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Posts Tagged ‘Comunicazione’

Su Telethon Internet e la TV: ancora l’un contro l’altro armati?

12 dicembre 2009

internetVsTvHo appena ricevuto una mail dalla Redazione di 7thFloor (…l’ennesima), nella quale si invitano i lettori della mailing list a parlare della maratona web per la ricerca organizzata per Telethon da Andrea Genovese. Iniziativa encomiabile, ovviamente. Tuttavia non riesco a non vedere qualcosa di sottilmente  sbagliato nella strategia di comunicazione che è stata scelta per promuovere questa pur lodevole iniziativa.

Penso che l’espressione più chiara di tale sbaglio, di tale sostanziale errore di interpretazione del ruolo della Rete, sia riassumibile nell’immagine che campeggia nel blog dell’iniziativa, in cui si invitano i blogger e gli esperti di comunicazione on-line a prendervi parte.

Ancora una volta, il tono generale è quello della chiamata alle armi del “popolo della rete” contro la TV. L’un contro l’altro armati, i due media dovrebbero sfidarsi in una singolar tenzone volta a catturare l’attenzione degli utenti.

La TV da una parte, becera e bara. E dall’altra il Web, naturalmente duro e puro. Ma creare questa contrapposizione, alimentarla nell’immaginario collettivo, è il modo migliore possibile per rendere un pessimo servizio alla diffusione della rete ed al processo di integrazione crossmediale che stiamo vivendo. E’ il seme che genera gli articoli denigratori, allarmistici, pieni di diffidenza e di astio verso un modo di comunicare nuovo che, come tale, non può essere letto utilizzando schemi interpretativi tradizionali.

Per questo motivo mi sembra di grande maturità il commento di Marco Piazza, direttore della Comunicazione di Telethon a questo post di Andrea, del quale riporto uno stralcio:

Su una cosa, però, mantengo il mio punto di vista iniziale. Quando mettemmo in piedi la maratona web e tu mi dicesti che poteva essere un’occasione di rivincita di Internet nei confronti della tv. Non ero e non sono d’accordo. E non solo perché Telethon è nato, vissuto e cresciuto finora grazie e soltanto alla televisione. C’è anche qualcosa di più profondo che ha a che vedere con la nostra storia e le nostre radici. I nostri nonni erano la tv, i nostri genitori sono la tv. Poi ci sono i nostri figli, che sono Internet, e noi quarantenni che ci barcameniamo nel mezzo, cercando di rimanere al passo coi tempi.
Perché metterci gli uni contro gli altri? Possibile che in questo Paese si debba sempre essere “contro qualcuno” e mai “insieme”?

Mi chiedo: ma perchè internet deve prendersi una rivincita nei confronti della tv? Non è questo il modo di impostare una strategia di comunicazione (dalla quale questo approccio originario emerge evidente) perchè non è questo il problema. Internet non deve prendersi nessuna rivincita nei contronti di nessuno. Internet, semplicemente, sta ridisegnando il mondo dei media ed è il mondo dei media che – con tempi più o meno lunghi – subirà (e sta già subendo) un processo di rimediazione inevitabile.

Veder due mondi, e vederli in contrapposizione, non aiuta nè la rete a svilupparsi nè la TV ad evolversi.

Su un punto dell’affermazione di Marco Piazza non sono d’accordo:

I nostri nonni erano la tv, i nostri genitori sono la tv. Poi ci sono i nostri figli, che sono Internet, e noi quarantenni che ci barcameniamo nel mezzo, cercando di rimanere al passo coi tempi

No, in realtà siamo tutti nel mezzo. I genitori, che si avvicinano ad una TV che cambia con il Web e – sempre più spesso – direttamente al Web. I figli, che grazie al web vivono la TV in modo diverso, ma comunque continuano e continueranno a viverla. E noi, che in quanto “esperti” di comunicazione dovremmo essere gli artefici di questo cambiamento. Perchè in relatà non c’è un prima ed un dopo, ma un continuo durante, nel quale il mondo dei media cambia in continuazione, e noi con esso.

Andrea su Facebook si chiede:

Se candidiamo internet al premio nobel per la pace, possiamo anche bandire dalla nostra società la tv entro il 2020? Trattarla come un agente inquinante da sottoporre al vertice di Copenhagen? O è ancora un mezzo necessario e indispensabile per realtà come Telethon?

Il tono è quello della provocazione, ovviamente. Ma le risposte sono comunque d’obbligo. Perchè bandire la TV? Perchè dovrebbe essere un mezzo necessario solo a realtà come Telethon? Qualcuno un paio d’anni  fa ha affermato di esser stupefatto che ci sia ancora chi non capisce che, tra cinque anni, la gente riderà pensando alla televisione che era solita guardare. Ne son passati due, e le cose stanno già cambiando. La televisione non sparirà di sicuro. Certo, tra qualche anno potrebbe essere difficile riconoscerla da come è oggi.

Continua Andrea:

E se la Rai da vent’anni è il partner ufficiale della maratona per la ricerca, chi può essere il futuro partner di Telethon nel digitale?

Oltre alla televisione? La risposta è semplice: gli utenti.

PS: Piuttosto, io la mia donazione l’ho fatta… e voi?

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Deliri di onnipotenza

9 giugno 2008

iulm.gifCito dall’incipit di una presentazione dello IULM:

La IULM è la prima e unica università in Italia a formare specificatamente nel settore della comunicazione nei suoi ambiti di applicazione

Ora, a parte che l’italiano è proprio bruttino, non vi sembra di esservi montati un po’ la testa?

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E’ l’evoluzione, baby…

30 aprile 2008

Non posso che sorridere, leggendo questo sfogo di Ester e ripensando a qualcosa che scrissi un po’ di tempo fa… è un sorriso un po’ amaro, in realtà, che scema quando leggo anche questo post di Vittorio. C’è qualcosa che accomuna noi, la mamma di Vittorio e le ragazze “cretinette” delle quali parla Ester. L’evoluzione. O forse – meglio – il cambiamento.

Un inesorabile, lento (ma neanche tanto) cambiamento che fa sì che l’atteggiamento rispetto alle tecnologie muti implacabilmente nel tempo. E se la mamma di Vittorio è perplessa da YouTube ed infastidita da un mouse/mosca che si muove qua e là per lo schermo, Ester è perplessa ed infastidita dall’uso che fanno le ragazze di un newsgroup. Ma la natura del fastidio temo sia la stessa della perplessità dell’ottuagenaria genitrice dell’amico blogger.

Le cose cambiano, le modalità di comunicare mutano e si allontanano dai nostri schemi interpretativi. Il nostro modo di interpretare la realtà delle tecnologie (e non solo quella) non è quello giusto, è solo il nostro. Ed è un flash di un percorso evolutivo (o – in taluni casi – involutivo) che non possiamo pensare di arrestare.

La natura della differenza d’approccio tra Vittorio e sua madre rispetto alle tecnologie è forse simile a quella che c’è tra noi ed i nativi digitali, i quali fanno un uso assolutamente funzionale delle tecnologie, senza sapere cosa ci sia dietro, senza interrogarsi su come funzionino, senza chiedersi da dove provengano. Ma quanti di noi sanno come funziona un motore, una televisione, lo sciacquone del water?
Per certi versi, l’ignoranza tecnologica delle nuove generazioni, abilissime con il cellulare ma spesso completamente estranee all’informatica, è forse un bene. Un bene in quanto sintomo di una accettazione delle tecnologie quali parte integrante della vita quotidiana. Ma è senz’altro anche un rischio. Un rischio che nasce da una diversa capacità di lettura delle tecnologie stesse, delle loro possibili applicazioni, dei potenziali impatti sulla vita e sulla società.

La nostra responsabilità, in questo, è grande. Siamo l’ultima generazione che è nata prima del cellulare. Siamo l’ultima generazione a ricordarsi di quanto l’e-mail non esisteva. Siamo la generazione in grado di confrontare il prima ed il dopo.

E siamo comunque una generazione che – tra qualche anno – di fronte al pronipote di YouTube, avrà la stessa reazione della mamma di Vittorio. E questo ha fatto scemare il mio sorriso…

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Su Montemagno, la litigiosità della blogosfera italica ed il cerino acceso…

23 aprile 2008

È proprio litigiosa la blogosfera italiana (ma esiste?). Non potendo più prendersela con Blogbabel, qualsiasi cosa che assomigli ad una classifica è un buon motivo per scatenare la (prevedible?) rissa. Eppure l’idea di Montemagno non era malvagia:

invece di preoccuparmi di riempire un teatro da 500 posti, distribuisco il lavoro tra una trentina di blogger dando ad ognuno di loro venti inviti, ed il gioco è fatto”.

Peccato che così Marco abbia scontentato tutti.

  • Ha scontentato quelli che sono rimasti fuori dalla lista dei trenta eletti, (“…e io che sono, un blogger di serie B?”).
  • Scontenterà quelli che non saranno invitati dai trenta eletti di cui sopra (“manco in seconda battuta mi chiamano!”). Diverse amicizie si incrineranno per questo (“…ma come: non sono nemmeno nei primi 20 posti dei tuoi pensieri? Ti tolgo dalla blogroll!”).
  • Ma soprattutto, e questa è la cosa più divertente, scontenta anche i trenta eletti, che hanno il problema di distribuire ’sti venti inviti. Con me è arrivato per primo Alessio. Ma altri cinque me lo hanno proposto in rapida successione… Sembra facile, trovare nei propri contatti altri venti blogger che non siano stati già contattati da un altro eletto! Chi rimarrà con il cerino in mano?

Dal mio punto di vista a volte tendiamo un po’ troppo a drammatizzare, da queste parti… Montemagno chiama trenta amici e gli chiede di dargli una mano a riempire un teatro. Non c’è nulla di male, se non che il reporter diffuso diffonde la lista della “sporca 30ina” (come la definisce lui) facendola passare per la lista dei blogger più autorevoli. E differenziandoli da tutti gli altri 470.

Voi che ne dite, imprudenza, ingenuità o calcolo?

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IdioTI(M)!

22 aprile 2008

Ho cambiato banca. Succede che la nuova banca – per sbaglio – rifiuti la RID del contratto con la TIM. Succede quindi che il pagamento della bolletta del II bimestre non venga effettuato.

Risultato
: oggi il mio cellulare non fa chiamate in uscita. Muto. Morto. Un cadavere.

Succede che provi a chiamare il 119, ma dal cellulare anche quel numero è disabilitato (…complimenti). Succede quindi che chiami il 119 dal fisso, per sentirmi dire il motivo per il quale il telefono è stato staccato. “Ma – ci tiene a precisare l’impeccabile fanciulla – dal Sistema (detto con la esse maiuscola) risulta che le abbiamo mandato una lettera il dieci di questo mese“. (Una lettera???).

Ora io mi chiedo: possibile che questa banda di idioti mi abbia mandato negli ultimi quindici giorni cinque o sei SMS per promozioni varie, ma non si sia degnata di inviarmi un SMS di alert per dirmi di contattarli per problemi con i pagamenti? Il bonifico l’ho fatto, vediamo quanto impiegano a resuscitarmi il telefono…

(poi dici… “perchè ho la faccia incazzata?”)

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Passata la festa, gabbatu lu santu

20 dicembre 2007

Questa settimana su ePolis ho pubblicato una breve riflessione – fatta decisamente a caldo – sulle primissime evidenze di una ricerca che sto conducendo assieme a due mie giovani e brave tesiste (ogni tanto qualche complimentoa chi se lo merita non guasta). Il tema della ricerca è la comunicazione politica nell’era del Web 2.0. In altri termini, l’idea è quella di rispondere alla domanda “i nostri amministratori ed i nostri politici che uso fanno delle tecnologie di comunicazione interattiva?“…


Ultimamente si fa un gran parlare di come il Web e le nuove forme di comunicazione on-line possano cambiare il modo di vivere la relazione tra il cittadino ed i suoi rappresentanti. Ma quelli che vengono definiti “social media” stanno mutando realmente tale rapporto? In altri termini, quanto sono usati dai nostri politici e dai nostri amministratori i potenti strumenti di relazione che internet mette a disposizione? A questa domanda abbiamo tentato di rispondere con una ricerca condotta dal La Sapienza, Università di Roma. I risultati preliminari sono forse prevedibili, ma non per questo meno sconfortanti. A parte pochi sperimentatori, che della comunicazione on-line hanno fatto un vero e proprio cavallo di battaglia, nella sostanza c’è il vuoto. Un vuoto fatto di indifferenza completa nei confronti delle potenzialità che la Rete metterebbe a disposizione se soltanto vi fosse qualcuno pronto a sfruttarle. Un vuoto colmato al più da qualche candidato che apre un sito elettorale con il quale dialogare con il cittadino durante le elezioni, ma che quando da candidato diviene eletto, dimentica completamente tale dialogo, incurante persino di cancellare i resti di eteree promesse. Resti che il più delle volte rimangono nella memoria della Rete, a testimoniare che le buone intenzioni e la volontà di dialogo con il cittadino sono presto scomparse, durate il tempo di uno spoglio.

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Lo sport nella Rete

17 dicembre 2007

Qual’è il rapporto che lega gli sportivi con la propria squadra? E come viene influenzato dagli sviluppi dei social media? In altri termini, quali sono gli impatti del cosiddetto Web 2.0 sulle relazioni tra tifosi, atleti e società sportive?

Da queste domande parte la riflessione sullo sport nell’era del Web che rappresenta la bozza di un mio contributo (scritto per chi si occupa di sport, prima che di Web) ad un libro di prossima pubblicazione sulla comunicazione sportiva e che – come di consueto – ho il piacere di condividere con voi, naturalmente in attesa dei vostri commenti.

Buona lettura!

Scarica: sport_e_reti.pdf

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Attenzione a non spostare troppo il limite dell’orrido

2 novembre 2007

In una campagna per la prevenzione degli incidenti stradali il protagonista viene gambizzato da un’auto che sbanda. In quella contro la droga c’è un ragazzo che si estrae pezzetti di cervello, li “taglia” con una carta di credito e se li sniffa con nonchalance. Il solito Toscani mostra Isabella senza veli per promuovere un brand e con la scusa combattere l’anoressia (o per promuovere un brand con la scusa di combattere l’anoressia, fate voi). Insomma, da qualche tempo è un vero e proprio fiorire di pubblicità shock, come ben testimonia anche Trendelemburg, blog nato nel nostro laboratorio ma che ormai cammina tranquillamente con le sue gambe.


Nel grande overflow informativo che ci circonda, è evidente, un messaggio forte ha più facilità a “passare” ed essere percepito dai destinatari. Sangue, budella al vento, violenze sessuali, squartamenti da far impallidire i gestori di Rotten.com sembrano diventati strumenti di comunicazione ordinari per i pubblicitari, ai quali ricorrere per attirare l’attenzione come sino a qualche anno fa si faceva mostrando donne nude anche per promovere il dentifricio (poi, cosa c’entri un culo con un dentifricio è un vero mistero).


E il risultato, temo, sarà lo stesso. Assuefazione. Così come oggi non fanno più scalpore un paio di tette in prima serata, domani potrebbe non essere più così sconvolgente assistere ad uno squartamento in prime-time per promuovere una crema per le emorroidi. Le intenzioni – per ora – saranno anche nobili (droga, incidenti, anoressia…) e gli obiettivi (spesso) altamente condivisibili, ma comincio a sospettare che la strada dello shock stia pian piano diventando una vera e propria scorciatoia.


Una scorciatoia a volte gratuita, che rischia di far si che il limite dell’orrido, ossia quel confine tra ciò che si può far vedere e ciò che non dovrebbe esser visto, si sposti sempre di più. Non si tratta di censura, nè tantomeno soltanto di buongusto (che dimostriamo di avere peloso e falso-perbenista, quando censuriamo Rocco Siffredi che parla di patate).


Si tratta di dinamiche sociali per le quali se oggi diventa normale vedere in TV scene particolarmente crude e che anni fa ci avrebbero senz’altro turbato, allora domani tali scene potrebbero non sconvolgerci (o non sconvolgere i nostri figli) quando le vedremo uscire dalla TV, e finire nelle strade. Se vedo una violenza sei volte al giorno mentre guardo la televisione, questa potrebbe non sconvolgermi più di tanto, quando dovessi vederla dal vivo. Ed è solo la punta di un iceberg che sottende miriadi di corto-circuiti mediatici tra la realtà, la finzione e la nostra capacità di distinguerle.


Uno shock oggi, uno shock domani, inevitabilmente saremo assuefatti anche agli shock. E dopo?


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Considerazioni Sparse

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate!

12 ottobre 2007

Quasi tutti gli ospedali utilizzano ormai il sistema del Triage per gestire le visite del Pronto Soccorso. In sostanza, vengono attribuiti dei codici-colore ai singoli pazienti, in funzione della gravità delle loro condizioni riscontrata ad un primo esame. In base al codice (bianco, verde, giallo, rosso) viene definita la priorità nel prestare le necessarie cure.


Il Sant’Andrea di Roma non fa eccezione. Certo però che leggere i messaggi del cartellone elettronico nel quale il Triage viene spiegato agli sfortunati “aspiranti al ricovero” non è confortante. Giovedì scorso alle cinque di mattina, con il Pronto Soccorso vuoto, l’indicazione per i codici verdi era di due ore di attesa (ma ogni tanto l’altoparlante richiamava dal bar il personale medico).


Ma la cosa vagamente inquietante era il messaggio per i codici bianchi (quelli meno gravi): “Il tempo d’attesa per i codici bianchi non è determinabile”.


Meno male che non ero un codice bianco…


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Fuori dai denti ,

Suicidi comunicazionali

21 agosto 2007

Non c’è che dire: davvero da manuale un messaggio del moderatore del forum di TopHost del quale vengo a conoscenza tramite Napolux.
Non conosco l’azienda, ma il suggerimento è di leggere il post perchè è davvero un fantastico concentrato di tutto ciò che non si deve fare nella comunicazione d’impresa…


Si parte con un inconsapevole svilimento del target (“…mettere anche il più squattrinato dei ragazzi in condizione di avere un suo sito“) che fa si che implicitamente si posizioni il brand dell’azienda in uno dei posti peggiori possibili (“molto risparmio = poca qualità” è un’equazione difficile da sradicare, e poi nessuno ama sentirsi definire “squattrinato“).


Si prosegue con sgrammaticature varie (“certo abbiamo problemi, come li hanno tutti dei quali siamo molto consci” ehh… le virgole!) che celano un riconoscimento del fatto che i problemi ci sono davvero. Ma che volete farci, chi non ne ha, sembra dire (e poi dice) l’incauto moderatore…


Poi c’è un’autoincensazione in grassetto (“non possiamo non rilevare che la disponibilità dei servizi sia comunque alta“). Ragazzi, chi si loda si sbroda…


Ma qui c’è la chicca: l’apoteosi del “cosa non fare“: Prima si comincia a sbeffeggiare genericamente i clienti che hanno protestato, definendoli come dei “gruppetti” che agiscono “in giro per la rete” con “acredine e violenza“. E poi, addirittura, additanto al pubblico ludibrio alcuni di essi. Si va dal “Giornalista Radical scic” (che sarebbe Luca Conti) al “nostalgico” che parla di “Pueblo Unito” (che sarebbe sw4n), passando per l’”illuminato altruista” (Aggery).


Si conclude con una meravigliosa captatio benevolentiae nella quale si chiede ai “clienti soddisfatti” di manifestarsi, per esprimere solidarietà alla povera azienda in cerca di conferme…


Che dire? Non conoscevo se non per sentito dire TopHost prima di questa simpatica faccenda, non esprimo quindi giudizi sul fatto in sè… Ciò che è certo, è che i ragazzi di TopHost non escono a testa alta da questa storia, dimostrando di non sapere che la comunicazione d’impresa è una cosa seria, che la comunicazione di crisi ha regole precise e che le aziende non sono il luogo dal quale sfogarsi delle paturnie adolescenziali come sembra aver fatto l’incauto moderatore.


Capisco l’ingenuità e la buona fede, ma a tutto c’è un limite…


Update delle 18.00: pensavo di aver visto tutto, ma con questa i signori di TopHost si sono superati. Che il condizionamento delle sale server funzioni male ed il caldo dia alla testa?


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