Archivio

Archivio per la categoria ‘Detto in giro’

Manifesto per l’Open Government: presentazione del 30 Novembre

25 novembre 2010

Riporto qui il mio contributo per Saperi PA, relativo all’incontro del 30 (martedì prossimo) dedicato alla presentazione del nostro Manifesto per l’Open Government nel contesto degli appuntamenti dell’IGF Italia. La registrazione è qui. Mi auguro che parteciperete numerosi!

Non è un obiettivo facile da raggiungere, quello che si pone l’Associazione Italiana per l’Open Government. Cercare di contribuire alla creazione di una cultura orientata all’apertura, alla condivisione ed alla partecipazione nella pubblica amministrazione italiana, infatti, vuol dire vedersela con una vera e propria selva di leggi, impedimenti, ostacoli normativi e più spesso culturali che non rendono certo semplice il percorso. Soprattutto quando il vero cardine del cambiamento che si vuole promuovere consiste in un processo di innovazione sociale che vede pubblica amministrazione, cittadini ed imprese protagonisti di un sistema che può funzionare soltanto quando tutti i soggetti coinvolti divengono realmente attori partecipi attivamente (e proattivamente) in un modello di costruzione condivisa del cambiamento.

Per questo motivo la prima azione pubblica dell’Associazione è stata quella di promuovere la creazione di un Manifesto per l’Open Government. Un Manifesto che contribuisse ad identificare i contorni di un concetto, di un’idea, di un modello di sviluppo per la società civile del quale troppo spesso si parla in astratto. Muoversi verso una politica di sensibilizzazione verso il tema dell’Open Government, invece, vuol dire identificarne la fisionomia, tracciarne i principi chiave, rilevarne la natura profonda, così da costruire quelle azioni volte a promuoverne lo sviluppo.

Per questo motivo la costruzione del Manifesto non poteva che essere partecipata, per farsi forte di quell’intelligenza collettiva che è la vera risorsa della Rete. Ecco quindi che i dieci principi chiave proposti dai promotori sono stati messi in discussione per due settimane in Rete. Ed ecco che la Rete, ancora una volta, ha dimostrato la sua forza. Sono stati diverse centinaia i commenti lasciati sul sito, le mail giunte all’Associazione, le riflessioni condivise attraverso Facebook e Twitter riguardanti i diversi articoli del Manifesto.

Commenti sempre puntuali, mai generici, comunque costruttivi, che hanno consentito l’avvio di un complesso lavoro di riorganizzazione del Manifesto che vedrà luce – in una sua forma definitiva – nel corso del Convegno organizzato alla Sapienza in occasione della giornata dell’IGF Italia. In piena logica “open”, quindi, il Manifesto che verrà presentato – a partire dagli articoli proposti on-line ed in base alle considerazioni emerse in rete – rappresenterà il risultato di un lavoro partecipato e condiviso da quella comunità della Rete fatta di esperti, professionisti, funzionari pubblici e privati, docenti universitari che si occupano, a vario titolo, di questo tema.

Il convegno del 30 Novembre, che si svolgerà a partire dalle 10.00 sino alle 13.00 presso l’Aula Wolf del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, Università di Roma (Via Salaria 113) sarà l’occasione per presentare il Manifesto nella sua forma definitiva ed introdurre i prossimi programmi dell’Associazione, che dal Manifesto vuole partire per promuovere la cultura dell’Open Government nel nostro Paese.

Per partecipare è sufficiente iscriversi tramite la pagina dedicata all’evento (i posti sono limitati), o collegarsi al sito dell’Associazione per avere ulteriori informazioni.

Detto in giro ,

Su Conversational, a parlare di twitter…

8 novembre 2010

Terrorizzato dai moniti pavoliniani, che temeva che il link venisse diffuso prima del dovuto, mi riduco solo ora – che son sicuro di poterlo fare – a pubblicare il collegamento al podcast dell’ultimo numero di Conversational, la rubrica che Antonio tiene per Radio Popolare Roma. Il tema è quello di Twitter, discusso assieme a Luca Alagna, Vincos, Matteo Stagi. E’ stata una serata molto divertente, anche se decisamente movimentata. Molto pavolinesca, direi…

Detto in giro , ,

Manifesto per l’Open Government: Promuovere l’accesso alla Rete

6 novembre 2010

L’ottavo punto del nostro Manifesto per l’Open Govenment tocca il tema dell’accesso alla Rete quale elemento abilitante per lo sviluppo di processi di reale partecipazione. Nel post di oggi sul Blog di Datagov.it, Promuovere l’accesso alla Rete: Internet come strumento abilitante alla partecipazione, tento di spiegare per quale motivo, a nostro giudizio, il tema dell’accesso è fondamentale per poter parlare di Open Government. Spero che vogliate integrare il nostro testo con i vostri commenti, così da procedere nella discussione sul Manifesto.

Detto in giro , , , ,

Non solo Cyber: In Rete contro i burosauri

6 novembre 2010

Il titolo del pezzo è di Alessandro Gilioli, il resto è mio. E’ il testo del mio ultimo contributo per la rubrica Non Solo Cyber dell’Espresso, per la quale ogni tanto ho il piacere di scrivere. Il tema di questa puntata non poteva che essere il Manifesto per l’Open Government. Buona lettura!

In Italia se ne parla ancora poco, negli Stati Uniti invece è considerata una delle priorità dall’amministrazione Obama: è il cosidddetto Open Government, cioè l’obbligo per ogni potere (statale o locale) ad agire secondo criteri di trasparenza, partecipazione e collaborazione con i cittadini da attuare attraverso Internet.

Open Gov – “governo aperto”, appunto – vuol dire infatti garantire la partecipazione di tutti a tutte le scelte che riguardano la vita pubblica, grazie alla Rete e attraverso la condivisione dei dati e delle informazioni.

Agli Stati Uniti d’America si sono accodati di recente altri Paesi come il Canada, l’Australia, la Gran Bretagna e la Finlandia.

In Italia, appunto, siamo solo agli inizi: paghiamo lo scotto di una burocrazia statale storicamente poco incline ai cambiamenti e di una politica che teme la disintermediazione nei rapporti con i cittadini.

Ma anche da noi si comincia a fare qualcosa. Per favorire questo percorso un gruppo di docenti e di esperti della Rete ha appena lanciato l’idea di realizzare il Manifesto italiano per l’OpenGov.

L’obiettivo è suggerire alla Pubblica Amministrazione la strada da imboccare per diventare più trasparente e – in ultima analisi – più efficiente. Ma si tratta anche di un cambio culturale, che rovescia la visione novecentesca dello Stato, ponendo al centro il cittadino e non le procedure burocratiche.

La stesura del Manifesto è collaborativa: tutti possono fornire il loro contributo semplicemente collegandosi all’indirizzo www.datagov.it

Detto in giro ,

Comunicazione politica on-line: una scelta etica?

4 agosto 2010

Un amico mi ha chiesto un intervento da pubblicare su un mensile, tema: la comunicazione politica. Sarà che son reduce dell’elaborazione di una ricerca i cui risultati sono …diciamo così… strazianti,  ma questa è (l’amara) considerazione – o meglio, lo stralcio saliente che riporto qui – che ho partorito.

Quelle dei politici in tema di comunicazione sono spesso scelte di opportunità pesate sul breve o sul medio periodo, mentre la rete – essendo basata sulla costruzione di una “relazione” – è per definizione orientata a rapporti di più lungo respiro. Oltretutto, costruire una relazione implica tempo, impegno, disponibilità al dialogo ed all’autocritica. Non è un caso, quindi, che non sempre i social media rientrino nelle scelte di comunicazione dei politici. È da notare, infatti, che se sino a poco tempo fa l’assenza dei politici dalle piazze virtuali era da ricondurre prevalentemente al fatto che essi, semplicemente, ne ignorassero l’esistenza, oggi è spesso il risultato di una valutazione d’opportunità ben precisa: essere on-line spinge al dialogo, il dialogo spinge al confronto, il confronto consente la critica, la critica può generare difficoltà. Meglio rifiutare il dialogo. D’altro canto, il nostro sistema elettorale fa si che Deputati e Senatori non debbano rendere conto al cittadino, ma a logiche interne di partito. Il cittadino non è più – quindi – il loro referente ed il loro interlocutore principale, ma qualcosa di più vicino ad un “incidente di percorso” del quale tener conto. Magari il meno possibile.

Con il mio gruppo di ricerca abbiano analizzato le attività di comunicazione on-line di tutti i parlamentari, e di moltissimi politici locali. Non è un caso che le dinamiche di comunicazione cambino radicalmente in funzione del fatto che il politico risponda direttamente al suo elettorato o meno.

A ciò si aggiunge il fatto che l’idea in base alla quale Obama abbia vinto le elezioni grazie ad Internet è finalmente e fortunatamente passata di moda ed abbondantemente ridimensionata. Internet non sposta voti con la forza della televisione, ma è estremamente efficace per consolidare consenso e smuovere gli indecisi. Certo, un ruolo più difficile e meno attraente. Anche se forse più importante.

Ecco quindi che essere on-line, per un politico, prima che essere una scelta di opportunità sempre più si avvicina ad essere una scelta di principio. E proprio per questo ancor più degna di nota. Esserci – ed esserci bene – è segnale della disponibilità al confronto, all’autocritica, alla necessità di rendere conto al proprio elettorato. è il segnale dell’importanza del ruolo rivestito – per il politico – dal suo principale interlocutore: il cittadino. È una scelta etica, prima che politica.

Detto in giro

iPad: chiuso a monte, chiuso a valle…

3 luglio 2010

Mi faccio vivo, in attesa di parlare del recente incontro veneziano, per pubblicare l’ultimo contributo alla rubrica Non Solo Cyber, dell’Espresso.

Una breve riflessione su una prospettiva di cambiamento introdotta da iPad e simili. Voi che ne pensate?

Chiunque lo abbia avuto per le mani, non ha dubbi sul fatto che l’iPad stia segnando nuovi paradigmi nell’interazione uomo-macchina. La tavoletta interattiva di Steve Jobs, una sorta di iPhone con gli steroidi, stabilisce nuovi criteri, segna nuove modalità e delinea nuovi contesti d’uso per uno strumento che già molti hanno provato a lanciare. Apple, ancora una volta,  è stata la prima ad avere successo. E come tale sta delineando e definendo il mercato.
Un mercato che – malgrado le reazioni entusiastiche dei fan della mela – lascia intravedere delle nuvole sul futuro della Rete per come la conosciamo oggi.

Un po’ come l’America On Line degli anni novanta, iPad – con il suo store e le migliaia di applicazioni – si interpone tra l’utente e la rete. L’intento è quello di rendere l’esperienza dell’utente più semplice. Il risultato è quello di creare un ecosistema estremamente chiuso tanto a monte (l’hardware) quanto a valle (il software e le applicazioni). Un ecosistema nel quale – alla faccia del Web Sociale – è Apple a dettare le regole, a costruire il contesto, a  definire i costi. Un ecosistema nel quale ai produttori di contenuto conviene stare, in considerazione del fatto che le “Apps” sono a pagamento. E quindi conferiscono un modello di business sostenibile a quanti fino ad oggi vedevano nella Rete l’inferno del “tutto (e solo) gratis”. Ma quello che per gli operatori è un inferno per gli utenti è stato sino ad ora un paradiso: quello della rete dai contenuti liberi e gratuiti.

Apple – ed altri assieme a lei, come Amazon con il suo Kindle – stanno tracciando una strada che ridisegnerà gli scenari dell’accesso all’informazione on-line.

Detto in giro , ,

Il costo della Net Neutrality

23 gennaio 2010

Continua la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber dell”Espresso.  Questa volta ho pubblicato una breve riflessione sul tema della Net Neutrality, sulla quale – come di consueto – mi piacerebbe un vostro parere…

Net Neutrality, ossia il principio secondo il quale una rete come Internet non dovrebbe poter discriminare il traffico che veicola in funzione di ciò che è contenuto nei dati trasferiti.

Come dire che in rete tutti i dati sono uguali. Ma, un po’ come nella Fattoria degli animali di orwelliana memoria,  nella realtà esiste la possibilità che qualche dato sia “più uguale degli altri”. In altri termini, è possibile che i gestori di una rete privilegino alcuni dati rispetto ad altri, in base ad elementi come la tipologia o il destinatario. È contro questa possibilità che si scagliano in molti, ritenendo che essa rappresenti un rischio per Internet, preconizzando – qualora il principio della net neutrality venisse meno – una sorta di internet a due velocità: da una parte l’autostrada dei dati a pagamento, e dall’altra una sconnessa carraia nella quale finirebbe tutto il resto.
Rischio effettivo o esagerazione ideologica? Di solito la realtà è nel mezzo, ma è difficile dirlo. Ciò che è certo è che su questo punto si è combattuta una parte importante della campagna elettorale di Barack Obama, che – mantenendo le promesse elettorali – lo scorso settembre ha fatto si che l’FCC rilasciasse le linee guida per garantire il principio di neutralità nelle reti di telecomunicazione.

In un’epoca dominata da codici Hadopi ed altre mostruosità giuridiche che tentano di gestire in modo vecchio il fenomeno sostanzialmente nuovo che è la rete,  questa notizia appare come una boccata d’aria fresca in una giornata torrida.
Eppure dietro l’accettazione di una net neutrality “ideologica”, che toglie alle società di telecomunicazione qualsiasi possibilità di distinguere (ancor prima che discriminare) i dati veicolati dai cavi che gestiscono, si nasconde un rischio. Il rischio è che il peso del diritto alla Net Neutrality cada tutto sulle spalle dei cittadini. Non poter distinguere il traffico, infatti, potrebbe voler dire dover garantire a tutti gli utenti una rete in grado di veicolare servizi che soltanto alcuni sono disposti a pagare. Eh si, perché non discriminare vuol dire anche dover mettere tutti, ma proprio tutti, nelle condizioni di poter ricevere ciò che solo alcuni vorranno ricevere. E questo comporta una aumento generalizzato dei costi di connessione.

Se quando l’AT&T parla di una decuplicazione delle tariffe probabilmente tenta di fare un po’ di terrorismo, è comunque inevitabile pensare ad aumenti generalizzati con percentuali a due zeri. C’è da dire che ciò avvicinerebbe i costi della connettività statunitense a quelli affrontati in Europa per un servizio decisamente peggiore. Ma c’è anche da dire che difficilmente la cosa sarà accolta calorosamente dagli utenti statunitensi.

Molto dipenderà da quale sarà il valore che i cittadini americani attribuiranno ad un principio la cui applicazione avrà una ricaduta diretta – molto poco ideologica e molto più prosaica –  sul loro portafogli.

Detto in giro , ,

Sono ancora “nuovi” questi media?

10 dicembre 2009

L’amico Giorgio Gilbertini mi chiede di rispondere ad alcune domande per la rivista del Don Orione e mi invita a stare attento alle risposte visto che, in linea di massima, il pubblico dei lettori non è proprio vicino alle tecnologie, e quindi è opportuno avere un approccio comprensibile ai più… Ci sarò riuscito?

Che cosa si intende per new media? Quali sono i principali new media?

Prima di tutto mi preme sottolineare una cosa. Non mi piace troppo usare il termine “nuovi” media. Sono decenni, ormai, che si parla di “nuovi” media riferendosi a strumenti che sono entrati a pieno titolo nella vita di ognuno. Riferirsi sempre ai “nuovi” media li fa sentire lontani, astratti. Un po’ come se fossero realtà che, in fondo, non ci riguardano. E invece quelli ai quali ci si riferisce utilizzando il termine “nuovi media” sono strumenti ormai diffusi – moltissimo tra i giovani ma molto anche tra i meno giovani – e che stanno contribuendo in maniera fondamentale a cambiare il modo in cui le persone vivono le relazioni. Ed è proprio nel concetto di “relazione” la vera novità di questi media. Strumenti che non servono solo o prevalentemente per facilitare la diffusione di informazioni, ma sono in grado di supportare lo sviluppo di relazioni, consentendo a tutti, ma proprio a tutti, di perdere la passività tipica degli “spettatori” televisivi o dei “lettori” di giornali, per diventare “interattori” nel sempre più complesso contesto dell’informazione.

E’ da anni che si parla del fatto che la carta stampata debba scomparire ma per ora ha resistito ai cd rom e sembra anche ad internet. Con la diffusione dei new media finiranno i media tradizionali (radio tv giornali) o ne trarranno benefici? E come?

Il discorso, in realtà, è molto complesso. Già un paio d’anni fa un signore ebbe a dire: “Non so davvero se fra cinque anni si stamperà ancora il NY Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa”. Questo signore era Artur Sulzberg. L’editore del New York Times. Nessuno, oggi, è realmente in grado di sapere cosa sarà della carta stampata da qui a cinque o dieci anni. Ciò che è certo è che lo sviluppo e la diffusione di internet sta radicalmente mutando gli equilibri del mondo dell’informazione. Le grandi fusioni d’oltreoceano tra operatori della telefonia ed editori, la crisi della carta stampata, la convergenza di internet con la tv ci insegnano che tutto è in rapido movimento. Quindi il tema non è capire se i media “tradizionali” trarranno benefici o meno da questo nuovo scenario, quanto piuttosto quali media riusciranno ad adattarsi ad un processo che i tecnici chiamano “rimediazione” e quali, invece, soccomberanno. Insomma, si tratta di un processo evolutivo nel quale – proprio come in natura – gli attori più pronti al cambiamento saranno favoriti, e gli altri finiranno per scomparire. Ma la loro scomparsa sarà ampliamente compensata da nuovi attori – o dai vecchi attori che saranno stati in grado di cambiare più rapidamente – che sapranno offrire all’utenza un servizio migliore.

Come ha rivoluzionato, secondo lei, il mondo l’avvento di internet?

Internet è una grande opportunità. Una opportunità di conoscenza, di crescita, di sviluppo, di maturazione. È inevitabile che il suo sviluppo produca effetti significativi sulla società. Ed è altrettanto inevitabile, purtroppo, che i settori più conservatori della società vedano in internet una minaccia. E non a caso la rete viene spesso rappresentata come fonte di mille minacce, prima che di mille possibilità. L’equazione Internet uguale Male ha dominato la carta stampata negli ultimi anni. E ciò non credo abbia reso un buon servizio alla sua diffusione. Sicuramente non l’ha reso alla società. Internet cambia le cose. È indubbio. Esiste un prima ed un dopo. Come è esistito un prima ed un dopo con la ruota, il fuoco, il treno. Eppure non penso siano in molti quelli disposti a sostenere che la società era migliore senza ruota, senza fuoco, senza treno. E non posso non ricordare che nel 1800 alcuni ritenessero che il treno fosse il Demonio. Le reazioni della società ai cambiamenti, tutto sommato, sono sempre le stesse.

Si parla molto di social network. In cosa consiste il successo di Facebook?

Facebook ha avuto l’innegabile merito di aver avvicinato alla rete milioni di persone. Sono oltre 350 milioni gli utenti del social network creato da Zuckerberg (che è nato, mi piace ricordarlo, nel 1984). Per molti di essi Facebook “è” Internet. Ma il vero successo di Facebook è quello di aver portato le persone ad essere on-line con il proprio volto. Quello vero. In un certo qual modo, Facebook rappresenta il superamento di Second Life. Da un contesto in cui la rete serviva per costruirsi una “seconda vita” dietro la quale nascondersi si è passati ad una realtà in cui la propria vita viene condivisa on-line. Il digitale ed il materiale si sono finalmente fusi e sovrapposti in un unico contesto relazionale. Tutto ciò è positivo? È negativo? Tutto ciò è un fatto. Un fatto inevitabile. Un fatto che comporta conseguenze positive ed aspetti negativi. Personalmente ritengo che le prime superino abbondantemente i secondi.

La gente in metropolitana o sul pianerottolo è estranea ma chatta volentieri e per ore con sconosciuti in internet. Come si può spiegare tutto questo?

È vero, la gente spesso non conosce il proprio vicino di casa. Ma ciò non avviene perché usa il suo tempo per chattare. Le chat esistono da relativamente pochi anni, ma dei propri vicini si è dimenticato il nome da decenni. È l’era post-moderna ad aver mutato e rarefatto le relazioni, non certo Internet. E basta collegarsi a Facebook per rendersi conto che i social network non sono quell’ambiente di emarginati che a molti piace rappresentare. Molto più semplicemente, sono invece gli strumenti che i giovani (ma anche i meno giovani) usano per restare in contatto con i propri amici o con i propri contatti. Certo, on-line si conoscono anche sconosciuti. Ma ciò è necessariamente un male?
Il problema, ancora una volta, non sta nel fatto che internet aiuti a conoscere nuova gente. Sta nel fatto che a volte non ci si rende conto del fatto che internet è porta aperta. Mi permetta di chiarire con un esempio: lasciare un bambino in chat senza alcun controllo equivale a lasciarlo in mezzo ad una strada affollata, ove ci sarà tanta brava gente e qualche mascalzone. Mi chiedo solo per quale motivo molte mamme inorridirebbero alla sola idea di abbandonare il proprio figlio in mezzo ad una strada, ma trovano normale lasciarlo su internet senza alcun controllo. Se dovesse succedere qualcosa, la colpa sarebbe di internet?

Detto in giro

Su Non Solo Cyber, due parole su SideWiki

12 novembre 2009

Su L’Espresso della scorsa settimana, nella rubrica Non Solo Cyber, ho parlato di SideWiki. Come di consueto, pubblico l’articolo qui di seguito, per le vostre considerazioni. Buona lettura!

Una lavagna affissa di fianco all’ingresso principale di un’azienda. Una lavagna ove chiunque sia dotato del giusto gessetto può scrivere, ma dalla quale soltanto il suo padrone può cancellare ciò che viene scritto. E il padrone di questa lavagna è anche il titolare di una rete di lavagne che possono essere affisse potenzialmente affianco all’ingresso di qualsiasi azienda, università, organizzazione, casa privata. E delle quali tutti gli utenti della rete possono leggere i contenuti, indossando gli occhiali giusti.
Questo è – in sintesi – SideWiki, uno degli ultimi nati di casa Google. Fuor di metafora un sistema che consente, con la semplice installazione di un programma gratuito, di scrivere e leggere ciò che scrivono gli altri utenti in un’area di testo che viene visualizzata nello schermo del browser di fianco ad una qualsiasi pagina web.
Di per sé l’idea non è del tutto nuova – altre aziende in passato avevano sviluppato applicazioni simili. Ma non è la prima volta che BigG recepisce una buona idea facendola sua. Ciò che lascia ritenere che SideWiki sia destinato ad avere una grande diffusione sul Web è il fatto che per utilizzarlo sia sufficiente aggiornare la ToolBar di Google,  presente già nei browser di milioni di utenti.
Difficile immaginare il reale impatto di uno strumento simile. Clienti insoddisfatti che parlano dei prodotti di un’azienda proprio sull’home page dell’azienda stessa, lettori dei giornali che commentano gli articoli senza alcun controllo possibile da parte degli editori, studenti infuriati che descrivono le loro disavventure sul sito internet dell’università, o direttamente  sulle pagine del blog del docente di turno. Ma anche realtà che sfruttano quello che rischia di diventare un canale per una nuova forma di spam, con aziende che promuovono i loro prodotti direttamente dalle pagine dei siti della concorrenza. O cittadini che esprimono le proprie opinioni direttamente sui siti della pubblica amministrazione o dei personaggi politici senza che questi possano effettuare alcun tipo di censura (altro che faccine…). E solo Google in grado di agire su questa immensa mole di contenuti. Ancora più difficile prevedere come si comporteranno le aziende e le organizzazioni pubbliche e private, quanto impiegheranno a rendersi conto di quello che sta succedendo, il numero di cause legali che questo sistema  genererà.
SikeWiki aggiunge uno “strato” interattivo al web indipendente dalla volontà dei titolari di un sito internet. Una grande possibilità per gli utenti, ma anche un nuovo livello di responsabilità per gli attori coinvolti.

Detto in giro , ,

Enterprise 2.0: una vera “scelta”?

16 settembre 2009

logo_zerounoNuovo articolo su ZeroUno per la mia rubrica sull’Enterprise 2.0. Mi chiedo, questa volta, se le aziende possano davvero “scegliere” se adottare o meno soluzioni orientate al Web 2.0, in un mercato in cui gli utenti tale scelta l’hanno già fatta. Voi che ne pensate?

In oltre due terzi dei casi, le aziende che hanno implementato soluzioni e modelli propri del web 2.0 hanno ottenuto benefici misurabili. I vantaggi si vedono nella capacità di sviluppare prodotti e servizi innovativi, in un abbattimento dei costi operativi, nella maggiore efficacia delle azioni di marketing, in una più efficace gestione del capitale intellettuale; finanche in un aumento dei ricavi. Questo è quello che ci dice – in sintesi – il survey annuale sul Web 2.0 pubblicato a settembre dal McKinsey Quarterly, basato sull’analisi di quasi 1.700 interviste fatte a professionisti provenienti da diversi settori aziendali.

Risultati interessanti, che dimostrano senza troppi dubbi come il Web 2.0 sia centrale rispetto allo sviluppo del business, ma che – letti a sud delle Alpi, rischiano di sembrare davvero lontani dalla nostra realtà. Realtà che, tanto per fare un esempio, in un solo anno – tra il 2008 ed il 2009 – è scesa dal dodicesimo al diciannovesimo posto nel Connectivity Scorecard redatto da London Business School e Nokia System Networks. Mentre nel resto del mondo ci si interroga sul “come” implementare le logiche del Web 2.0 per garantire i migliori risultati, la maggior parte delle nostre imprese è ancora impegnata a capire “cosa” sia questo Web 2.0 e “se” esso rappresenti una realtà della quale occuparsi o l’ennesima moda passeggera.

È vero, ogni evoluzione ha i suoi tempi. È vero, l’Italia non è la Svezia. È vero, ha poco senso paragonare contesti tanto diversi da rendere qualsiasi confronto privo di reale significato. Ma c’è un particolare da tenere in considerazione. Quando si parla di Web 2.0 ci si trova di fronte ad un fenomeno che non parte dall’azienda per arrivare all’utente o al consumatore, come accade per la maggior parte dei casi. Ci si trova, invece, di fronte ad un fenomeno che nasce dal basso, che viene dall’utente. Un utente che sovente non sa nemmeno cosa sia il Web 2.0 e cosa esso possa comportare ma – molto piú pragmaticamente – usa Google, legge i Blog, è su Facebook, compra su eBay. Un utente, insomma, che vive sempre più immerso in una realtà in cui le logiche del Web 2.0 rappresentano la norma, non l’eccezione. Così, mentre le aziende si chiedono di cosa si stia parlando, i consumatori apprendono dall’esperienza d’uso quotidiana un nuovo modo di relazionarsi, di informarsi sui prodotti, di gestire i processi di acquisto, di divertirsi.

Per questo motivo quella di sposare alcune delle logiche del Web 20 non è soltanto una scelta possibile ma, per certi versi, una condizione di fatto verso la quale si sta spostando il mondo. Una scelta inevitabile per l’azienda? Per rispondere a questa domanda una considerazione è d’obbligo: si può scegliere se essere attivi o meno nei social network, si può determinare il livello d’apertura verso tali strumenti da parte della propria organizzazione, ma non si può impedire ai propri clienti di esserci. Non si può impedir loro di utilizzarli per parlare dei prodotti e dei servizi che preferiscono, apprezzandoli o criticandoli. Se si può consapevolmente scegliere se dialogare o meno con i propri utenti nelle nuove piazze virtuali, non si può impedire che essi le usino per parlare tra di loro. E non saperli ascoltare potrebbe rivelarsi estremamente controproducente.

Detto in giro ,