Il mio contributo di questa settimana su ePolis riprende la brillante idea di Nicolas Sarkozy della quale si è parlato in questi giorni ma della quale, a mio giudizio, si sarebbe dovuto parlare molto di più, soprattutto sui media mainstream.
Nei giorni scorsi Nicolas Sarkozy ha annunciato un nuovo provvedimento antipirateria. A coloro i quali saranno colti a condividere file on-line, dopo alcuni avvertimenti verrà negato l’accesso ad Internet. Sul merito del provvedimento – a rigor di legge – si potrebbe anche pensare di discutere (ma, sia chiaro, discutere non vuol dire condividere o giustificare). È sul metodo che si prospetta una scenario piuttosto inquietante. Passi il fatto che l’applicabilità tecnica del provvedimento è tutta da verificare. Passi il fatto che c’è da chiedersi come si farà a tagliare la connessione ad un utente che accede ad internet da un computer il cui uso è condiviso (come accade nella maggior parte dei casi, soprattutto in famiglia). Passi il fatto che major e legislatori continuano a vedere nei sistemi di file sharing la causa dei mali del mercato discografico e non un sintomo della sua malattia. Ma è possibile far passare il principio per il quale qualcuno possa sistematicamente controllare il contenuto delle informazioni che mettiamo in rete, anche se il controllo è attuato per verificarne la liceità? È curioso come mentre ci si chiede quale sia il limite della privacy nei casi in cui sia a rischio la sicurezza propria o altrui, pochi abbiamo messo in discussione il fatto che si voglia superare tale limite per tutelare gli interessi commerciali di una lobby. Il cammino verso la Net Neutrality sarà lungo e difficile, con queste premesse.
Per approfondire il dibattito, vale la pena di leggere anche l’intervento di Federico e la risposta di Marco.
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Considerazioni Sparse Censura, Copyright, EPolis, Net Neutrality
I Radiohead, rock band inglese con quasi vent’anni di storia alle spalle, hanno fatto molto parlare della loro inizativa legata alla modalità di distribuzione dell’ultima “fatica”: In Rainbows. Il disco, infatti, è scaricabile in rete con una modalità che consente all’utente di decidere quanto pagare il disco, anche nulla. Dopo un mese dal lancio, sulla base dei primi dati, sembra che – su oltre un milione di download – tre utenti su cinque abbiano scelto di non pagare nulla. Gli altri, avrebbero pagato pochi euro.
L’esperienza viene riportata dal Corriere della Sera come fallimentare: “I Radiohead traditi dal paga quanto vuoi“, titola il quotidiano. Ho la netta impressione che Simona Marchetti, autrice dell’articolo, abbia una tendenza innata al pessimismo, oltre che alla distrazione (1,2 milioni di download non sono esattamente la stessa cosa di 12 milioni!).
A caldo, mi viene da fare qualche considerazione:
- rispetto agli economics, la lettura del post di Andrew Lipsman mi sembra d’obbligo. Inoltre, se tre utenti su cinque non hanno pagato nulla, è evidente come due su cinque abbiano invece pagato. Ed anche ad una media (stimata da Comscore) di due dollari ad utente, il totale è di quasi un milione di dollari. Nel primo mese. E senza intermediari.
Se il CD fosse andato in distribuzione secondo i canali tradizionali, per rendere la stessa cifra agli artisti, avrebbe dovuto vendere qualcosa come quasi mezzo milione di copie (raddoppiamo la percentuale per gli artisti? sono sempre duecentocinquantamila copie…). Nel primo mese. Ed ora ci saranno gli introiti dell’edizione “boxed”. Insomma, dire che economicamente si tratta di un fiasco, mi sembra proprio voler vedere a tutti i costi il bicchiere mezzo vuoto.
- rispetto alla pubblicità: mi sembra evidente che i Radiohead abbiano ottenuto una quantità di pubblicità (gratuita) pressochè inimmaginabile. E questo non potrà che giovare alle vendite successive della già annunciata versione deluxe.
- rispetto ai numeri: 1.2 milioni o 12 milioni? L’approssimazione della stampa a volte raggiunge limiti lirici. Sta comunque di fatto che le percentuali sono quelle dichiarate dallo studio, indipendentemente dai valori assoluti riferiti al volume di vendita. In questo sono un po’ più tranquillo di Stefano, che in virtù dei numeri più bassi sospende il giudizio.
- rispetto al mercato discografico: ritengo che l’esperimento dei Radiohead vada visto come tale, e di conseguenza da contestualizzare rispetto ad un mercato che a queste iniziative – ed a questi modelli di business – non è (ancora) avvezzo.
- rispetto agli intermediari: è evidente che il ruolo degli intermediari (la distribuzione) debba cambiare. Non assisteremo a fenomeni di disintermediazione (se ne parla da anni, senza che mai si verifichino); ma vedremo senz’altro processi di reintermediazione a valle della rimodulazione delle value chain del settore. La convergenza genera tali fenomeni, e gli operatori del mercato dovranno tenerne conto. Anche loro malgrado.
- rispetto al loro sito: mi chiedo quanti di quelli che ne hanno scritto abbiano provato a scaricare la musica dal sito dedicato. Io l’ho fatto. Non sarò nel target dei loro utenti, ma i ragazzi di Oxford avrebbero bisogno di un buon consulente sul tema dell’usabilità.
- rispetto ai dati richiesti dal sito: per scaricare la musica, è necessario inserire una quantità di dati personali inimmaginabile. Anche questo è parte del “pagamento“, anche se …in natura. Anche ipotizzando che molti inseriscano dati più o meno fantasiosi (del tipo pippo@topolinia.com), immagino che la base di dati attendibili sarà comunque estremamente utile ad una buona azione di marketing push…
- rispetto all’articolo del Corriere: Al Corriere, anche quando citano le fonti, sono sempre stranamente vaghi. La Comscore (che ha fatto la ricerca) sta parlando della cosa dal suo blog da giorni, ma al suo sito (ed al blog) bisogna arrivarci “a mano“. Oltretutto, la loro opinione non coincide con quella del Corriere, ma pur usando il loro studio evitano accuratemente di citarla. Per non parlare del balletto delle cifre…
E poi dicono che i blog sono inattendibili perchè non controllano le fonti…
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Ripensare il Copyright. E’ questo il tema della mia riflessione di oggi, pubblicata nelle pagine della cultura dei quotidiani del gruppo e-Polis.
In sintesi, mi chiedo come può un sistema concepito per controllare la stampa inglese del XVI secolo funzionare per tutelare gli interessi degli autori del XXI secolo…
Qui il file PDF con l’articolo. Che ne pensate?
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La SIAE è una vergogna nazionale. Lo dico e lo sottoscrivo. E non perchè sia contrario a priori al concetto di diritto d’autore, che anzi sostengo e ritengo fondamentale. Ma perchè credo fermamente che le modalità di funzionamento della “Società Italiana Autori ed Editori” siano assolutamente inadeguate a quelle che sono le realtà odierne in tema di right management. Quello che è successo in questi giorni a Galavotti è solo l’ultimo esempio di quanto a volte si possa essere beceri nell’applicazione pedissequa del diritto e delle regole. E non perchè io ritenga almeno un po’ strano che oggi copiare un DVD sia penalmente più rilevante che non passare sopra ad un pedone sulle strisce, ma perchè tali regole sono state applicate ad un sito evidentemente dedicato all’istruzione. E sono ormai moltissimi i paesi civili che sono in grado di comprendere le differenze tra l’uso di materiale protetto da copyright a fini di lucro (o di profitto, vabbè) e l’uso di tale materiale a fini didattici. La nostra beneamata SIAE, evidentemente, non è in grado di farlo, o non vuole, o non le importa nulla. Ma tant’è.
L’uso di materiale protetto da copyright a fini didattici negli Stati Uniti si chiama Fair Use ed in molti paesi anglosassoni o di cultura anglosassone (Inghilterra, ma anche Canada, Australia, Nuova Zelanda, ecc…) si chiama Fair Dealing.
Il concetto è semplicissimo: chi vuole utilizzare materiale protetto da copyright in un contesto didattico può farlo, purchè l’obiettivo di tale utilizzo sia effettivamente quello di svolgere attività didattica. Tale approccio nasce focalizzato sulla didattica d’aula, ma sono diverse le interpretazioni che lo estendono alla didattica on-line. E comunque, prima ancora delle leggi dovrebbe bastare il buonsenso. Buonsenso che – evidentemente – alla SIAE è mancato e continua a mancare.
Meditiamo gente, meditiamo…
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