responsabilità per gli attori coinvolti.

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Enterprise 2.0: una vera “scelta”?

16 settembre 2009

logo_zerounoNuovo articolo su ZeroUno per la mia rubrica sull’Enterprise 2.0. Mi chiedo, questa volta, se le aziende possano davvero “scegliere” se adottare o meno soluzioni orientate al Web 2.0, in un mercato in cui gli utenti tale scelta l’hanno già fatta. Voi che ne pensate?

In oltre due terzi dei casi, le aziende che hanno implementato soluzioni e modelli propri del web 2.0 hanno ottenuto benefici misurabili. I vantaggi si vedono nella capacità di sviluppare prodotti e servizi innovativi, in un abbattimento dei costi operativi, nella maggiore efficacia delle azioni di marketing, in una più efficace gestione del capitale intellettuale; finanche in un aumento dei ricavi. Questo è quello che ci dice – in sintesi – il survey annuale sul Web 2.0 pubblicato a settembre dal McKinsey Quarterly, basato sull’analisi di quasi 1.700 interviste fatte a professionisti provenienti da diversi settori aziendali.

Risultati interessanti, che dimostrano senza troppi dubbi come il Web 2.0 sia centrale rispetto allo sviluppo del business, ma che – letti a sud delle Alpi, rischiano di sembrare davvero lontani dalla nostra realtà. Realtà che, tanto per fare un esempio, in un solo anno – tra il 2008 ed il 2009 – è scesa dal dodicesimo al diciannovesimo posto nel Connectivity Scorecard redatto da London Business School e Nokia System Networks. Mentre nel resto del mondo ci si interroga sul “come” implementare le logiche del Web 2.0 per garantire i migliori risultati, la maggior parte delle nostre imprese è ancora impegnata a capire “cosa” sia questo Web 2.0 e “se” esso rappresenti una realtà della quale occuparsi o l’ennesima moda passeggera.

È vero, ogni evoluzione ha i suoi tempi. È vero, l’Italia non è la Svezia. È vero, ha poco senso paragonare contesti tanto diversi da rendere qualsiasi confronto privo di reale significato. Ma c’è un particolare da tenere in considerazione. Quando si parla di Web 2.0 ci si trova di fronte ad un fenomeno che non parte dall’azienda per arrivare all’utente o al consumatore, come accade per la maggior parte dei casi. Ci si trova, invece, di fronte ad un fenomeno che nasce dal basso, che viene dall’utente. Un utente che sovente non sa nemmeno cosa sia il Web 2.0 e cosa esso possa comportare ma – molto piú pragmaticamente – usa Google, legge i Blog, è su Facebook, compra su eBay. Un utente, insomma, che vive sempre più immerso in una realtà in cui le logiche del Web 2.0 rappresentano la norma, non l’eccezione. Così, mentre le aziende si chiedono di cosa si stia parlando, i consumatori apprendono dall’esperienza d’uso quotidiana un nuovo modo di relazionarsi, di informarsi sui prodotti, di gestire i processi di acquisto, di divertirsi.

Per questo motivo quella di sposare alcune delle logiche del Web 20 non è soltanto una scelta possibile ma, per certi versi, una condizione di fatto verso la quale si sta spostando il mondo. Una scelta inevitabile per l’azienda? Per rispondere a questa domanda una considerazione è d’obbligo: si può scegliere se essere attivi o meno nei social network, si può determinare il livello d’apertura verso tali strumenti da parte della propria organizzazione, ma non si può impedire ai propri clienti di esserci. Non si può impedir loro di utilizzarli per parlare dei prodotti e dei servizi che preferiscono, apprezzandoli o criticandoli. Se si può consapevolmente scegliere se dialogare o meno con i propri utenti nelle nuove piazze virtuali, non si può impedire che essi le usino per parlare tra di loro. E non saperli ascoltare potrebbe rivelarsi estremamente controproducente.

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Non solo Cyber: L’equivoco dei nativi digitali…

3 agosto 2009

Nel numero della scorsa settimana de L’Espresso è iniziata la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber. Naturalmente, un grazie va ad Alessandro per avermi chiesto di affiancare altri amici che già vi scrivono. Come di consueto, riporto di seguito il pezzo pubblicato, per le vostre considerazioni.

Quando si parla di digital divide il pensiero corre subito al tema delle infrastrutture che mancano, della banda larga che non c’è e che quando c’è è sempre troppo stretta, della nostra congenita incapacità di usare il computer ed internet. Ci si consola pensando che con le nuove generazioni il problema sarà superato. Magari la banda sarà sempre poca, ma i ragazzi oggi considerano normale conoscersi su internet, usano Facebook come se fosse il muretto sotto casa, hanno il dito perennemente in azione sui tasti del cellulare. Problema risolto. Questione archiviata.

C’è però un rischio che si nasconde dietro la convinzione che i giovani – i cosiddetti nativi digitali – siano “naturalmente” affini alle nuove tecnologie. Il rischio di non rendersi conto di come essi siano spesso vittime di un’altra – più sottile – forma di digital divide.  Un digital divide culturale, che crea un divario tra chi usa gli strumenti e chi sa anche cosa sta facendo, tra chi usa Facebook e chi sa che Facebook è un social network. Per capirci meglio: una differenza simile a quella che c’è tra chi sa usare la macchina da scrivere e chi sa scrivere un buon testo.

Sostenere che i ragazzi che hanno affrontato l’esame di maturità conoscano i social network meglio dei loro insegnanti – indipendentemente dalla veridicità dell’affermazione – nasconde una inconsapevole delega di responsabilità nei confronti del problema del digital divide culturale. Tutto sta a capire se vogliamo una generazione di scrittori o di scrivani digitali.

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Political Divide sull’Espresso del 16 Luglio

17 luglio 2009

Alessandro Gilioli, su L’Espresso del 16 Luglio, ha pubblicato un pezzo dal significativo titolo ”L’onorevole non vota PC” sulla mia ricerca dedicata alla comunicazione on-line dei nostri Parlamentari.

Ringrazio Alessandro per il bel lavoro ed il pezzo lo riporto qui in PDF, per quanti fossero interessati al tema. 

Con Antonio Sofi stiamo presentando i dati della ricerca a puntate su SpinDoc, con una serie di articoli che presentano le evidenze principali desunte dall’analisi delle attività on-line dei Parlamentari della XVI Legislatura.

 

 

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Qualche segnalazione…

22 maggio 2009

…relativa a cose scritte e fatte (ma anche da fare) in questi giorni.

  • Ieri ho pubblicato su SpinDoc la prima parte dei risultati della ricerca sulla comunicazione politica, della quale ho già parlato da queste parti una decina di giorni fa. L’articolo è stato scritto a sei mani: le mie, quelle di Antonio e quelle di Mauro Gallinaro, “giovane e promettente” ricercatore che ha avuto l’ingrato compito di coordinare il gruppo che si è occupato della rilevazione dei dati. Ne seguiranno altri, che affronteranno nei dettagli i diversi aspetti che abbiamo analizzato nel corso della nostra attività. Qualche giorno fa, invece, Antonio mi ha intervistato per Quinta di Copertina.
    Sono naturalmente ansioso di conoscere le vostre opinioni sull’argomento della ricerca…
  • Martedì prossimo, il 26 maggio, dalle 14.00 alle 17.00 sarò ospitato dagli studenti del corso specialistico di Comunicazione della Conoscenza per le Imprese e le Organizzazioni, nella classe del caro amico Bruno Mazzara. Parleremo di come blog e social network contribuiscono alla costruzione collettiva della conoscenza (questo spiega il mio primo tentativo di sistematizzazione della scorsa settimana). Gli studenti saranno molto pochi, quindi sarà una buona occasione per discutere della tematica. Chi passasse da Via Salaria in quell’orario mi mandi una mail e sarà il benvenuto.
  • Giovedì prossimo, il 28 maggio, sarò invece con gli amici di ZeroUno a discutere di business intelligence con SyBase. Anche in questo caso ho ancora un paio di inviti (l’intervento è nella mattinata e si conclude a pranzo, dopo una tavola rotonda) quindi se l’argomento vi interessa inviatemi pure una mail…

Che altro dire? Ci si vede, ci si sente, ci si legge…

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Il Web 2.0 è morto. Evviva il Web

9 maggio 2009

logo_zerounoDa qualche tempo intervengo a dei business meeting organizzati dalla rivista ZeroUno, testata storica dell’ICT italiano, prima di Mondadori e poi rilevata dal Direttore Responsabile, il bravo Stefano Uberti Foppa. Stefano mi ha chiesto di scrivere per lui di Enterprise 2.0, cosa che ho iniziato a fare questo mese, interrogandomi sui termini, e sul loro significato. Il pezzo – come di consueto – è riportato qui di seguito, Buona lettura!

Vi ricordate dell’e-business? Un termine che riempiva aule delle Università, sale convegni, pagine e pagine sulla carta stampata. L’e-business avrebbe rivoluzionato il mondo, si diceva. L’e-business avrebbe dato vita a quella nuova economia fatta di bit ed autostrade informatiche sulle quali far viaggiare i sogni e le speranze del nuovo millennio. Poi, pian piano, sempre meno. E poi quasi più nulla. L’e-business è scomparso. Scomparso dai giornali, dai convegni, da tutti i consessi pubblici nei quali con tanto entusiasmo aveva fatto parlare di sé, relegato ormai oggi a discussioni tra specialisti.

Sono le implacabili ed inconciliabili logiche dell’informazione e del progresso che si scontrano. Quando un argomento è giornalisticamente “caldo” riempie le prime pagine dei giornali, per essere sostituito dal successivo nel momento stesso in cui si dirada l’interesse nei suoi confronti da parte del grande pubblico. Il risultato è che – paradossalmente – si capisce che un cambiamento è davvero compiuto esattamente quando si smette di parlarne. Non c’è più meraviglia nel telefono, quando tutti possono fare una telefonata. Non c’è più incanto nella televisione, dopo che è entrata in tutte le case. Non c’è più fascino nell’e-business, dal momento che le sue logiche hanno pervaso realmente la vita di molte aziende. E così, mentre l’e-business perde il suo prefisso per tornare ad essere semplicemente business e trasmutarsi da fenomeno di studio a realtà di fatto, altri termini, altri fenomeni devono essere macinati dalla macchina dell’informazione.

È quindi la volta del Web, al quale qualcuno – Tim O’Reilly per essere precisi – ha furbescamente attaccato l’etichetta “2.0″, facendo di una normale tendenza evolutiva un vero e proprio fenomeno di disruptive innovation, come la definirebbe Clayton Christensen.  Ma il Web 2.0, con qualche colpo ben assestato della sua coda lunga, sta cambiando le regole del gioco. Le cambia mettendo finalmente a sistema le tendenze evolutive della tecnologia da una parte e della società dall’altra, e le une al servizio delle altre con il risultato di trasformare le reti da grovigli di cavi e mucchi di bit in reali strumenti di relazione.

Non è Ajax, né sono i SaaS i veri risultati del cambiamento promosso dal Web 2.0. È il nuovo ruolo delle persone, che da utenti della rete divengono essi stessi “rete”, in un contesto in cui è questo tipo di rete a rappresentare la chiave dei modelli di creazione del valore che dovranno esser cercati nel “nuovo” web. E proprio in questo ruolo della rete, quella delle persone, possiamo vedere chiaramente le dinamiche del fenomeno che – figlio del Web 2.0 ma antropologicamente suo antenato – rappresenta e rappresenterà nel prossimo futuro il “trend del momento”: sino a ieri si è parlato di Web 2.0, oggi si parla di social networking. Domani parleremo d’altro. O sempre della stessa cosa, alla quale dovremo cambiare il nome. I ritmi delle mode e i criteri di notiziabilità  mal si conciliano con i tempi della società. Né ieri né oggi ci si rende conto che non è una innovazione discontinua e dirompente quella che sta connotando questi anni, ma il risultato di un lungo percorso evolutivo che è partito ben prima di Tim Berners Lee e che finirà ben oltre Tim O’Reilly e Christian Anderson. Il Web 2.0 è morto. Evviva il Web.

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Passata la festa, gabbatu lu santu

20 dicembre 2007

Questa settimana su ePolis ho pubblicato una breve riflessione – fatta decisamente a caldo – sulle primissime evidenze di una ricerca che sto conducendo assieme a due mie giovani e brave tesiste (ogni tanto qualche complimentoa chi se lo merita non guasta). Il tema della ricerca è la comunicazione politica nell’era del Web 2.0. In altri termini, l’idea è quella di rispondere alla domanda “i nostri amministratori ed i nostri politici che uso fanno delle tecnologie di comunicazione interattiva?“…


Ultimamente si fa un gran parlare di come il Web e le nuove forme di comunicazione on-line possano cambiare il modo di vivere la relazione tra il cittadino ed i suoi rappresentanti. Ma quelli che vengono definiti “social media” stanno mutando realmente tale rapporto? In altri termini, quanto sono usati dai nostri politici e dai nostri amministratori i potenti strumenti di relazione che internet mette a disposizione? A questa domanda abbiamo tentato di rispondere con una ricerca condotta dal La Sapienza, Università di Roma. I risultati preliminari sono forse prevedibili, ma non per questo meno sconfortanti. A parte pochi sperimentatori, che della comunicazione on-line hanno fatto un vero e proprio cavallo di battaglia, nella sostanza c’è il vuoto. Un vuoto fatto di indifferenza completa nei confronti delle potenzialità che la Rete metterebbe a disposizione se soltanto vi fosse qualcuno pronto a sfruttarle. Un vuoto colmato al più da qualche candidato che apre un sito elettorale con il quale dialogare con il cittadino durante le elezioni, ma che quando da candidato diviene eletto, dimentica completamente tale dialogo, incurante persino di cancellare i resti di eteree promesse. Resti che il più delle volte rimangono nella memoria della Rete, a testimoniare che le buone intenzioni e la volontà di dialogo con il cittadino sono presto scomparse, durate il tempo di uno spoglio.

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Lo sport nella Rete

17 dicembre 2007

Qual’è il rapporto che lega gli sportivi con la propria squadra? E come viene influenzato dagli sviluppi dei social media? In altri termini, quali sono gli impatti del cosiddetto Web 2.0 sulle relazioni tra tifosi, atleti e società sportive?

Da queste domande parte la riflessione sullo sport nell’era del Web che rappresenta la bozza di un mio contributo (scritto per chi si occupa di sport, prima che di Web) ad un libro di prossima pubblicazione sulla comunicazione sportiva e che – come di consueto – ho il piacere di condividere con voi, naturalmente in attesa dei vostri commenti.

Buona lettura!

Scarica: sport_e_reti.pdf

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