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Archivio per la categoria ‘Fuori dai denti’

Stefania Rimini, sbagliare è umano…

13 aprile 2011

Questa è Stefania Rimini in una nota sul sito della RAI, dopo la puntata di Report della scorsa settimana:

In seguito alla nostra puntata del 10 aprile “Il prodotto sei tu” (dedicata ai social network e alla privacy, sicurezza e libertà in rete) ci saremmo aspettati una mobilitazione del “popolo della Rete” italiano in difesa della libertà d’espressione su Internet, visto che l’Autorità garante delle comunicazioni sta ancora conducendo audizioni al riguardo e il momento giusto per farsi sentire è adesso. Invece, nessuno ha mosso un dito per digitare una mail di protesta. Ci saremmo aspettati ancora di più una mobilitazione in difesa del soldato Bradley Manning, che sta rischiando la vita accusato di tradimento, in nome della libera circolazione delle informazioni – qualsiasi informazione – in Rete. Invece no, la mobilitazione non è “salvate il soldato Manning”, ma “salvate il soldato Zuckerberg”. Potenza della Rete. Ci torneremo su, come di consueto, nel prossimo aggiornamento.

Ecco, l’unica cosa che mi viene da dire è che errare è umano, ma perseverare è diabolico.

Fuori dai denti ,

Daria Bignardi e la maledizione della coda lunga

12 febbraio 2011

Quello che spiace, sentendo Daria Bignardi che su La7 (s)parla di giovani e social media, è pensare al fatto che la sua trasmissione faccia quasi un milione di telespettatori. Senza nulla togliere alla coda lunga, il suo problema è proprio quello di essere coda lunga. Pensare alla competenza sparsa nelle sue pieghe, in quelle nicchie che la fanno tanto forte, consola. Ma intristisce considerare poi quanto facilmente la banalità possa trionfare, se sparata con la potenza di fuoco del medium mainstream. Ed inquieta pensare al fatto che quegli errori grossolani, quelle semplificazioni inappropriate, quelle banalità macroscopiche che saltano agli occhi evidenti quando si parla di argomenti che conosciamo bene, in realtà sono onnipresenti nella pochezza della TV, anche quando non li vediamo perché nascosti in temi che ci sono meno familiari. Le invasioni barbariche, tutto sommato, rappresenta bene l’imbarbarimento della televisione. Una televisione che maschera il gossip da approfondimento, il sensazionalismo da cultura. E speriamo che la cultura trovi rifugio nelle pieghe della coda lunga, prima che imbarbarisca anch’essa.

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Sulla serrata dei Musei ed i modi sbagliati di difendere cause giuste…

14 novembre 2010

Ieri in molte città italiane diversi musei (non tutti, in verità) hanno chiuso i battenti in uno sciopero di protesta contro i tagli alla Cultura. Dubito che siano stati in molti ad accorgersene, ed è significativo come sui giornali di oggi la protesta praticamente non compaia.

Una mossa non proprio furba, a parer mio. Non certo per la sostanza delle cose, ma per la forma. In un Paese come l’Italia, in cui il ruolo del Sistema Cultura è di per sè marginale, chiudere i musei non è altro che un ulteriore incentivo ad andarsene al Cinema, o al Centro Commerciale. Cosa volevano dimostrare, i promotori dell’iniziativa? L’inutilità dei Musei? Rischiano di esserci riusciti.

Ma perchè, invece, non pensare ad uno sciopero bianco (in realtà Federcultura pare l’avesse proposto)? Perchè non pensare di dimostrare ai cittadini – per un giorno – cosa vorrebbe dire un sistema di promozione della Cultura realmente efficiente, con spazi aperti, con facilitazioni all’accesso, con manifestazioni realmente costruttive?

Perchè non far vedere ai cittadini come funzionano le Istituzioni Culturali dove lo Stato le promuove realmente (penso a Germania o Inghilterra, per esempio). Tutto sommato è molto più comodo chiudere per un giorno, disincentivando alla cultura anche i sempre meno interessati. D’altro canto ancora il tempo è buono per una scampagnata…

In Italia le cose si fanno così. Evviva il diritto allo sciopero. Evviva la stupidità.

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Ognuno ha i Fisici che si merita…

8 settembre 2010

Ci sono persone che non posso che ammirare per la loro capacità di cercare sempre il buono delle cose. Di vedere il bicchiere mezzo pieno. Di rifiutarsi di vedere l’abisso di ignoranza che le circonda. Quindi, come non ammirare Ernesto, che di fronte alle parole di Enzo Boschi si rifiuta di credere che un docente universitario di tale levatura intendesse davvero dire quello che ha detto?

Di che si parla? Del fatto che, visto che c’è il rischio che i dati rilasciati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia vengano letti ed interpretati da altri, il suo Direttore – Enzo Boschi appunto – sta seriamente pensando di smettere di renderli disponibili. Alla faccia dell’Open Data. Eh si, perchè – afferma sempre Boschi – “qui impieghiamo più tempo a inviare rettifiche ai giornali che ad elaborare risultati“.

Ernesto non può pensare che Enzo Boschi – Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, Benemerito della Cultura, Cavaliere di Gran Croce, Accademico dei Lincei e tante altre belle cose – dica sul serio, e quindi sostiene che le sue osservazioni siano una provocazione.

E invece io, che così ottimista non sono, drammaticamente penso che Enzo Boschi intendesse dire proprio quello che ha detto. Si, perchè Enzo Boschi, dagli indubbi meriti scientifici ed accademici, forse proprio in quanto benemerito cavaliere accademico e via dicendo,  è figlio di una cultura – quella dei baronati universitari italiani – per la quale tutto ciò che è estraneo al Gotha degli Eletti è perdita di tempo, banalità, disturbo.

E così, mentre gli scienziati di mezzo mondo liberano i dati e favoriscono lo sviluppo di un modello di condivisione della conoscenza e del sapere degno del secondo millennio, i nostri Baroni vivono tutto ciò come un fastidio. Come un intralcio. Come una seccatura. E così, mentre altri fisici hanno inventato il Web, i nostri si chiedono se non sia il caso di smettere di perderci tempo.

Senza considerare, afferma lucidamente Ernesto, che tutto sommato quei dati sono nostri, visto che li abbiamo pagati noi. Senza considerare che altri paesi vedono nell’Open Data un vero e proprio modello di sviluppo sul quale basarsi. Senza contare che, tutto sommato, per certi aspetti alcuni paesi sono forse più civili del nostro.

PS: in realtà, Ernesto – viste le soluzioni che auspica – è ben consapevole di tutto ciò, ma è troppo sottile per dirlo! :-)

Considerazioni Sparse, Fuori dai denti , , ,

Su Alessandro Mutolo, oculista di Roma…

22 novembre 2009

Vi capita mai di usare internet per cercare qualcuno? Vi capita mai di farlo per cercare informazioni su un medico? Per sapere come si comporta con i pazienti, o se è autore di pubblicazioni scientifiche? Ecco, se dovesse capitarvi di cercare qualcosa su Alessandro Mutolo, il blog della Signora Franca è un buon punto di partenza… Nella speranza che la rete usata come strumento per la diffusione delle informazioni insegni ai medici – una volta tanto – come comportarsi…

Fuori dai denti ,

Beppe Grillo

13 luglio 2009

…odio dover dire che l’avevo detto
Ora, almeno, nella comica politica italiana ci sarà anche un comico vero…

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Michele Ficara Manganelli, non siamo ridicoli…

10 giugno 2009

Non amo entrare nelle conversazioni quando non sono direttamente coinvolto ma, visto che se errare è umano perseverare è diabolico, questa volta faccio un’eccezione e rispondo da qui a chi non ha avuto la buona grazia (diciamo così) di coinvolgermi direttamente commentando alcune mie osservazioni.

Prima di entrare nel merito, una questione di metodo. Devo constatare con dispiacere che Michele Ficara Manganelli (vedi? basta un link, e l’interlocutore sa che si sta parlando di lui…) usa nella comunicazione on-line i migliori sistemi del peggior giornalismo off-line per portare avanti le sue idee. E’ abbastanza evidente (a chi vuol vederlo) che dire “Il Web in Italia ancora non è in grado di spostare voti come fa la televisione” è appena un po’ diverso dall’affermare che “il web non influenza le elezioni“. La sottile e maliziosa variazione di una citazione è qualcosa che si addice alla carta stampata, dove il citato non ha possibilità di replica. Non certo al web. Ma pare che pur criticando il mainstream, se ne stiano acquisendo alcune cattive abitudini.

Ora la questione di merito. Avremo modo di approfondire il tema in uno dei prossimi appuntamenti su SpinDoc e nel convegno che stiamo organizzando, ma ravvedo alcune tendenze pericolose e ingenue nelle discussioni attorno agli impatti del web e dei social media sulla comunicazione politica.

  • Pericolose, perchè sovradimensionando anzitempo una realtà o un fenomeno si finisce quasi sempre per sortire effetti nefasti. Non si fa un buon servizio alla diffusione della Rete millantandone effetti che essa (ancora) non ha. Un po’ come quando migliaia di aziende alla fine degli anni novanta si buttarono precocemente sul commercio elettronico, restandone inevitabilmente scottate. Il risultato fu una sfiducia generalizzata e acritica nei confronti dello strumento, che rallentò di alcuni anni l’effettivo sviluppo del fenomeno. Chi c’era lo ricorda bene. Lo stesso vale per la comunicazione politica. Far si che gli attori della politica si aspettino oggi dal Web risultati che esso ancora non può offrire rischia di allontanarli dallo strumento, invece che avvicinarli. 
    E’ assolutamente evidente che il Web – ed in particolare i social network – sono destinati a mutare radicalmente non solo la comunicazione politica, ma la politica nel suo complesso, ma voler affermare che in Italia tale mutamento sia già avvenuto vuol dire dimostrare di non conoscere molto l’argomento.
  • Ingenue perchè ridurre la complessità della politica e della comunicazione politica on-line al fatto che Obama abbia vinto le elezioni grazie ai blog è di una ingenuità disermante. Ho sentito più volte affermare che se Obama non avesse usato Internet sarebbe ancora uno sconosciuto senatore. Affermazioni del genere possono forse stimolare clap virtuali nelle discussioni tra blogger della prima ora, ma temo che siano piuttosto destinate a farci sommergere di ridicolo se portate fuori dalla blogosfera. I motivi della vittoria di Obama vanno ben oltre il fatto che abbia fatto un buon uso degli strumenti di comunicazione on-line (abilmente sfruttati, peraltro, per acquisire fondi da investire nella comunicazione off-line). Quanto ha influito l’on-line? Sicuramente ha avuto un ruolo importante. Alcune ricerche parlano di diversi punti percentuali, ma la realtà è che non abbiamo strumenti per saperlo con certezza.

Veniamo ora alla questione di Debora Serracchiani. Anche in questo caso, voler far passare la vittoria di Debora per una vittoria della rete mi sembra davvero scorretto, oltre che riduttivo. Lei stessa ha affermato che non ha dubbi sul fatto che la Rete l’abbia lanciata. Ma non ci sono memmeno dubbi sul fatto che se i media mainstream non l’avessero raccolta dopo che YouTube l’ha lanciata, avrebbe fatto un tonfo. Come per Obama, Debora non ha vinto per la Rete, ma per le sue idee, che la Rete le ha consentito di diffondere verso i suoi elettori e verso i media mainstream.

In conclusione, caro Ficara Manganelli, alla tua domanda “Chi ha detto che il Web non influenza le elezioni”, la risposta è non io. Ho detto, e lo ripeto con forza, che oggi in Italia (e nel resto del mondo, aggiungerei) il Web non ha ancora la forza di spostare voti come fa la televisione. Questo non vuol dire che non abbia impatto, o che sia inutile alla comunicazione politica (vedi Di Pietro, vedi Casini…) ma mi sembra abbastanza chiaro che il suo ruolo sia in gran parte potenziale e ancora da esprimere.

Il resto, è polemica.

 

 

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SSGRR

30 ottobre 2008
SSGRR: Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli. Chi ha qualche capello bianco sulla testa e lavora da un po’ di tempo nel settore delle TLC non può non conoscere questo nome.
Centro di eccellenza per la formazione sulle telecomunicazioni, la Scuola dell’Aquila ha formato generazioni e generazioni di manager e tecnici che hanno fatto e fanno le TLC in Italia. Ho avuto per anni l’onore di insegnare per la Reiss Romoli. Anni indimenticabili che mi hanno fatto comprendere quale possa essere il ruolo della formazione in una grande azienda e con quanto entusiasmo si possa lavorare in questo settore. Mi hanno fatto capire come la formazione possa diventare cinghia di trasmissione per lo sviluppo delle conoscenze e strumento di condivisione della cultura aziendale. Chi ne conosce la storia, sa che oggi la Reiss Romoli è ad un passo dalla chiusura. Chi ne conosce le storie, sa che a tutto ciò si è arrivati per l’incredibile miopia dei manager di Telecom Italia, che dominati dalla smania dell’ARPU e del ROI non hanno esitato un secondo prima di dilapidare un patrimonio inestimabile di conoscenza, un vero e proprio bacino culturale per il malmesso mondo delle TLC italiane.
Non è l’amicizia profonda ed ormai decennale che mi lega a molti dei professionisti che vi lavorano che mi spinge a scrivere questo post, ma la rabbia nei confronti di un’azienda – Telecom Italia – che non ha compreso il ruolo della Scuola dell’Aquila. Nei confronti di un’azienda che non ha esitato un attimo a svendere un luogo storico delle TLC italiane per la sua profonda incapacità di comprenderne il valore. E di sfruttarlo.
Oggi la Reiss Romoli è di proprietà di Tils – mostro nato dalla fusione della SSGRR con quelle che Colaninno definì le altre “pizzerie” del gruppo Telecom e poi svenduto. La sua chiusura vorrebbe dire la perdita definitiva di quarant’anni di cultura delle TLC in Italia. Vorrebbe dire anche lasciare senza lavoro decine di professionisti. Ma paradossalmente non è questo che mi preoccupa di più. Sono convinto che il loro valore sia tale che resterebbero per molto poco tempo disponibili sul mercato. Tuttavia la morte della Reiss Romoli vorrebbe dire la morte della storia delle TLC del nostro Paese. E il nostro Paese non può permetterselo.
Della vicenda parla il blog dei dipendenti della Reiss Romoli

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Il passo del potere…

15 maggio 2008

Li riconosci dalla camminata. Persi tra via della Scrofa e via del Corso. Ignari eppure tronfi. Smarriti e prepotenti. Ancora vestiti con il vestito buono del primo giorno di scuola. Le scarpe lucide, di chi non cammina a piedi. Con quella pienezza di sé che solo la consapevolezza del potere sa dare. Un potere appena conquistato eppure già familiare, che al potere ci si abitua presto. Un potere tutto ancora da agire, da sperimentare, da provare. Proprio come un giocattolo nuovo.

Li riconosci dalla camminata. Dal passo con il quale percorrono le vie del centro. Un passo goffo, di chi ancora non sa bene dove andare e cosa fare; l’altro prepotente, di chi – pur senza sapere dove – va avanti comunque. Va avanti aspettandosi che la gente si sposti, che “gli altri” cedano il passo. Sono i nuovi potenti. I nuovi titolari di una poltrona, di una poltroncina o di uno scanno. Ma anche di uno strapuntino, che tutto va bene per saziare la fame di potere. È il nuovo turno di potenti, che per la loro fame affamano l’Italia.

Fuori dai denti

Grazie

18 febbraio 2008

Mio padre è morto. L’ho detto. L’ho scritto. Eppure mi sembrano parole vuote, irreali.
In effetti mi rendo conto di come non ci siano molte cose da dire in proposito. Quasi tutti dedicherete a questo dato di fatto pochi secondi, per poi tornare alla vostra vita. Ed è naturale, è giusto che sia così. Solo chi ha perso un padre – e per di più un padre come il mio – potrà comprendere davvero. Solo chi aveva con lui un rapporto come il nostro potrà capire l’entità del vuoto che mi porto dentro. Ma la realtà è che siamo soli nella profondità del nostro dolore. Anche lui aveva un blog che ogni tanto aggiornava. Lo avevo convinto ad aprirlo sperando che vi si appassionasse. La vita e le cose lo hanno portato altrove.


Sto vivendo questo momento come posso, come meglio riesco a farlo. Le cose che prima mi appassionavano – e che attendo tornino a farlo – ora nella migliore delle ipotesi mi lasciano quasi indifferente; nella peggiore sollecitano fitte di dolore. Dolore che nasce dal fatto che so che non potrò più confrontarmi con lui.


Voglio ringraziarvi. Voglio ringraziarvi perché neanche immaginate quanto mi sia stata d’aiuto la vostra presenza in questi giorni. La presenza di coloro che hanno lasciato un commento al mio post precedente. La vicinanza di quanti (colleghi, amici, studenti) – letto il post – mi hanno chiamato, hanno inviato SMS, mail, messaggi per sapere cosa stesse accadendo. La disponibilità di coloro i quali mi hanno offerto il loro aiuto, o che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi quando ne avevo bisogno. L’amicizia di quanti hanno letteralmente lasciato tutto, per venire da me nei giorni più duri.


Non ho impiegato molto per rendermi conto di come in alcuni preziosi casi la conoscenza nata qui si sia trasformata discretamente, silenziosamente, in amicizia. È vero, siamo soli nel nostro dolore. Ma avere voi vicino mi ha aiutato ad affrontarlo. Grazie amici.


PS: Tornerò a scrivere qui delle cose di sempre, ma ancora non riesco, ancora i miei pensieri sono altrove. Ma vi leggo sempre, tutti. Nel frattempo, senza di me la blogosfera va benissimo avanti da sola…

Fuori dai denti