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Posts Tagged ‘Innovazione’

…e poi non parlatemi di Innovazione nella Pubblica Amministrazione…

13 novembre 2006

A volte, nella mia vita professionale, capitano delle cose che riescono a lasciarmi ancora basito ed interdetto…


Sto lavorando per conto di un ente della Presidenza del Consiglio ad una rilevazione di dati da effettuare in pubbliche amministrazioni locali e centrali. Lo scopo della rilevazione è quello di definire il livello di penetrazione di alcune metodologie operative e, per effettuare la rilevazione, è stato usato un banale questionario on-line.


Dando uno sguardo ai primi risultati, ho notato che su un paio di centinaia di questionari compilati, ricorreva per circa un centinaio di volte (traduco: il 50% dei casi), nell’indirizzo e-mail al quale spedire la password per l’attivazione dell’acconto, l’e-mail del nostro operatore dell’help desk.


Risposta alla mia domanda di chiarimenti da parte del volenteroso operatore: “Nei casi in cui ho inserito la mia password sono stato io, su richiesta dell’ente X, a compilare il questionario, con il funzionario dell’ente al telefono, oppure a partire da una copia del questionario inviata per FAX o per e-Mail“.


In sostanza, i solerti funzionari non erano in grado (o non avevano voglia) di compilare un questionario on-line, ed hanno ripiegato sulla “compilazione telefonica” o sull’invio di un FAX.


Mi chiedo se il nostro “illuminato” Ministro, quando parla di Innovazione nella Pubblica Amministrazione, (con tutte le iniziali maiuscole) sappia a che realtà si riferisce…


.s.e.


PS: Per concludere in bellezza, leggete anche questo post


Considerazioni Sparse ,

Italia e Media: siamo pronti all’innovazione?

7 novembre 2006

Mario Tedeschini Lalli, nel suo blog Giornalismo D’altri, ci racconta come negli Stati Uniti molti quotidiani stiano letteralmente rivoluzionando le redazioni ed i processi operativi che esse sottendono. Parla – ed a ragione – di una vera e propria “rivoluzione”, che ha portato (ad esempio) un’azienda del calibro della Garnet (USAToday, tanto per fare un nome) ad operare in base ad un concetto di “audience aggregation” e di “information center”. In sostanza, nel modello organizzativo proposto da Craig Dubow (DG di Garnet) non esistono più le “redazioni di canale” (economia, sport, ecc…) dedicate a medium specifici, ma dei nuclei di elaborazione dell’informazione, che operano contestualmente per i diversi media (cartaceo, internet, pda, ecc…) in un’ottica completamente cross channel.


Un’ottima descrizione dei motivi che hanno spinto alla scelta di tale modello è riportata nel sito di PointerOnLine: “The Information Center works by focusing on gathering news and information in multiple media for rapid digital dissemination rather than solely building a newspaper every day. The key is redeploying our resources to gather, process and publish news and information on a multitude of platforms focused on community needs and involvement“.


Un’innovazione radicale non soltanto nel modo di realizzare un giornale, ma anche nel modo di concepirlo, rispetto al ruolo del lettore e di ciò che da esso il lettore può e deve pretendere. Un approccio che vede la realtà editoriale divenire un punto di riferimento che va al di là della dimensione “quotidiana” del giornale, ma che diviene uno strumento pensato per seguire ed assistere quello che non è più un semplice “lettore”, ma si trasforma in “utente” di un servizio di information delivery. Servizio concepito per seguire l’utente nel corso della sua giornata. Senz’altro la mattina in edicola, ma anche e soprattutto durante il giorno, utilizzando i diversi strumenti che contribuiscono a costituire quello che potremmo definire l’ecosistema mediale dell’utente.


Ma tutto ciò, che impatto potrebbe avere nel nostro paese?
Quello che ho qui definito “Ecosistema Mediale” dalle nostre parti preferiamo chiamarlo “dieta mediale”, e come spiega Massimo Mantellini su Punto Informatico, ce ne parla il sesto Rapporto Censis sulla comunicazione. Una dieta abbastanza povera di sostanza nutritiva. Infatti secondo il Censis, che esprime il concetto in maniera più edulcorata della mia, più che di dieta mediale in Italia dovremmo parlare di vera e propria anoressia mediale, viste le tristi condizioni dei lettori nostrani.


Al di là della infima attitudine alla lettura di giornali, infatti, l’Italia spicca agli ultimi posti anche in termini di varietà di strumenti attraverso i quali il lettore si “nutre” di informazioni. Tanto per dare una idea: in Italia coloro i quali usano un solo mezzo di informazione sono il 10% della popolazione, contro il 2% dell’Inghilterra ed il 4% della Germania.


In questo contesto, nel nostro paese viene difficile pensare all’attuabilità di un approccio come quello che stanno seguendo alcune tra le più importanti testate giornalistiche statunitensi o anglosassoni, come il New York Times o il Daily Telegraph. Ma viene anche difficile pensare ad un’Italia che – anche soltanto rispetto alle modalità di accesso e fuizione del sistema dei media – riesca a stare al passo con gli altri paesi industrializzati.


Mentre in altri contesti si discute delle opportunità offerte da nuovi modelli organizzativi dei sistemi editoriali e di come stia cambiando il sistema dei media, dalle nostre parti l’attenzione è concentrata sulle liti tra Sgarbi e la Mussolini.


L’innovazione non ha esattamente terreno fertile, in queste condizioni…


Considerazioni Sparse ,

Ancora sulle aziende e la scelta delle tecnologie…

4 novembre 2006

Eh si… il tema mi sta a cuore.


Quindi, dopo il post ispirato da Delle Fragili Cose (il quale è tornato tranquillamente a parlare di argomenti a lui cari, e per sua fortuna allegramente lontani dalle tecnologie), io sono ancora qui a rimuginare delle questioni che riguardano la scelta tecnologica… e penso ai “Grandi” dell’IT, ed a quello che hanno detto in passato…



Nicholas Negroponte, uno dei più noti Guru che il mondo dell’Information & Communication Technology conosca, ben oltre vent’anni fa ebbe a dire che nel 2000 avremmo tutti lavorato in uffici senza carta. Bill Gates circa quindici anni fa affermò con la sua consueta sicurezza (i maligni parlano di prosopopea…) che la rete internet non avrebbe avuto futuro.


E l’elenco potrebbe continuare.


Ma ora eccoci qui, a fine 2006, con uffici che traboccano carta da ogni angolo e con connessioni Internet mai abbastanza veloci, visto l’uso sempre maggiore che si fa della dell’ormai indispensabile rete delle reti. Tutti sbagliano, e tutti possono sbagliare, è vero. Ma quando a sbagliare sono i guru dell’I&CT qualche considerazione è d’obbligo:



  • Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. In linea di principio, in questo campo, mai fidarsi completamente degli esperti, dei guru, dei “visionari” o sedicenti tali, anche se accreditati da pomposi titoli accademici o se dotati di impressionanti cariche scritte in corsivo sotto il nome nel biglietto da visita.

  • Nell’Information & Communication Technology i processi di sviluppo non sono sempre e del tutto lineari. Gli “strateghi” dell’e-business non possono limitarsi a prevedere le evoluzioni del mercato ma devono anticiparne le sorprese. Ciò – inevitabilmente – porta a qualche anticipazione che definire inesatta potrebbe essere al più un eufemismo.

  • Parafrasando un noto poeta, l’e-business conosce ragioni che la ragione non conosce e – aggiungo io – le ragioni dell’e-business spesso sono molto meno tecnologiche di quanto non si possa pensare. L’e-Business – prima che di tecnologie – è fatto di persone. E ciò influisce in maniera determinante sul suo sviluppo.

E le aziende?
Le aziende, naturalmente, abbozzano. In molti casi non possono che fidarsi dell’esperto di turno che propugna lo sviluppo di una nuova applicazione che – assicura – rivoluzionerà letteralmente la propria attività, le modalità di lavoro del personale, la vita delle persone. Ed è pronto a difendere le sue teorie con complessi ed astrusi studi (sempre e solo citati, naturalmente). E le aziende investono in consulenze, modelli, applicazioni, tecnologie. Salvo poi rendersi conto – magari un po’ troppo tardi – che l’investimento si è rivelato una perdita secca. Di tempo, di soldi, di fiducia.
Le motivazioni sono numerose, ma è evidente come ciò avvenga in maniera direttamente proporzionale all’incidenza del fattore umano rispetto a quello tecnologico. In altre parole, i fallimenti che spesso le aziende vivono nell’implementazione di sistemi orientati all’e-business, soventemente non derivano tanto dall’inadeguatezza delle tecnologie, quanto piuttosto dalla resistenza delle persone, che tali tecnologie dovrebbero adottarle. Per cambiare un processo dal punto di vista tecnologico è sufficiente sostituire o implementare un software, dal punto di vista umano è necessario agire sulla testa delle persone, sui comportamenti, sulle abitudini.



Marzullescamente, verrebbe da dire che la domanda sorge spontanea: ma sono le tecnologie che devono supportare le aziende oppure è il contrario?


…bha…

Considerazioni Sparse

Cluster e Innovazione, sull’Innobarometer 2006

29 ottobre 2006

Ho da poco pubblicato un libro, con alcuni colleghi. Poco dopo aver chiuso per la stampa il nostro libro (neanche a dirlo), sul sito del Cordis (http://www.cordis.eu/) è stata rilasciata l’ultima edizione dell’Innobarometer, ossia lo strumento utilizzato dall’Unione Europea per misurare il livello di innovazione dei paesi che la compongono. L’attenzione, quest’anno ancora più degli anni scorsi, è sul concetto di cluster quale strumento di facilitazione ai processi di innovazione.
Cos’è un cluster? Utilizzo per semplicità la definizione data nel documento:


“Economists often talk about so-called clusters. Clusters are geographically close groups of interconnected companies, suppliers, service providers, and associated institutions in a particular field. In a cluster all these actors are linked in several ways. These include their similar situation (e.g. same working sector, common market, common problems to face) and their complementary functions (e.g. university labs can help private firms; several firms can develop new products together, or enter new markets together). Clusters are often working in a particular region, and sometimes in a single town.”


L’enfasi sul concetto di cluster (enfasi forse un po’ tardiva, da parte dell’Innobarometer, visto che è alla sua sesta edizione!) non fa che ribadire come l’innovazione, a differenza dell’invenzione, richieda un vero e proprio humus nell’ambito del quale svilupparsi e crescere. Non a caso, i paesi più competitivi sono proprio quelli che hanno meglio sviluppato processi di filiera assimilabili ai cluster descritti nell’Innobarometer.


E l’Italia? Basta conoscere (ahimè) la storica condizione dei nostri distretti industriali, per rendersi conto dell’ennesima occasione mancata. Nel nostro contesto – caratterizzato da una più che decennale tradizione orientata alla (teorica) valorizzazione del concetto di distretto industriale – i cluster richiamano concetti ancora decisamente distanti dalle logiche di business delle nostre aziende. O, meglio (anzi peggio), malgrado il fatto che il nostro Paese risulti uno di quelli nei quali la penetrazione di aziende operanti in un contesto cluster like sia più significativa, esso non risulta praticamente mai tra i paesi che da tale condizione traggono un vantaggio competitivo ai fini dei processi di innovazione.


Con questa pillola di ottimismo, promettendo (o minacciando) di tornare a parlare a breve di questi temi, vi lascio alla lettura dell’Innobarometer 2006, accessibile sul sito del cordis.


Un saluto a tutti!


.s.e.


Considerazioni Sparse ,