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Posts Tagged ‘Innovazione’

Innovatori Jam 2011: per disegnare insieme la mappa dell’innovazione in Italia

12 settembre 2011

Vuoi contribuire alla costruzione dell’agenda dell’Innovazione in Italia? Farlo è semplice: partecipa a “INNOVATORI JAM 2011”, iniziativa organizzata dall’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione che si svolgerà in Rete (all’indirizzo www.innovatorijam.it, hashtag:#ij11) dalle ore 8,00 del 13 settembre alle 24 del 14 settembre 2011.

L’evento – una vera e propria maratona di 40 ore – si propone di far convergere il maggior numero possibile di esperti, appassionati o semplici interessati intorno a 10 temi importanti per l’innovazione nel nostro Paese:

1. Innovazione e internazionalizzazione: Italia degli Innovatori
2. Giovani, talento e merito nella ricerca e nell’innovazione
3. Start up, incubatori, venture capital
4. I ranking dell’innovazione
5. Accessibilità, apps e nuovi canali
6. Digital agenda: open data, cloud computing e banda larga
7. E-commerce & e-tourism
8. Il Codice dell’Amministrazione Digitale
9. Informazione e nuovi canali
10. Le Smart Cities del futuro

Ad animare i dieci forum sono state chiamate alcune delle realtà italiane più attive sui temi dell’innovazione, tra le quali l’Associazione Italiana per l’Open Government, della quale sono direttore.

Citando Ernesto:

La sfida è ambiziosa: definire, in 40 ore, gli obiettivi dell’agenda digitale di cui l’Italia ha bisogno; si tratta di un’occasione imperdibile per affermare l’utilità e l’urgenza di intraprendere politiche di Open Data in ragione dei benefici che ne ricaverebbero Enti, imprese e cittadini.

Il metodo, finalmente, è open, usa gli strumenti del Web e fa ricorso all’intelligenza collettiva.

La promessa degli organizzatori è che i risultati della discussione saranno portati all’attenzione dei decisori.

 Io sarò coinvolto nelle discussioni che riguardano l’Open Data. Tutti coloro che vogliono partecipare possono richiedere un invito all’indirizzo eventi@datagov.it

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L’Innovazione, nella PA, è un po’ come ballare la samba. Il mio intervento al convegno della rivista eGov sull’Innovazione nella Pubblica Amministrazione

25 aprile 2011

Lo scorso 14 Aprile, in occasione del Premio eGov di Maggioli, nel quale ho avuto l’onore di esser chiamato a far parte della giuria, mi è stato chiesto un breve speech sul tema delle problematiche connesse ai processi organizzativi dell’innovazione della PA. Noto ora che è stato pubblicato assieme agli altri, e lo condivido qui con voi…

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Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale: un’altra occasione mancata

10 aprile 2010

L’Italia brilla per la presenza di leggi discusse, emanate e poi completamente inapplicate, ma quanto al Codice dell’Amministrazione Digitale probabilmente è riuscita a superare sé stessa.

Il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD, per gli amici), nasce nell’ormai lontano 2005, sancendo alcuni importanti principi inerenti il processo di digitalizzazione della PA. Ma la latitanza dei regolamenti attuativi, l’assenza di reale interesse da parte della PA e mille altri motivi ne hanno fatto nella sostanza lettera morta. Questo sino a che il Ministro Brunetta, in concomitanza delle elezioni Regionali (!), non ha pensato bene (e in tutta fretta) di rilanciarlo, varando il “Nuovo CAD“. Meraviglia delle meraviglie, questo “nuovo” strumento  – usando le parole del Ministro – dovrebbe segnare il passaggio “dall’amministrazione novecentesca, fatta di carta e timbri, all’amministrazione del XXI secolo, digitalizzata e sburocratizzata“.

Meno male che è arrivato il Nuovo CAD, si potrebbe pensare. Ma il condizionale della precedente affermazione è tutt’altro che casuale.

Sono molte le considerazioni di merito che andrebbero fatte…

  • …certo, “un velo di perplessità” non può non emergere leggendo di copie informatiche di documenti informatici
  • …”il vago sospetto” che quattro tipi di firma digitale non vadano proprio incontro all’esigenza di semplificazione espressa dalla delega che ha portato al “nuovo” CAD emerge (ok, ci sono le Normative Europee, ma eravamo ancora in tempo per sfoltire , piuttosto che aggiungere)…
  • …il voler spacciare per “diritto del cittadino” il poter interloquire con la Pubblica Amministrazione tramite la Rete, quando ciò si trasforma nella possibilità per la Pubblica Amministrazione di notificargli atti esclusivamente tramite internet “un po di dubbi” li genera…

ma già autorevoli amici hanno commentato il tema in diverse occasioni.

In generale, l’amara impressione è che invece di digitalizzare la PA si stia tentando di analogizzare l’IT. Ossia, che molte delle norme introdotte tendano a riprodurre – attraverso i supporti informatici – le dinamiche proprie della carta (non sia mai che si re ingegnerizzino i processi piuttosto che automatizzarli).

Quella che invece vorrei fare adesso è una considerazione di metodo.

La versione originale del CAD (non voglio parlare di “vecchio” CAD perchè questo non è un “nuovo” CAD ma un insieme di modifiche al vecchio testo) fu il risultato di una concertazione tra le diverse parti ed i numerosi attori coinvolti. Fu, nel bene e nel male, l’esito di un lavoro complesso e – in buona parte – partecipato. Quello attuale è invece un documento che – persino nella sua stessa forma – contraddice sè stesso.

Al suo interno si parla di trasparenza della PA, quando anche solo trovare il testo passato dal Consiglio dei Ministri è un’opera titanica, visto che sui siti istituzionali è presente soltanto una laconica ed autocelebrativa presentazione in powerpoint. Alla faccia della trasparenza, nessuno si è preoccupato di distribuire il testo in rete, figuriamoci chiedere anche solo un parere ai diversi attori che – a costo zero e per puro spirito di collaborazione – avrebbero potuto fornirlo. Un testo partorito nelle “segrete stanze” di Palazzo Vidoni, alla faccia dell’open government o delle balle del government 2.0, dei quali tanto si parla (e si parla soltanto) nei convegni internazionali.  Convegni buoni, sospetto, esclusivamente per far fare belle visite turistiche alle nutrite delegazioni dei diversi paesi coinvolti. Al suo interno di parla di diritti digitali riducendoli a quattro chiacchiere e senza approfittare dell’occasione – dell’ennesima occasione perduta – per sviluppare davvero un discorso serio sul tema fondamentale dei diritti digitali (quali sono? In che misura sono diritti reali e non si limitano ad essere delle affermazioni di principio? Come possono essere garantiti, o difesi?).

Il nuovo CAD mette una serie di pezze (in alcuni casi peggiori dei buchi che vanno a coprire) al vecchio testo. Senza preoccuparsi minimamente di cogliere l’occasione per definire i principi culturali delle tematiche che affronta. Senza cogliere l’occasione per affrontare i problemi reali che sono sottesi alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione . Proponendo una riforma a costo zero e spacciandola per innovazione rivoluzionaria. Quando già Shumpeter - oltre cinquant’anni fa – ci ha insegnato che non può esistere innovazione a costo zero e che qualsiasi innovazione, inizialmente, richiede un investimento.

Quella di un nuovo CAD, insomma, avrebbe potuto essere una occasione per riflettere davvero sul ruolo e sugli impatti dell’Information & Communication Technlogy sulla Pubblica Amministrazione, tanto dal punto di vista dei processi quanto, soprattutto, dal punto di vista dell’impatto culturale e sociale che la rete ha sulla PA.

Il rischio, ora, è quello che – nella discussione che si spera si sviluppi – non si riesca comunque che a modificare marginalmente i contenuti di un impianto già dato. Insomma, come mettere delle pezze alle pezze. Ottenendo il vestito di un Arlecchino che farà tutt’altro che ridere i cittadini italiani.

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Azienda ed Università: collaborare è possibile…

25 maggio 2008

Chi era su twitter ieri verso le sei di sera a un certo punto è incappato in un mio twit generato da Qik (lo so, lo so… sono fissato). Ero in un Centro Commerciale di Tor Vergata ove, assieme ad un manipolo di studenti, al mio amico Francesco Gallucci di 1to1Lab ed ai suoi fidi tecnici stavamo concludendo un laboratorio che darà luogo ad una ricerca. In breve l’obiettivo della ricerca, della quale Francesco parla sul suo blog, è quello di capire cosa succeda “nella testa” delle persone negli attimi immediatamente precedenti all’acquisto di un prodotto.

La strada scelta da 1to1Lab consiste nel cercare di interpretare i “segnali” del corpo. Per rilevarli sono stati adottati strumenti di rilevazione del biofeedback, come potete vedere nel filmato che ho realizzato ieri con il mio Nokia…

Sono doppiamente soddisfatto del laboratorio che ieri ha concluso la fase sul campo (ora si tratta di analizzare i dati). In primo luogo per l’oggetto della ricerca, particolarmente interessante, ma anche e soprattutto perchè abbiamo dimostrato una volta di più come la strada verso la collaborazione tra Università ed Aziende, in un contesto che consenta ai giovani laureandi di crescere e sperimentare, sia realmente percorribile.

Basta volerla percorrere

Cronache Universitarie

L’informazione non è una carrozza a vapore!

20 novembre 2007

Su ePolis di questa settimana, una breve riflessione sulla demonizzazione di Internet attuata dal sistema dell’informazione “mainstream”… Ovviamente, i commenti sono benvenuti!


Pochi sanno che quando, agli inizi dell’800, le prime automobili arrivarono in Inghilterra, vi fu una vera e propria rivolta. La rivolta dei postiglioni, che videro minacciato lavoro e futuro dalla nuova tecnologia che – di fatto – rendeva superflua la loro figura.


Per risolvere il problema bastò una legge. Legge che obbligava ogni “carro a vapore” ad essere preceduto da un servitore a piedi che, correndo davanti alla vettura ed agitando una lanterna, avvisasse i passanti dell’arrivo del mostro meccanico. Un modo un po’ miope – insomma – per salvaguardare posti di lavoro con la scusa della sicurezza. Esistono due tipi di innovazione: quella definita “disruptive“, che implica un forte cambiamento rispetto allo status quo e quella definita “sustaining“, che invece rappresenta un’evoluzione di quanto già esistente.


Leggendo le pagine dei giornali, in queste settimane, si ha la triste impressione che una parte consistente del giornalismo italiano – rispetto al tema dell’informazione – consideri Internet ed i “new media” (che poi tanto nuovi non sono più) un po’ come i postiglioni dell’800 consideravano le automobili. Ogni volta che qualcosa di nuovo si profila all’orizzonte, c’è sempre qualcuno che – più o meno inconsciamente – teme d’esser soppiantato. Ma soltanto affrontare l’innovazione con serenità consente di coglierne i vantaggi e di leggerne i limiti. Il resto, è solo cattiva informazione.


(Articolo in PDF)


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Dieci (s)punti per l’Innovazione

26 ottobre 2007

A valle di una consulenza fatta con il mio amico e collega Kurt Hilgenberg (che ha da pochissimo aperto un blog) ad una azienda di logistica, abbiamo sviluppato un piccolo decalogo per le aziende che vogliono avviare progetti di innovazione.

Lo posto qui, come di consueto…

Buona parte della complessità dei progetti di innovazione dipende dal fatto che il successo di un progetto si vede soltanto alla fine del progetto stesso. La difficoltà, quindi, sta spesso nell’avviare il processo, perché è proprio in questa fase che si creano i presupposti per il successo. Di seguito, dieci punti da prendere in considerazione quando si stanno avviando progetti di innovazione…

1. Il valore delle domande: Innovazione significa …dare più importanza alle domande
Porre delle domande è spesso più difficile che dare delle risposte. Le domande possono aprire nuovi orizzonti e creare nuove opportunità. Ma è importante imparare a porre le domande giuste alle persone giuste e nel giusto ordine. La domanda “Come iniziare ad innovare?” acquisisce in tal senso un valore decisivo, perché le risposte che a tale domanda verranno date avranno il potere di determinare il successo del progetto di innovazione.

2. Il valore degli obiettivi: Innovazione significa …dare più importanza agli obiettivi
Ogni impresa di successo si fonda su obiettivi chiari e trasparenti. Gli obiettivi di una impresa sono gli strumenti con i quali essa affronta il futuro e con i quali misura il proprio successo. Tutti i dipendenti devono conoscere questi obiettivi. Ciò permette di lavorare insieme con maggior consenso, efficacia e serenità. L’innovazione non è soltanto un obiettivo aggiunto, l’innovazione permette di capire meglio gli obiettivi dell’impresa nel loro insieme e costruire un sistema di priorità negli obiettivi stessi. L’innovazione – in tal senso – da un nuovo significato al concetto di priorità.

3. Il valore delle idee: Innovazione significa …dare più importanza alle idee
Innovazione senza abbondanza di idee è come una festa senza musica. Le idee sono il carburante di ogni progetto di innovazione. Però, perché le idee nascano bisogna seminarle, creare il giusto contesto e strutturare un’organizzazione efficace per raccoglierle ed evitare che vadano perse. È questa la ragione per la quale è necessario un vero e proprio sistema di gestione delle idee. Senza organizzazione le idee nascono con difficoltà e quelle che nascono si perdono. Non ci sono ricette sicure per l’organizzazione di un sistema di idea management, ogni azienda deve trovare la strada che meglio le si addice. Tuttavia anche osservare come hanno risolto il problema altre realtà può fornire stimoli interessanti.

4. Il valore del progetto: Innovazione significa …dare più importanza al progetto
Prodotti innovativi, servizi innovativi, cambiamenti innovativi dell’organizzazione aziendale o innovazioni di marketing si realizzano al meglio se sviluppati nell’ambito di un progetto strutturato. La dimensione progettuale è la formula ideale, che combina pianificazione precisa e rigorosa con implementazione flessibile. Sviluppare un progetto per l’innovazione è il sistema migliore per favorirne lo sviluppo.

5. Il valore delle competenze: Innovazione significa …dare più importanza alle competenze
L’innovazione stimola lo sviluppo delle competenze nei dipendenti. Non solo è utile analizzare le competenze dei partecipanti al progetto di innovazione, ma è bene anche definire profili di competenza precisi. E per farlo è necessario partire dalle competenze che i professionisti coinvolti nel progetto già hanno. Spesso si scopre che essi dispongono di competenze utili all’innovazione che non erano conosciute dall’organizzazione. I progetti innovativi costituiscono infatti tanto una grande opportunità per mettere alla prova le competenze non impiegate nell’organizzazione, quanto una chance per promuovere l’acquisizione di competenze nuove. Al termine di ogni progetto d’innovazione è sempre utile trarre un bilancio delle competenze nuove e di quelle esplicitate, che rappresentano una risorsa per il futuro.

6. Il valore degli “spazi di responsabilità”: Innovazione significa …dare più importanza alle responsabilità individuali
Le aziende innovative di successo sono spesso quelle che lasciano ai loro dipendenti ampli spazi di libertà e di responsabilità, senza che questo comprometta la disciplina, la precisione e la puntualità. Al contrario: il senso di responsabilità si sviluppa al meglio all’interno di confini. Confini che non siano posti né in maniera arbitraria né in maniera rigida e stretta. Solo chi dispone di spazi di libertà sufficienti è in grado di reagire in maniera flessibile a eventi nuovi e imprevisti. E lo stesso vale per la gestione consapevole e responsabile dei rischi spesso insiti nei progetti di innovazione.

7. Il valore della comunicazione: Innovazione significa …dare più importanza alla comunicazione
Nessuna impresa può avere successo senza una comunicazione corretta. La comunicazione che si basa su obiettivi precisi, delle idee audaci, dei progetti ambiziosi e dei veri spazi di responsabilità cerca di trovare sempre l’equilibrio giusto tra il troppo e il troppo poco, tra il formale e l’informale, tra l’entusiasmo e la riflessione. La comunicazione nei progetti di innovazione deve essere inoltre tempestiva, garantendo che gli attori siano informati al momento giusto. Innovazione significa cosi anche “comunicazione partecipata“.

8. Il valore del “mondo esterno“: Innovazione significa …dare più importanza al mondo esterno
L’innovazione richiede l’osservazione continua e attenta del “mondo esterno“. L’autoreferenzialità di una impresa porta spesso all’immobilismo. Sapere cosa fanno e cosa pensano i concorrenti, i clienti, i fornitori e gli esperti del settore oggi è una condizione indispensabile per il successo di una azienda. Avere una “mentalità aperta“ è una caratteristica indispensabile per l’azienda che vuole essere innovativa.

9. Il valore della sostenibilità: Innovazione significa …dare più importanza sostenibilità
Anche l’innovazione deve essere sostenibile. Innovazione senza sostenibilità non può che tradursi in un successo di breve durata. L’impegno per l’innovazione non può prescindere dall’attenta valutazione delle conseguenze delle proprie azioni. L’innovazione deve attribuire al rispetto del uomo e dell’ambiente una priorità assoluta. Innovazione e sostenibilità vivono questo stesso “spirito“ che è alla base di ogni successo a lungo termine. Innovazione e sostenibilità vogliono il successo e l’eccellenza, ma non a tutti costi. Solo con questi principi e valori si garantisce che il successo anche nel futuro sarà un successo per tutti. Pianificare le decisioni con cura e con pazienza e realizzarle con entusiasmo e con rispetto, anche questo significa “innovazione sostenibile”.

10. Il valore del “secondo passo“: Innovazione significa …riconoscere “la risposta alla risposta”
Innovazione è più di un mero cambiamento, innovazione è un cambiamento che richiede e produce altri cambiamenti. L’innovazione è una risposta che produce nuove domande e nello stesso tempo nuove risposte. Bisogna riconoscere queste “risposte alle risposte”. È questa la vera differenza decisiva dell’innovazione e questo è il motivo perché “decidere l’innovazione” è un processo ciclico, iterativo, infinito.

Per concludere: Quale ricetta per l’innovazione?
L’innovazione non è né una medicina miracolosa e né una scienza misteriosa. L’innovazione non cambia niente in maniera brutale e non esiste una ricetta per l’innovazione. Ma se esistesse i suoi ingredienti sarebbero libertà nel rigore e rigore nella libertà, precisione nella creatività e creatività nella precisione; in quantità variabili, in funzione del contesto, del mercato, delle persone.
Solo uno sforzo continuo ed un vero spirito di innovazione sostenibile portano a risultati eccellenti.
L’innovazione è nel contempo un obiettivo, ed il mezzo per raggiungerlo.

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Nabaztag: perchè il tecnoleporide non è “solo” un gioco

20 settembre 2007

Da un paio di giorni molti blog parlano di Nabaztag, coniglio elettronico nato da un incrocio tra un bollilatte con le orecchie ed una scheda WiFi e pensato per interagire con il suo “padrone” (ossia l’utente).


Il tecnoconiglio legge la posta ed i feed RSS, fa da segreteria telefonica, muove le orecchie ed altre più o meno utili amenità riassunte nel sito a lui (o ad “esso”) dedicato. Naturalmente, come altri suoi illustri predecessori, attira su di sé commenti positivi e negativi, diventando nel contempo – a seconda dei punti di vista – l’ultima moda per i geek e l’ultima risorsa dei nerd.


Tuttavia, sarebbe forse un errore quello di bollare l’oggetto al più come un semplice giochino per geek con crisi affettive. Ciò che c’è di interessante in Nabaztag, infatti, paradossalmente va ben oltre Nabaztag. Senza arrivare agli eccessi di Stross, in cui gatti meccanici assurgono al ruolo di semidei, l’oggetto è un interessante sintomo di una importante tendenza. Una tendenza che vede l’informatica “uscire” dai PC per entrare nelle cose. Cose che – una volta ibridate con un PC – diverranno cose completamente nuove. Nabaztag non è lontano da ciò che saranno le nostre automobili tra qualche anno. Rientra nello stesso filone di molti altri tentativi, alcuni falliti e qualcuno di successo, di far si che non sia più l’utente a doversi “piegare alle logiche dalla macchina” per usarla, ma siano gli oggetti, forti della “logica informatica” ad essi sottesa, ad interagire dinamicamente con l’utente.


In questo contesto, il computer esce dalle scrivanie sulle quali è stato sinora relegato e si nasconde nelle cose. Conferendo loro la capacità di interagire, tra di loro, con il sistema e con i loro utenti. Mark Weiser parlava di Ubiquitous Computing lanciando i processi di interazione uomo-macchina in una prospettiva nuova e per certi versi inedita. Una prospettiva che parte dal presupposto che il vero progresso non sarà testimoniato dalla nostra capacità di realizzare interfacce sempre più efficaci, quanto piuttosto dalla nostra capacità di far letteralmente scomparire le interfacce annullando così la soglia di stress cognitivo che qualsiasi interfaccia richiede per essere appresa. L’interfaccia migliore, in sostanza, è quella che scompare agli occhi dell’utente rispetto alla funzione per la quale è stata concepita.


L’utilità specifica di Nabaztag potrà pure essere marginale, ma ciò che contribuisce a rappresentare è tutt’altro che da sottovalutare.


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Su EPolis parlo di Wireless…

1 maggio 2007

Su ePolis di domenica (è uscito mentre tutti eravamo di ritorno da Zena!) ho parlato di Wifi e di WiMax. Il tema è sempre lo stesso, contestualizzare la tematica globale in un contesto locale (Roma, nel mio caso), il tutto cercando di far capire la cosa a chi – potenzialmente – di queste tematiche non ne capisce un acca. E, ovviamente, provando a mantenere anche l’interesse di chi ne capisce!

Ci sono riuscito?

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AAA … Vendonsi Siti Web 2.0

18 dicembre 2006

vampiro.jpgLo sapevo.
Sta succedendo.
I sintomi li notano anche Massimo Moruzzi e Claudio Erba. Sta succedendo con il Web 2.0 quello che successe, qualche anno fa, con le Intranet. Vi ricordate quando nugoli di consulenti rampanti sciamavano da una azienda all’altra paventando disastri informatici se i poveri (e talvolta sprovveduti) imprenditori non fossero passati dalla vecchia, obsoleta, inaffidabile, e naturalmente poco sicura Rete LAN ad una nuova, scintillante, sicurissima, veloce Intranet?


Certo, alla domanda “ma che ci faccio di diverso rispetto a prima?” c’erano sempre momenti di imbarazzo e di vago disorientamento, ma che volete farci, l’innovazione non può fermarsi di fronte ad un dubbio, e quindi largo alle Intranet, e via le vecchie LAN!!!


Il fatto che poi spesso si trattasse di rivendere cose vecchie con un nome nuovo, naturalmente, è secondario.


Ho la vaga impressione che stia succedendo la stessa cosa, oggi, con il Web 2.0…


Parafrasando una vecchia canzone, “dove vai, se il web 2.0 non ce l’hai?” sembra essere la parola d’ordine di centinaia di tipi che promuovono servizi, soluzioni, contenuti, portali e chi più ne ha più ne metta “in stile” Web 2.0.


Risultato: oggi tutto sembra essere Web 2.0, anche l’agenda elettronica condivisa.


Capisco l’entusiasmo per il nuovo, ma temo che il risultato di tutto questo bailamme sarà solo una gran confusione, nella quale tutti parleranno di tutto senza capirci più niente. Qualche anno fa tutto era diventato e-business, ora tutto sta diventando Web 2.0. Con il rischio che, come sosteneva Tomasi di Lampedusa, cambi tutto per non cambiare niente.


Ora scusatemi, ma devo andare (ahimè!) a comprare i regali di Natale. Naturalmente Web 2.0!


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Il mio nuovo libro: Decidere l’Innovazione!

15 novembre 2006

copertina_Decidereinnovazione.gifE’ (finalmente) in libreria il mio nuovo libro: Decidere l’Innovazione.
Scritto a “otto” (!!!) mani con Kurt Hilgenberg, Edoardo Sabbadin e Joachim Warshat, affonta il tema delle scelte connesse alla decisione di innovare.


Io, in particolare, mi sono occupato della parte dedicata alla “misurazione” dell’innovazione. Ha senso misurare l’innovazione? La si può misurare? C’è chi la misura? ..e così via…


Personalmente, ritengo che la tendenza attuale sia quella di misurare l’innovazione “al chilo”, un po’ come si fa con le melanzane. Così fa l’unione europea, così fanno gli istituti di ricerca (o perlomeno molti di loro).


In realtà non è così lineare “misurare” il livello di innovazione di un paese, di un sistema o di un’azienda, e le variabili in gioco non sono tutte ascrivibili a dati presenti in bilancio…


Ma soprattutto, quando si parla di innovazione non sempre si intende la stessa cosa!
L’OCSE, con fare forse eccessivamente tranchant, risponde definendo l’innovazione come la capacità di gestire le conoscenze al fine di gevantaggi competitivi attraverso la produzione di nuovi beni, processi e sistemi organizzativi. E così risolve il problema. Non è così banale distinguere cosa è innovazione e cosa non lo è.

Provo a chiarire con un esempio: uno dei parametri universalmente adottati per misurare il livello di innovazione di una organizzazione è rappresentato dal numero di brevetti che essa registra. Ma chi definisce la validità a fini realmente “innovativi” di tali brevetti? Il velcro non ha la stessa valenza degli occhiali con il tergicristallo, eppure sono entrambe due invenzioni “innovative” protette da brevetto. La prima ha rivoluzionato alcuni comparti industriali, la seconda ha fatto il giro delle fiere degli inventori eccentrici. Ovviamente ci troviamo di fronte ad un esempio estremo, ma che serve a ricordarci che, anche quando si parla di innovazione, la storia la scrive chi la vince.


Una invenzione è sempre un’invenzione. Una innovazione, per essere tale, deve avere successo?
In altri termini, è da considerare come realmente innovativo soltanto ciò che produce un impatto concreto e positivo in termini economici? Ciò comporta un approccio analitico ben più complesso di quello di tipo semplicemente “ragionieristico”, che porta a definire più innovativo un paese soltanto perché vi si registrano più brevetti. Quali sono le evenienze successive alla registrazione del brevetto che fanno di una novità una vera innovazione? È questo, probabilmente, l’ambito di analisi più importante da esplorare. Ma è un ambito di analisi che contempla l’esigenza di prendere in considerazione l’elemento del “dopo”.

Alcune innovazioni non danno risultati immediatamente tangibili, ed i loro impatti si possono misurare solo a posteriori. Quanto è rilevante una innovazione tecnologica? Quanto, una data tecnologia, fornirà una spinta allo sviluppo di un settore? Quanto saranno rilevanti i vantaggi per l’azienda che la ha promossa?


..bhè… mi fermo qui (per il momento!)…


Se avete modo di leggere il libro, fatemi sapere cosa ne pensate!


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