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Posts Tagged ‘Ernesto Belisario’

Le Linee Guida per l’Open Data dell’Associazione Italiana per l’Open Government

14 aprile 2011

Open Data: da dove partire? A questa domanda abbiamo tentato di rispondere con l’ultimo lavoro dell’Associazione Italiana per l’Open Government. In un momento in cui gli Stati Uniti (da sempre tra i principali promotori delle iniziative connesse allo sviluppo dell’Open Government) paiono subire una battuta d’arresto, abbiamo ritenuto assolutamente importante fornire alle Amministrazioni italiane una semplice guida operativa per iniziare a muoversi su questo tema. Il testo, curato da me,  Ernesto Belisario, Gigi Cogo, Claudio Forghieri e che ha visto il contributo di una folta comunità di esperti, si propone di fornire una prima panoramica delle tematiche da affrontare quando si decide di sviluppare una strategia orientata all’implementazione di modelli basati sulla condivisione dei dati.

Cosa vuol dire Open Data? Perché l’Open Data rappresenta una strada verso l’Open Government, e perché l’Open Government è  uno strumento di sviluppo? Quali sono i principali problemi da affrontare quando si vuole “fare” Open Data”? Quali le tematiche giuridiche da tenere in considerazione? Quali gli aspetti tecnici e gli impatti organizzativi? A queste domande (ed a qualcuna in più) abbiamo voluto fornire una prima risposta, per consentire a tutti di iniziare a comprendere i motivi della centralità di questo tema per lo sviluppo del Paese.

Queste linee guida fanno seguito al Manifesto per l’Open Government, che la nostra associazione ha pubblicato a novembre dello scorso anno. Le prossime iniziative che contiamo di portare avanti grazie all’aiuto di un sempre più nutrito gruppi di esperti saranno annunciate nei prossimi giorni, nel corso di alcuni eventi ai quali stiamo lavorando.

Stay Tuned!

Come Si Fa Open Data -
Versione 1.0

Considerazioni Sparse , , , , , ,

Ci vediamo alla Social Media Week?

5 febbraio 2011

La prossima settimana inizia la Social Media Week romana.

Quest’anno – con il socio – siamo tra gli Advisor.  Parteciperò ad alcuni eventi ed altri li ho organizzati. Ecco quindi, con ordine, gli appuntamenti dove potremmo incontrarci nel corso della prossima settimana:

  • Lunedì 7 Febbraio. Il primo evento al quale parteciperemo è quello organizzato dal Dipartimento di Comunicazione e Studi Sociali della Sapienza e dal CATTID: la SMW Winter School. Carlo Medaglia ci ha invitati alla giornata di apertura, per discutere con i partecipanti di come il Web 2.0 stia cambiando il mondo della comunicazione. L’approccio è quello della lezione universitaria, ma mi piacerebbe che fosse prevalentemente un dibattito visto che, scorrendo la lista dei partecipanti, ho notato diversi amici con i quali sarà interessante scambiare qualche idea e che …trascineremo in cattedra. L’appuntamento è dalle 16.00 alle 19.00 circa in Via Salaria 113…
  • Mercoledì 9 Febbraio. C’è il primo dei due eventi organizzati con Alessio: “Employee 2.0 – Dalle relazioni istituzionali alle relazioni distribuite”. All’incontro parteciperanno, oltre me, Giovanni Boccia Artieri, Alberto Marinelli, Matteo Menin, Luca Sartoni. Sarà un’occasione per discutere del ruolo di quelli che Bernoff chiama HERO. Cosa sono? Prova a spiegarcelo Alessio in questo post
    L’appuntamento è alle 10.00 presso la Sala degli Specchi di Ateneo Impresa…
    Sempre Mercoledì 9 son stato invitato al Caffè Letterario dalla CNA di Roma ad un evento dall’interessante titolo  “Alla salute dei Social Media“. Non mi hanno ancora detto molto, ma il titolo pare interessante…
  • Giovedì 10 Febbraio. Sempre con Alessio, Ernesto, Guido ed altri amici siamo ancora presso la sede centrale di Ateneo Impresa. Il tema è quello dell’Open Government, per un evento che abbiamo organizzato con la nostra Associazione. Il parterre degli ospiti è di tutto rispetto: oltre ai già citati ci saranno Stefano Costa, coordinatore di Open Knowledge Foundation Italia; Davide Giacalone, presidente dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione; Monica Lucarelli, Presidente dei Giovani Industriali di Roma; Carlo Mochi Sismondi, Presidente di ForumPA. Insomma: tutte le persone giuste per un convegno dal titolo “Processo all’OpenGov: dalle parole ai fatti?“. Se volete saperne di più su questo tema, non esitate a registrarvi!

Insomma, la prossima settimana non mancheranno le occasioni di incontro! Vale la pena approfittarne…

    Incontri , , , , , , , , , , , , , , , ,

    Ognuno ha i Fisici che si merita…

    8 settembre 2010

    Ci sono persone che non posso che ammirare per la loro capacità di cercare sempre il buono delle cose. Di vedere il bicchiere mezzo pieno. Di rifiutarsi di vedere l’abisso di ignoranza che le circonda. Quindi, come non ammirare Ernesto, che di fronte alle parole di Enzo Boschi si rifiuta di credere che un docente universitario di tale levatura intendesse davvero dire quello che ha detto?

    Di che si parla? Del fatto che, visto che c’è il rischio che i dati rilasciati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia vengano letti ed interpretati da altri, il suo Direttore – Enzo Boschi appunto – sta seriamente pensando di smettere di renderli disponibili. Alla faccia dell’Open Data. Eh si, perchè – afferma sempre Boschi – “qui impieghiamo più tempo a inviare rettifiche ai giornali che ad elaborare risultati“.

    Ernesto non può pensare che Enzo Boschi – Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, Benemerito della Cultura, Cavaliere di Gran Croce, Accademico dei Lincei e tante altre belle cose – dica sul serio, e quindi sostiene che le sue osservazioni siano una provocazione.

    E invece io, che così ottimista non sono, drammaticamente penso che Enzo Boschi intendesse dire proprio quello che ha detto. Si, perchè Enzo Boschi, dagli indubbi meriti scientifici ed accademici, forse proprio in quanto benemerito cavaliere accademico e via dicendo,  è figlio di una cultura – quella dei baronati universitari italiani – per la quale tutto ciò che è estraneo al Gotha degli Eletti è perdita di tempo, banalità, disturbo.

    E così, mentre gli scienziati di mezzo mondo liberano i dati e favoriscono lo sviluppo di un modello di condivisione della conoscenza e del sapere degno del secondo millennio, i nostri Baroni vivono tutto ciò come un fastidio. Come un intralcio. Come una seccatura. E così, mentre altri fisici hanno inventato il Web, i nostri si chiedono se non sia il caso di smettere di perderci tempo.

    Senza considerare, afferma lucidamente Ernesto, che tutto sommato quei dati sono nostri, visto che li abbiamo pagati noi. Senza considerare che altri paesi vedono nell’Open Data un vero e proprio modello di sviluppo sul quale basarsi. Senza contare che, tutto sommato, per certi aspetti alcuni paesi sono forse più civili del nostro.

    PS: in realtà, Ernesto – viste le soluzioni che auspica – è ben consapevole di tutto ciò, ma è troppo sottile per dirlo! :-)

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    Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale: un’altra occasione mancata

    10 aprile 2010

    L’Italia brilla per la presenza di leggi discusse, emanate e poi completamente inapplicate, ma quanto al Codice dell’Amministrazione Digitale probabilmente è riuscita a superare sé stessa.

    Il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD, per gli amici), nasce nell’ormai lontano 2005, sancendo alcuni importanti principi inerenti il processo di digitalizzazione della PA. Ma la latitanza dei regolamenti attuativi, l’assenza di reale interesse da parte della PA e mille altri motivi ne hanno fatto nella sostanza lettera morta. Questo sino a che il Ministro Brunetta, in concomitanza delle elezioni Regionali (!), non ha pensato bene (e in tutta fretta) di rilanciarlo, varando il “Nuovo CAD“. Meraviglia delle meraviglie, questo “nuovo” strumento  – usando le parole del Ministro – dovrebbe segnare il passaggio “dall’amministrazione novecentesca, fatta di carta e timbri, all’amministrazione del XXI secolo, digitalizzata e sburocratizzata“.

    Meno male che è arrivato il Nuovo CAD, si potrebbe pensare. Ma il condizionale della precedente affermazione è tutt’altro che casuale.

    Sono molte le considerazioni di merito che andrebbero fatte…

    • …certo, “un velo di perplessità” non può non emergere leggendo di copie informatiche di documenti informatici
    • …”il vago sospetto” che quattro tipi di firma digitale non vadano proprio incontro all’esigenza di semplificazione espressa dalla delega che ha portato al “nuovo” CAD emerge (ok, ci sono le Normative Europee, ma eravamo ancora in tempo per sfoltire , piuttosto che aggiungere)…
    • …il voler spacciare per “diritto del cittadino” il poter interloquire con la Pubblica Amministrazione tramite la Rete, quando ciò si trasforma nella possibilità per la Pubblica Amministrazione di notificargli atti esclusivamente tramite internet “un po di dubbi” li genera…

    ma già autorevoli amici hanno commentato il tema in diverse occasioni.

    In generale, l’amara impressione è che invece di digitalizzare la PA si stia tentando di analogizzare l’IT. Ossia, che molte delle norme introdotte tendano a riprodurre – attraverso i supporti informatici – le dinamiche proprie della carta (non sia mai che si re ingegnerizzino i processi piuttosto che automatizzarli).

    Quella che invece vorrei fare adesso è una considerazione di metodo.

    La versione originale del CAD (non voglio parlare di “vecchio” CAD perchè questo non è un “nuovo” CAD ma un insieme di modifiche al vecchio testo) fu il risultato di una concertazione tra le diverse parti ed i numerosi attori coinvolti. Fu, nel bene e nel male, l’esito di un lavoro complesso e – in buona parte – partecipato. Quello attuale è invece un documento che – persino nella sua stessa forma – contraddice sè stesso.

    Al suo interno si parla di trasparenza della PA, quando anche solo trovare il testo passato dal Consiglio dei Ministri è un’opera titanica, visto che sui siti istituzionali è presente soltanto una laconica ed autocelebrativa presentazione in powerpoint. Alla faccia della trasparenza, nessuno si è preoccupato di distribuire il testo in rete, figuriamoci chiedere anche solo un parere ai diversi attori che – a costo zero e per puro spirito di collaborazione – avrebbero potuto fornirlo. Un testo partorito nelle “segrete stanze” di Palazzo Vidoni, alla faccia dell’open government o delle balle del government 2.0, dei quali tanto si parla (e si parla soltanto) nei convegni internazionali.  Convegni buoni, sospetto, esclusivamente per far fare belle visite turistiche alle nutrite delegazioni dei diversi paesi coinvolti. Al suo interno di parla di diritti digitali riducendoli a quattro chiacchiere e senza approfittare dell’occasione – dell’ennesima occasione perduta – per sviluppare davvero un discorso serio sul tema fondamentale dei diritti digitali (quali sono? In che misura sono diritti reali e non si limitano ad essere delle affermazioni di principio? Come possono essere garantiti, o difesi?).

    Il nuovo CAD mette una serie di pezze (in alcuni casi peggiori dei buchi che vanno a coprire) al vecchio testo. Senza preoccuparsi minimamente di cogliere l’occasione per definire i principi culturali delle tematiche che affronta. Senza cogliere l’occasione per affrontare i problemi reali che sono sottesi alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione . Proponendo una riforma a costo zero e spacciandola per innovazione rivoluzionaria. Quando già Shumpeter - oltre cinquant’anni fa – ci ha insegnato che non può esistere innovazione a costo zero e che qualsiasi innovazione, inizialmente, richiede un investimento.

    Quella di un nuovo CAD, insomma, avrebbe potuto essere una occasione per riflettere davvero sul ruolo e sugli impatti dell’Information & Communication Technlogy sulla Pubblica Amministrazione, tanto dal punto di vista dei processi quanto, soprattutto, dal punto di vista dell’impatto culturale e sociale che la rete ha sulla PA.

    Il rischio, ora, è quello che – nella discussione che si spera si sviluppi – non si riesca comunque che a modificare marginalmente i contenuti di un impianto già dato. Insomma, come mettere delle pezze alle pezze. Ottenendo il vestito di un Arlecchino che farà tutt’altro che ridere i cittadini italiani.

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    Google condannata in Tribunale. E l’Italia condannata all’oblio

    24 febbraio 2010

    Quando qualcuno indica la luna, si diceva un tempo, gli stolti guardano il dito. Ma a ben più alti livelli di idiozia riusciamo ad arrivare nel nostro Paese, quando se qualcuno urla in un megafono delle oscenità, siamo così stupidi da prendercela con il produttore del megafono. Eh si, perchè se si vanno ad analizzare i fatti, è questo quello che è successo con la sentenza che condanna tre dirigenti di Google per il caso del ragazzo affetto dalla sindrome di Down maltrattato dai suoi compagni di classe.

    Del fatto, del quale hanno appena dato notizia i giornali, ne parlano già Massimo, Ernesto, Metilparaben ed altri. Non vale quindi la pena soffermarsi sulla descrizione delle circostanze, che d’altro canto sono note ormai a tutti.

    Vale invece la pena di soffermarsi su ciò che il fatto potrebbe comportare, in termini sostanziali, per lo sviluppo di internet nel nostro Paese. Le previsioni più pessimistiche di Massimiliano Trovato, autore di un bell’e-Book sul tema pubblicato dall’Istituto Bruno leoni nel quale afferma in sostanza che una decisione avversa a Google andrebbe contro il diritto, pare proprio si siano avverate.

    E non basta, come sostiene Massimo, “archiviare il fatto nel lungo elenco delle arretratezze culturali di questo paese di fronte alle nuove tecnologie” perchè archiviare è troppo vicino ad accettare. Ed alcuni fatti, alcune situazioni, sono inaccettabili.

    E’ inaccettabile, ad esempio, che il sistema politico e quello giudiziario – forse (e drammaticamente) più per crassa ignoranza che per malafede - continuino ad ostinarsi a voler legiferare e giudicare su argomenti che non conoscono e non capiscono. Dei quali non percepiscono i confini, le regole, le caratteristiche. Un pò come se pretendessimo che i guidatori di una carrozza scrivessero il codice della strada per un mondo popolato  da astronavi.

    E non serve dire che mancano le leggi, quando poi chi dovrebbe applicarle non sa neanche come declinare quelle che ci sono rispetto al nuovo contesto. Il problema non è costituito dal fatto che mancano le leggi. Le leggi ci sono. Mancano persone in grado di applicarle perchè mancano persone, nei luoghi chiave, che conoscono e capiscono il problema. Così come per lo sport esistono i Giudici sportivi, sarebbe utile che per la rete esistessero Giudici con competenze specifiche, o abbastanza umili (o intelligenti) da farsi affiancare da chi tali competenze le ha. Ma la rete non definisce più un dominio limitato o delimitabile. La rete oggi è il mondo. La rete sta cambiando il mondo. Peccato che chi questo mondo deve regolarlo non se ne renda conto a sufficienza. O, quando se ne rende conto, non faccia altro che cercare di ostacolare un cambiamento che è nei fatti inarrestabile.

    Questi non sono problemi che riguardano qualcun altro. Riguardano noi tutti. Noi che scriviamo su un blog, noi  che abbiamo un profilo su facebook, noi che facciamo ricerche con Google. Perchè la libertà non è un diritto acquisito, ma un diritto che va conquistato e riconquistato giorno per giorno.

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