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I Radiohead ed il bicchiere mezzo vuoto

9 novembre 2007

I Radiohead, rock band inglese con quasi vent’anni di storia alle spalle, hanno fatto molto parlare della loro inizativa legata alla modalità di distribuzione dell’ultima “fatica”: In Rainbows. Il disco, infatti, è scaricabile in rete con una modalità che consente all’utente di decidere quanto pagare il disco, anche nulla. Dopo un mese dal lancio, sulla base dei primi dati, sembra che – su oltre un milione di download – tre utenti su cinque abbiano scelto di non pagare nulla. Gli altri, avrebbero pagato pochi euro.


L’esperienza viene riportata dal Corriere della Sera come fallimentare: “I Radiohead traditi dal paga quanto vuoi“, titola il quotidiano. Ho la netta impressione che Simona Marchetti, autrice dell’articolo, abbia una tendenza innata al pessimismo, oltre che alla distrazione (1,2 milioni di download non sono esattamente la stessa cosa di 12 milioni!).


A caldo, mi viene da fare qualche considerazione:



  • rispetto agli economics, la lettura del post di Andrew Lipsman mi sembra d’obbligo. Inoltre, se tre utenti su cinque non hanno pagato nulla, è evidente come due su cinque abbiano invece pagato. Ed anche ad una media (stimata da Comscore) di due dollari ad utente, il totale è di quasi un milione di dollari. Nel primo mese. E senza intermediari.
    Se il CD fosse andato in distribuzione secondo i canali tradizionali, per rendere la stessa cifra agli artisti, avrebbe dovuto vendere qualcosa come quasi mezzo milione di copie (raddoppiamo la percentuale per gli artisti? sono sempre duecentocinquantamila copie…). Nel primo mese. Ed ora ci saranno gli introiti dell’edizione “boxed”. Insomma, dire che economicamente si tratta di un fiasco, mi sembra proprio voler vedere a tutti i costi il bicchiere mezzo vuoto.
  • rispetto alla pubblicità: mi sembra evidente che i Radiohead abbiano ottenuto una quantità di pubblicità (gratuita) pressochè inimmaginabile. E questo non potrà che giovare alle vendite successive della già annunciata versione deluxe.
  • rispetto ai numeri: 1.2 milioni o 12 milioni? L’approssimazione della stampa a volte raggiunge limiti lirici. Sta comunque di fatto che le percentuali sono quelle dichiarate dallo studio, indipendentemente dai valori assoluti riferiti al volume di vendita. In questo sono un po’ più tranquillo di Stefano, che in virtù dei numeri più bassi sospende il giudizio.
  • rispetto al mercato discografico: ritengo che l’esperimento dei Radiohead vada visto come tale, e di conseguenza da contestualizzare rispetto ad un mercato che a queste iniziative – ed a questi modelli di business – non è (ancora) avvezzo.
  • rispetto agli intermediari: è evidente che il ruolo degli intermediari (la distribuzione) debba cambiare. Non assisteremo a fenomeni di disintermediazione (se ne parla da anni, senza che mai si verifichino); ma vedremo senz’altro processi di reintermediazione a valle della rimodulazione delle value chain del settore. La convergenza genera tali fenomeni, e gli operatori del mercato dovranno tenerne conto. Anche loro malgrado.
  • rispetto al loro sito: mi chiedo quanti di quelli che ne hanno scritto abbiano provato a scaricare la musica dal sito dedicato. Io l’ho fatto. Non sarò nel target dei loro utenti, ma i ragazzi di Oxford avrebbero bisogno di un buon consulente sul tema dell’usabilità.
  • rispetto ai dati richiesti dal sito: per scaricare la musica, è necessario inserire una quantità di dati personali inimmaginabile. Anche questo è parte del “pagamento“, anche se …in natura. Anche ipotizzando che molti inseriscano dati più o meno fantasiosi (del tipo pippo@topolinia.com), immagino che la base di dati attendibili sarà comunque estremamente utile ad una buona azione di marketing push
  • rispetto all’articolo del Corriere: Al Corriere, anche quando citano le fonti, sono sempre stranamente vaghi. La Comscore (che ha fatto la ricerca) sta parlando della cosa dal suo blog da giorni, ma al suo sito (ed al blog) bisogna arrivarci “a mano“. Oltretutto, la loro opinione non coincide con quella del Corriere, ma pur usando il loro studio evitano accuratemente di citarla. Per non parlare del balletto delle cifre…
    E poi dicono che i blog sono inattendibili perchè non controllano le fonti…

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Ci mancava solo il Made in Italy 2.0. Grazie Lapo!

16 gennaio 2007

lapo.jpgRifiuti l’omologazione di massa? Sei una persona libera, che non ha paura di essere se stessa? Bene. Allora sei un indipendente. Un vero beauty seeker che sceglie la bellezza a prescindere dalla griffe o dallo status symbol del momento. Perché l’indipendenza è un modo di pensare che trascende l’età, la nazionalità, la cultura, il sesso e la religione.


No, non è lo stralcio di una tesina malfatta in tecniche di comunicazione pubblicitaria. È il prodotto dell’illuminata mente di Lapo Elkann, che con queste pillole di saggezza si propone di promuovere il “Made in Italy 2.0”. Eh si, perché non bastava internet, con il web 2.0. ci mancava pure Lapo con il Made in Italy 2.0. Che poi ’sto made in italy abbia un nome mezzo inglese (Italia Independent) poco importa. E se vuoi essere una persona indipendente che rifiuta l’omologazione di massa lo sai che devi fare? Comprarti Sever, che costa 1.007 euro, ma mica è un occhiale normale. No, troppo facile. Sever è un personal belonging. Un oggetto unico per uomini unici. È dai tempi d’oro di Denim che non leggevo idiozie simili. Ve lo ricordate l’uomo che non doveva chiedere mai? …la scuola è la stessa. Solo che – non so perché – stile, concept, realizzazione, politica di pricing (ma qualcuno mi spiega i sette euro?) e tutto ciò che c’è sul sito di Italia Indipendent mi dà profondamente sui nervi.


Forse perché i testi sembrano scritti da uno studente appena uscito da un master in scrittura pubblicitaria con troppe nozioni e poco cervello. Forse perché è irritante pensare che ci sarà senz’altro (perché senz’altro ci sarà) qualche minus habens che per sentirsi indipendente ’sti benedetti occhiali se li comprerà pure. Forse perché concetti come indipendenza e libertà mi sembrano troppo elevati per associarli ad un paio di occhiali, anche se da mille euro. E perché – tutto sommato – questo vuol dire che un impiegato per sentirsi indipendente dovrebbe spendersi quasi tutto lo stipendio. E poco importa per il mutuo. Tanto passa Lapo e salda. Forse perché veder messo in mezzo il Web 2.0 mi fa immaginare il copywriter di cui sopra tutto contento, che corre scodinzolante da Lapo a dirgli che ha avuto una trovata geniale: “inventiamoci il made in italy 2.0, così colpiamo il target degli utenti internet con la solfa del web 2.0 e quelli si comprano tutti l’occhiale”. Forse perché non ho trovato nemmeno un articolo che non celebrasse Lapo il Redento in ginocchio o a braghe calate, posizioni abituali della nostra stampa quando parla dei cosiddetti “potenti”. Forse perché negli ultimi giorni dalla suddetta stampa prona ho visto elevato Lapo, del quale non voglio ricordare il passato perché sarebbe come sparare sulla croce rossa, a maestro di pensiero dello stile, dell’italianità e dell’imprenditoria. E se questa è la nuova immagine dell’Italia, forse erano meglio gli spaghetti e i mandolini. Forse perché è un sito che puzza di finto e di costruito nella struttura, nelle pagine, nei termini che usa. Così finti da essere evidentemente finti (e questo, per un pubblicitario, è un grave errore). Forse perchè tutto il sito – malgrado i riferimenti al Web 2.0 ed il fatto che faccia anche e-commerce – esprime un modo vecchio di fare comunicazione, superato dalle cose, dagli eventi e dai mezzi.
Forse perché preso dall’irritazione del momento ho perso ben 18 minuti a scrivere questo post, ma ormai è qui, e tanto vale che lo pubblichi.


Per la cronaca: non ho nulla contro chi spende mille euro per degli occhiali da sole. Ma se lo fa lasciandosi convincere dal sito di Lapo, allora è proprio vero che i soldi non necessariamente si sposano con il cervello.


Nota per Maurizio: credo che da questo post si evincano le risposte che cercavi! :-)

Considerazioni Sparse ,