Il blog di Stefano Epifani
Appunti su Web, Tecnologia, Società...

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Lunedì scorso ho avuto il piacere di essere selezionato tra i partecipanti al primo Vatican Blogger Meeting. Ero tra i pochi titolari di blog non specificatamente dedicati a tematiche religiose. Tra gli altri: Alessandro Gilioli, Luca Sofri e Alessio Jacona, tanto per citare alcuni amici. Prima considerazione: la nostra stessa presenza all’incontro dimostra come esso non fosse dedicato ai soli blog cattolici, ma al mondo dei blog in senso lato.

L’incontro doveva essere aperto dal Cardinale Ravasi ma è stato introdotto altrettanto efficacemente dall’Arcivescovo Celli, che ne ha subito inquadrato la dimensione quale momento di “dialogo rispettoso” tra la Chiesa ed il “mondo” dei blog. Un mondo che, usando le parole di Celli, “ha un ruolo importante nel contesto delle nuove culture digitali“. Sono seguite due sessioni: la prima popolata da alcuni blogger cattolici che hanno parlato della loro esperienza; la seconda più istituzionale, che ha visto gli interventi di alcuni importanti attori della comunicazione della Santa Sede. Non voglio dilungarmi oltre su struttura e contenuti del convegno, la cui registrazione audio è disponibile sul sito del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali (Per la cronaca: Podcast, questo sconosciuto…).

Quello che mi interessa, invece, è fare alcune considerazioni su ciò che è emerso nel corso dell’incontro:

  • non bisogna credere che la Chiesa sia lontana dalle tecnologie applicate alla comunicazione o che debba scontare un qualche digital divide culturale rispetto ad esse. Basti pensare che già Pio XII considerava le tecnologie applicate alla comunicazione delle “meravigliose invenzioni di cui si gloriano i nostri tempi“, che Giovanni XXIII sottolinea che “i progressi fatti dalla scienza nel settore della comunicazione devono essere messi al servizio dell’uomo in quanto strumenti di civiltà” e che Paolo VI istituì le Giornate Mondiali della Comunicazione Sociale quasi cinquant’anni fa. Se questo non bastasse, il documento “La Chiesa ed Internet” il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali l’ha pubblicato oltre 10 anni fa: prima che molte aziende si accorgessero della Rete, per intenderci. Quello che la Chiesa fa con essa, quindi, non è mai frutto del caso o di approssimazione, ma di una riflessione intensa e profonda. Condivisibile o meno, certo, ma senz’altro ragionata. Per questo motivo l’importanza che ha avuto quest’incontro va forse anche al di là di quanto molti dei blogger presenti hanno mostrato di aver percepito. Il fatto che la Chiesa riconosca la Rete come stakeholder è fondamentale. Il fatto che decida di aprire un dialogo con essa è determinante. Il fatto che questo dialogo parta forse in ritardo, come lo stesso Celli ha ammesso in apertura, è secondo me completamente ininfluente: la Chiesa si muove con i suoi tempi, ma quando lo fa lancia un segnale chiaro.
  • Non per essere più realisti del Re (o in questo caso più papisti del Papa), ma ho avuto la netta impressione che la Chiesa abbia capito del mondo della Rete molto di più di quanto questo mondo lo abbiano compreso gli stessi blogger che parlano di Chiesa. Quest’impressione, che ho avuto immediatamente,  devono averla avuta anche Padre Spadaro e Padre Lombardi visto il tenore dell’apertura dei loro interventi. Quasi tutti i relatori della prima sessione non hanno fatto altro che parlare di blog come di nuovi pulpiti dai quali annunziare la parola di Dio, annullando completamente la dimensione del dialogo, dell’ascolto e della comprensione che caratterizzano la Rete e che dovrebbero caratterizzare – nelle stesse parole introduttive di Richard House e di Mons. Celli – la dimensione comunicativa e di apostolato della Chiesa.
    I blogger cattolici che hanno parlato nella prima parte dell’incontro hanno fatto una grande, enorme, immensa confusione tra il concetto di Blog ed il concetto di Social Network. Certo, un blogger non deve necessariamente essere un esperto di comunicazione online, ma un paio di relatori in più competenti sul tema non avrebbero guastato, anche per chiarire le idee agli altri partecipanti (spesso, appunto, non esperti). Grande competenza e profonda comprensione delle dinamiche della rete, invece, è emersa nella seconda parte dell’incontro, in particolare da parte dei già citati Padre Spadaro e Padre Lombardi, che nei loro interventi hanno dimostrato non solo di aver una approfondita visione del tema, ma anche una precisa strategia d’azione (dimostrata pure dal fatto stesso di avviare il discorso con i blogger per aprire un percorso).

In conclusione, quello di lunedì è stato un momento molto importante, forse più di quanto sia apparso. E proprio per questo penso che – approfittando della recente beatificazione di Giovanni Paolo II – valga la pena “rubare” una sua celebre frase: non abbiate paura. La Chiesa non deve aver paura di aprirsi al dialogo ed al confronto che nascono dai Social Network. Non deve pensare questi strumenti come un nuovo canale per raggiungere i giovani, ma come un nuovo mezzo per comprenderli. Il primo passo l’ha fatto. Ora si tratta di continuare il cammino.

 

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E’ un po’ come i discorsi sul tempo, sulla primavera che non c’è più o sul Governo che è sempre ladro. Non sappiamo proprio rinunciarci. Ogni tanto dobbiamo chiedercelo: i blog stanno morendo? Con pervicace orientamento alla reiterazione, i blogger della prima ora se lo chiedono e richiedono ogni paio d’anni, con quel carico crescente di malinconia che aumenta con l’aumentare dei loro capelli grigi. O con il loro diminuire in assoluto, a seconda dei punti di vista. Eppure il tema si ripropone. Un po’ come i peperoni la sera.

Siamo sempre lì a chiedercelo, con quel velo di amarezza che richiama il tempo che passa, e che ci fa sovrapporre la bellezza dell’essere blogger con quella dell’essere giovani.

La mia opinione in proposito l’ho scritta diverse volte. Questa volta mi limito a linkarla per non farvi perdere troppo tempo: i blog non stanno morendo, tutt’altro. Ed il fatto che ne stiamo parlando dai nostri blog, come fa notare Alessio, lo dimostra senza ombra di dubbio. Al più, si rimediano.

Eppure qualcosa cambia, in questa continua rimediazione. Massimo evidenzia gli aspetti negativi del fenomeno, e condivido in larga parte la sua visione, per la quale la distribuzione su più social network site delle discussioni non giova certo alla costruzione condivisa della conoscenza.

Qualcosa cambia e chi c’era se ne accorge, anche se a volte facciamo fatica a capire come, o peggio perché. Fenomeni diversi si sovrappongono, le cause si confondono con gli effetti, e tutto ci lascia molto confusi. Ed è curioso come mentre qui si sia occupati a leccarci le ferite, altrove il fenomeno del blogging aumenti di dimensioni e di ruolo, al punto di meritarsi l’attenzione della Casa Bianca. A qualcuno – vedi Huffington – la fuga dalla coda lunga della quale parla Axell (pardon, Andrea Toso) riesce. Altri, come racconta Suzukimaruti (pardon, Enrico Sola), rifanno con mestizia il look al proprio blog sperando che passi e che tutto torni com’era “ai bei tempi”. Altri ancora rimangono prigionieri loro malgrado dell’essere blogger. E magari del voler essere qualcos’altro. Qualcosa di diverso. Qualcuno continua sereno con il suo lavoro, con la sua vita e con il suo “avere un blog” (della sottile differenza tra l’essere blogger e l’avere un blog ho parlato ormai così tante volte che non trovo nemmeno il link al post). Molti, il blog lo abbandonano. Ma quasi tutti ci ritornano, come torna il pensiero alla prima fidanzata, mai del tutto dimenticata.

Sono i corsi e ricorsi della blogosfera. Di quella blogosfera che – come ogni vero social network – si fa e si disfa in continuazione, rinascendo dalle sue ceneri in forme sempre nuove. Forse, più che segnare la morte dei blog questo periodo segna la fine di chi – sui blog – non ha più niente da dire. O di chi non ha tempo di dirlo in maniera strutturata, preferendo riversarlo in quel fast food del social newtorking che sono i social network site come Facebook. Forse è arrivato il momento in cui quella blogosfera autoreferenziale ed un po’ stantia che ci ha visto protagonisti per anni in quell’operazione onanistica di parlare di blog dal blog, lasci il posto a chi ha qualcosa da dire, dal suo blog, che non riguardi i blog.

Noi, dai nostri blog, dei blog e sui blog abbiamo detto quasi tutto. E’ arrivato il momento che qualcuno, questi benedetti blog, ora li usi davvero. Per dialogare di cucina, di politica, di turismo, per confrontarsi, per parlare. Per fare informazione.

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Leggo da Diego del fatto che quattro giorni fa Excite, con un solo  click, ha giustiziato tutti i suoi blog. Leggo eppure resto incredulo. Non posso credere che sia successo, e non posso credere che sia successo senza rumore. Centinaia di migliaia di post cancellati, di esperienze, di racconti di vita, di storie, di voci che sono ormai scomparse dalla rete. In effetti – ad oggi – nessuno dei blog di Excite pare raggiungibile. Rimandano tutti alla home page del sito. Senza un segnale, un avviso, (una parola di cordoglio?). Nulla. Come se non fossero mai stati. Voglio sperare che abbiano comunicato per tempo a tutti gli utenti dell’intenzione di cancellare la loro identità digitale. Voglio sperare che lo abbiano fatto nelle modalità opportune, con i giusti tempi. Con la possibilità di accedere – almeno per un certo periodo di tempo – ad un sistema di recupero dei dati. Insomma, con la responsabilità che un’azione del genere comporta. Si, la responsabilità. Perchè se è indubbio che legalmente cancellare (uccidere?) un blog sia lecito (eh si, quelle clausole in piccolo sottoscritte e mai lette autorizzano ben altro che la cancellazione senza preavviso dei dati), non è detto che lo sia dal punto di vista morale.

Moralità, parola grossa da usare per un blog. Eppure non credo ne esista altra migliore. Perchè non c’è molta differenza tra chi chiude un blog senza preavviso e chi brucia l’ultima copia di un libro. Bruciare un libro non è reato. Eppure farlo è abiezione.

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Mercoledì scorso stato stato ospite di Bruno Mazzara nel suo corso di Costruzione della Conoscenza nelle Relazioni di Rete. E’ stata una buona occasione per tentare una sistematizzazione del panorama dei Social Network e dei Social Network Site esistenti.

Un’attività alla quale – tra il serio ed il faceto -  si stanno dedicando  in molti, ma che in funzione del fatto che il tema è molto fluido e che i processi vengono descritti mentre sono in corso (il che non facilita di certo le cose) ancora non ha trovato, nè credo troverà mai, una sistematizzazione definitiva.

Quella che segue non è quindi una pretenziosa quanto (forse) inutile tassonomia dei social network, quanto piuttosto un semplice tentativo di rappresentarne le caratteristiche in maniera tale da permettere un loro inserimento in un quadro di contesto complessivo e, per quanto possibile, organizzato. Tentativo iniziato un paio di settimane fa, con un modello che considero superato da quello che sto per esporre (anche grazie ai vostri interventi su FriendFeed).

Il problema principale nella sistematizzazione dello scenario degli strumenti di social networking consiste nell’identificazione delle variabili sulla base delle quali effettuare le valutazioni di merito. Ho  quindi preso in considerazione due dimensioni che ritengo imprescindibili:

  1. la capacità del sistema di supportare un processo di costruzione condivisa della conoscenza;
  2. l’attitudine del sistema allo sviluppo di processi di interazione.

Di entrambe le dimensioni è possibile identificare una fase che potrebbe essere definita “abilitante” ed una fase che potrebbe essere invece definita “attiva“.

  • Per quanto attiene il punto 1, la fase abilitante è costituita dalla capacità dello strumento di favorire i processi di condivisione. La fase attiva è invece costituita dalla capacità effettiva di supportare la costruzione condivisa della conoscenza. E’ bene notare come i due elementi non siano mutualmente esclusivi nè l’uno sia necessario per l’altro. Un esempio per chiarire il concetto: del.icio.us è un ottimo strumento di condivisione, ma non è particolarmente orientato alla fase attiva (cioè quella orientata alla costruzione collaborativa di “nuova” conoscenza).
  • Per quanto attiene il punto 2, la fase abilitante è costituita dalla capacità dello strumento di strutturare reti di relazioni. La fase attiva è invece costituita dalla capacità effettiva di sviluppare, su tali reti di relazioni, un processo di interazione.

Le quattro caratterische sviluppate a partire dai due punti esposti possono essere rappresentate su un grafico così strutturato:

figura1

Il problema è ora quello di identificare delle metriche per stabilire le dimensioni sul grafico. Ipotizzando di basarsi per ora su una semplice scala a tre valori (poco, abbastanza, molto), questa sarebbe la rappresentazione grafica di uno strumento come Twitter:

figura2_twitter

Ossia: buona capacità di strutturare reti di relazioni dalla quale ne consegue una discreta capacità di sviluppare processi di interazione, sufficiente capacità di favorire la condivisione di informazioni, ma scarsa attitudine alla creazione di nuova conoscenza. Analogamente, possiamo descrivere uno strumento come Flickr, caratterizzato da una grande attitudine alla condivisione delle informazioni, una buona capacità di costruire conoscenza e discreti valori sull’asse degli strumenti di interazione:

figura2_flickr2

e così via, per strumenti come Facebook o FriendFeed, e anche – naturalmente – per i Blog.

Sovrapponendo le diverse immagini ottenute per i vari strumenti analizzati, si ottiene una rappresentazione dalla quale è desumibile – in un’ottica di confronto immediato – l’attitudine dei singoli strumenti rispetto alle diverse dimensioni considerate:

figura2_complessiva

Volendo riclassificare gli strumenti di social networking in un solo quadrante, ipotizzando che i caratteri abilitanti siano propedeutici a quelli attivi (il che – a mio parere – non è sempre vero) e riprendendo lo schema originario sopra citato, la rappresentazione potrebbe essere simile alla seguente:

figura3_quadro-di-confronto1

La presentazione è qui,  e naturalmente la discussione è aperta…

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Via Mauro arrivo a questo interessante studio di Universal McCann. Secondo lo studio – arrivato alla sua terza edizione – in italia ci sarebbero oltre otto milioni di lettori di blog e più di tre milioni di blogger.

Al di là della sbrigativa descrizione della metodologia che pur viene fatta all’inizio del rapporto, mi piacerebbe molto capire come è stato selezionato il campione, e quanto esso sia realmente rappresentativo (e – soprattutto – rappresentativo di cosa).

Universal McCann fa gentilmente sapere che il sondaggio è stato erogato on-line ad un pubblico di utenti della rete, ma trascura di far notare come ciò faccia si che il campione estratto dalle pur numerose interviste (17.000 a livello mondiale) sia un campione non probabilistico, generalmente considerato poco valido.

Come dire – tirando il concetto all’estremo – che hanno chiesto agli utenti internet italiani se sono utenti internet, e poi hanno concluso che tutti gli italiani sono utenti internet.

Tanto per dare un’idea: tre milioni e mezzo di individui equivalgono al 6% della popolazione complessiva includendo under 6 (che non sanno scrivere e sono quasi quattro milioni) ed over 70 (che di rado scrivono su un blog, e sono oltre otto milioni).

Confondere il numero di blog esistenti (perchè – ad esempio – tra blogcattedra, bloglab ed altre appendici solo io ne ho cinque o sei) con il numero di blogger non mi sembra una grande idea. Confondere il numero di blog attivi con il numero di blog aperti nemmeno. Confondere gli utenti internet con un campione probabilistico, idem.

Ho il sospetto che alla Universal McCann queste cose le sappiano bene, ma a volte i dati eclatanti fanno bene al business…

bho…

Update: mi sa che Massimo è d’accordo con me…

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Di norma, quando da queste parti un post riceve diversi commenti interessanti, è mia abitudine sintetizzare la discussione che si svolge nei commenti in un nuovo post. Stavolta però il compito sarebbe particolarmente arduo, in quanto parlando del rapporto tra blog e social network si sono confrontati Caterina, Gigi, Antonio, Davide, onTypes, Tommaso, Mario, Geronimo e Paolo Via, sviluppando un thread particolarmente utile, che vi consiglio di leggere.


Quasi tutti sostengono il primato dei contenuti; Gigi sostiene – rispetto ai Social Network – il primato della rete reale, rispetto a quella sociale, esprimendo dubbi (assieme a Caterina) rispetto alle esperienze come Facebook. Antonio sostiene di non vedere differenza tra social network e blog, “social network naturali e fisiologici“.


Particolarmente interessante il commento di Davide “Folletto” Casali, che consiglio di leggere per intero. A questo Paolo risponde evidenziando gli aspetti negativi collegati allo sviluppo di reti virtuali a discapito di quelle reali.


Da approfondire il punto di vista di onTypes: “Nei blog le relazioni nascono per cio’ che la gente scrive (e dice di pensare), nei social network come facebook le relazioni nascono per cio’ che la gente e’ (o dice di essere…). Credo anch’io che l’integrazione tra le due modalita’ di social networking sia la destinazione da raggiungere”. A tal proposito mi domando e gli domando: non c’è il rischio, nei sistemi come facebook, che le relazioni risultino troppo artefatte, tenendo ad essere basate sul nulla?


Saggiamente, Davide poi riporta la discussione alle sue origini, ossia alla psicologia sociale, mentre Caterina, chiamata in causa dall’incauto nominare Twitter di Paolo, si scaglia in difesa del suo regno! :-)


Tommaso si chiede: “Quanti avranno voglia, tempo e risorse per costruirsi una rete di relazione con un proprio blog e quanti invece preferiranno scegliere uno strumento di SN (classico o di microblogging che sia) per la propria presenza in Rete? Se il bisogno sarà quello di comunicare, conoscere ed interagire con altre persone non è più facile affidarsi ad una community già esistente, piuttosto che lottare per trovare un po’ di luce? I contenuti verranno di conseguenza, imho“. Potrei anche condividere, se non fosse che mi interrogo sulla sostanza delle relazioni, se si pongono i contenuti in secondo piano!


Ottima e calzante mi sembra la conclusione di Mario, nell’ultimo commento (per ora) al post: è tutto vero, ed è tutto falso…


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