In un momento in cui tanti (troppi) confondono l’agenda digitale con l’agenda elettronica, vale forse la pena di chiedersi se è davvero di una agenda digitale che ha bisogno il nostro Paese…
Non riesco proprio a condividere il grande entusiasmo verso l’Agenda Digitale. Quell’aria di attesa per la pubblicazione di un documento che dovrebbe illustrare come risolleveremo le sorti digitali del Paese e che invece rischia di illustrare come – tra un temporeggiamento e l’altro – planeremo verso il prossimo Governo senza che molto, in realtà, sia fatto. No, non è un problema di competenze. Non è un problema di capacità di chi ci sta lavorando. Nè tantomeno un problema di buona volontà. È un problema di sistema.
Agenda, lo dice anche Wikipedia (notoriamente fonte attendibile in questo sconclusionato Web 2.0) è il gerundivo neutro plurale di àgere, ossia agire. L’agenda indica quindi le cose da fare. Ma le cose si fanno, fino a prova contraria, in funzione di qualcosa. Si fanno per raggiungere un obiettivo.
Ed è questo il vero problema. All’Agenda Digitale manca il vero obiettivo.
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Sono stato ieri al Salone del Libro di Torino. Mi hanno invitato a moderare un convegno nel quale il Ministro Francesco Profumo ha incontrato alcuni studenti che hanno sviluppato nelle loro scuole progetti innovativi nell’ambito di un programma della Direzione dell’Ufficio Scolastico regionale per il Piemonte.
Sono uscito dal convegno con un ottimismo che non ricordavo da tempo. Il merito è di Luca, Giacomo, Alessandro, Gabriele, Marco, Veronica, Michaela, Elena, Niccolò. Il perché ho tentato di spiegarlo in un post sul tema del convegno: la Smart School.
Ho cambiato idea. L’open data non s’ha da fare. Dopo tanto tempo passato a promuoverne lo sviluppo, ad impegnarmi per farne una realtà, a scrivere linee guida e lavorare con la mia associazione, mi sono improvvisamente reso conto che tutto sommato è meglio non farlo.
In un breve pezzo su Tech Economy vi spiego i cinque motivi per non fare Open Data. Buona lettura!