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Avevamo davvero bisogno di un Codice Azuni?

10 agosto 2010

Agosto, moglie mia non ti conosco. E così, mentre i più sono al mare ed in montagna, gli instancabili prodi (con la minuscola) del Ministro della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione hanno partorito un altro codice. Eh si, perchè non bastava il pessimo lavoro sul povero Codice dell’Amministrazione Digitale (non lo conoscevate? beh, non preoccupatevi, è probabilmente il codice meno applicato della storia del Diritto italiano). Con un guizzo estivo ecco che l’ineffabile Ministro partorisce il Codice Azuni, andando a ripescare il povero Domenico Alberto Azuni. Perchè riesumare l’esperto di diritto mercantile lo spiega lo stesso sito citando il giurista sardo:

[...] non si è però fino a quest’ora pensato di ridurli a norma tale, onde possa ciascuno avervi all’uopo quell’opportuno ricorso che vaglia un Giudice, per rintracciare in un subito i fondamenti della giustizia [...]

Azuni parla degli “usi, e costumi universalmente ricevuti, e adottati, su i quali è fondata la Giurisprudenza Mercantile“. I Brunetta’s Boy (qui l’elenco) parlano invece degli usi e costumi di Internet. E così, mentre sono anni che si parla di Internet Governance ecco che il nostro Ministro (non il Ministero, attenzione: si evince dalla testata del sito) decide di far partire una iniziativa “bottom up” che in un mese (guardacaso Agosto) raccolga tramite una mailing list (che però è un indirizzo e-mail one-way – abolita qualsiasi discussione) le idee dalla Rete, per definire quelle che potranno poi diventare le regole in grado di “tutelare e garantire – come nei mari descritti da Azuni – partecipazione, sicurezza e libertà” (il corsivo è preso dal sito).

Insomma, di che stiamo parlando? Vogliamo “rintracciare subito i fondamenti della giustizia per le faccende della rete” (cosa che, per inciso, fa rabbrividire). Ed ecco formato l’ennesimo tavolo “di lavoro” destinato a produrre nulla, parorito per di più in fretta e che non si sa bene dove vada a parare. E così, mentre di Internet Governance si parla da tempo, cercando di definire linee guida ragionevoli nella difficile ricerca di un percorso che tuteli quella libertà che rappresenta un elemento imprescindibile e costitutivo della rete e quella legalità che ne deve rappresentare una condizione d’esistenza, ecco che spunta fuori all’improvviso il tavolo balneare del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione. Ed ecco che spunta una beta version del Codice, che non è un codice ma una specie di programma di lavoro e che non fa altro che ribadire quanto scritto qua e là nel sito, senza mai, mai mai declinare in maniera ragionata cosa dovrebbe, questo codice, codificare. Net Neutrality? forse. Privacy? forse. Internet come diritto universale? forse. Forse. Forse. Forse. Ed in una marea di forse affoga per l’ennesima volta la speranza che in questo Paese si smetta di perder tempo in tavoli di lavoro e si cominci – finalmente – a fare qualcosa. Ed a quelli che diranno che “questo tavolo è qualcosa, e non bisogna essere disfattisti”, rispondo che questo tavolo è – il futuro lo dimostrerà – l’ennesimo esempio di come si fanno le cose in Italia. Parole, parole, parole. Altrove definiscono Internet diritto universale. In Italia la prima preoccupazione è quella di “difendersi” dai rischi che potrebbe presentare. Codificando, normando, legificando. E scordandosi che le norme ci sono. Senza però ricordarsi di fare quanto sarebbe necessario per cogliere le opportunità che la Rete reca.

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Brunetta, studia le licenze CC!!

18 novembre 2009

Leggo sulla pagina dedicata al Copyright del nuovo sito di Brunetta sulla riforma nella Pubblica Amministrazione:

I contenuti del sito – codice di script, grafica, testi, tabelle, immagini, suoni, e ogni altra informazione disponibile in qualunque forma – sono protetti ai sensi della normativa in tema di opere dell’ingegno.

Passi per la grafica, i testi, le tabelle, le immagini, i suoni ed ogni altra informazione disponibile in qualunque forma (per quanto proprio non mi sembra un bel segnale, in epoca di Creative Commons, se lanciato dal Ministro dell’Innovazione), ma proprio non mi spiego il riferimento al “codice di script“. Infatti, a giudicare dagli URL, il sito pare proprio fatto in Drupal e, come è noto, Drupal è rilasciato con licenza GPL.

Ora, passi per il fatto che – andando contro la licenza GPL – da nessuna parte mi sembra sia scritto che il CMS sia stato realizzato utilizzando Drupal, non è proprio il colmo il fatto che gli autori del sito specifichino che anche il codice è protetto dalla normativa in tema di opere dell’ingegno?

[Update delle 13.45]. Che gli autori del sito leggano i blog? Nella pagina in questione è apparsa la citazione a Drupal. Un segnale positivo!

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