“L’un contro l’altro armato“, dice Alessandro Manzoni riferendosi ai due secoli a cavallo dei quali visse Napoleone Bonaparte.
E l’un contro l’altro armate continuano a sembrarmi le schiere degli apocalittici e degli integrati della comunicazione on-line. O almeno, questa è l’impressione che mi porto dietro da un po’ di tempo, e che si rafforza in me ogni volta che vedo affrontare il tema. Quando parte il discorso, è inevitabile che ci si divida in due
schieramenti: il vecchio (i giornalisti) ed il nuovo (i blogger).
Poco importa che ci si trovi in un consesso di blogger (come l’ultimo barcamp romano) o in territorio di giornalisti. Poco importa che in realtà penso siano pochissimi i blogger che vorrebbero davvero fare i giornalisti. Poco importa che in realtà penso (temo) siano pochissimi i giornalisti che sanno davvero cosa sia la blogosfera (salvo rare eccezioni, naturalmente). Poco importa se tutti in realtà sappiamo che non è così che vanno le cose.
La tendenza a semplificare oltre ogni misura ed affrontare il discorso nel modo più semplice, banale e (necessariamente) sbagliato prevale sempre. Meglio i blogger o i giornalisti? I giornalisti saranno sostituiti dai blogger? I giornali saranno sostituiti da una blogosfera vociante e confusionaria? Tutti – tutti – sappiamo che non è così, eppure ogni volta ricadiamo nello stesso errore. Errore tanto più grave in quanto ci distrae dal vero interrogativo, quello che sul serio è decisivo per il corretto sviluppo del sistema dell’informazione italiano: come evolve la professione del giornalista con lo sviluppo dei media sociali?
E’ a questa importante domanda che dovremmo rispondere. Senza perdere tempo ad interrogarci su chi sopravviverà in una battaglia che non esiste.
Mentre ci si interroga sul tema degli UGC, in una settimana dominata da conversazioni più o meno dal basso (ma continua a piacermi poco la dizione “dal basso“), la simpatica Barbara Chicca, di Uniroma Network, mi intervista su Bloglab e – in particolare – sul professional blogging. Posto qui le risposte all’intervista, per conoscere il vostro punto di vista in proposito…
Cos’è Bloglab?
Un laboratorio ideato dalla sinergia tra blogger, docenti universitari (anch’essi blogger per passione) ed aziende. Nasce lo scorso anno da un’idea mia e di Antonio Sofi, docente dell’Università di Firenze e – visto il successo dell’iniziativa – abbiamo pensato di replicarla quest’anno, con l’aggiunta delle Università di Torino, di Genova e di Urbino. Sostanzialmente è una “scuola di blogging”, nella quale i partecipanti sono chiamati ad aprire un blog con il supporto di esperti, e completano il loro percorso con uno stage in azienda.
Perchè una “scuola” di blog, quali competenze è necessario acquisire per gestire un blog in modo professionale?
Per “aprire” un blog non sono necessarie particolari competenze, l’operazione è semplicissima e bastano pochi minuti. Ma avere un blog personale ed usare il blog come strumento di comunicazione “professionale” sono due cose ben diverse. Che lo si usi nella comunicazione d’impresa (ad esempio nel corporate blogging) o che lo si adotti nel contesto di una attività editoriale (come nel caso del micro-publishing) il ricorso al blog richiede competenze e know-how specifici che vanno ben oltre quelli che servono per aprire uno spazio su myspace.
È necessario comprendere le relazioni che esistono tra la blogosfera ed il sistema dei media “tradizionali”, quali sono i linguaggi da adottare in quello che è un vero e proprio mondo, quali le metodologie per entrarvi in contatto. Spesso a tutto ciò le aziende ed i media “classici” non sono preparati. Non si tratta di “piegare” il blog a linguaggi e mondi per i quali non è nato, ma di comprendere come il blog, con il suo linguaggio, possa essere utilizzato in tali contesti. Per questo motivo io ed Antonio abbiamo pensato a bloglab.
In che modo un blog realizzato da un blogger professionista si differenzia da quelli privati?
Premesso che più che formare “blogger professionisti” il nostro obiettivo è quello di formare professionisti che sappiano usare il blog, le differenze sono varie. Il blog professionale ha un obiettivo, una linea editoriale, un progetto. Non è fatto principalmente per piacere a chi lo scrive ma per essere compreso da chi lo legge. I blog personali non devono preoccuparsi di tutto ciò, devono piacere prima di tutto a chi li scrive. Tutto il resto viene in un secondo momento.
Si può fare del blog un lavoro, soprattutto nel settore della comunicazione?
Ricollegandomi alla domanda precedente, conoscere la blogosfera e le sue regole è secondo me ormai un obbligo per chiunque lavori nel mondo della comunicazione. In tal senso sono già molti i professionisti che – lavorando in tale settore – hanno quotidianamente a che fare con i blog. È una competenza che nelle aziende manca, e che comincia ad essere richiesta. Detto questo, ci sono persone che hanno fatto del loro blog una fonte di reddito. Anche se in Italia sono ancora decisamente poche.
Quali sono i prossimi passi per bloglab?
La seconda edizione è appena iniziata, ma stiamo già pensando a “spin off” del laboratorio, nei quali sperimentare nuovi linguaggi e nuove modalità di lavoro, dedicandoci a progetti specifici che vedano coinvolte aziende ed istituzioni già dalla prima fase del laboratorio.
Posso sbagliarmi, ma non mi sembra di ricordare che per la presentazione del libro La Casta Rizzo e Stella abbiano goduto degli onori del TG2 delle 20.00, come invece è successo per il nuovo libro di Luigi Tivelli: Chi è Stato: gli uomini che fanno funzionare l’Italia (nb: il link è su IBS perchè su Anobii ancora non c’è…).
In sostanza il libro – con una intervista a Gianni Letta – racconta degli “Uomini di Stato“, quei grand commis che – a detta di Tivelli – avrebbero il merito di “far funzionare l’Italia“. Persone – afferma Tivelli – come Gaetano Gifuni, per molto tempo Segretario Generale della Presidenza della Repubblica.
Peccato che, secondo Rizzo e Stella, Gifuni sia proprio uno degli esempi migliori della Casta della quale parlano nel loro libro. Cumulatore di pensioni (quella di Segretario Generale del Colle e quella di Segretario Generale del Senato, per un totale – in Euro – a sei zeri) ed oppositore tra i più agguerriti della pubblicazione del Bilancio del Colle.
Insomma, Gifuni a parte, pare proprio che l’operazione mediatica sia quella di dividere la Casta, mettendo da una parte i politici, che ormai nell’immaginario collettivo sono il male, e dall’altra quegli alti funzionari dei quali nel libro di Tivelli si cerca di dare una immagine retta, proba e pulita, ma che – nella realtà dei fatti – sono tra i principali protagonisti degli scandali denunciati da Rizzo e Stella.
Inutile dire che la stampa, prona come sempre rispetto ai poteri costituiti, stia recensendo più che positivamente il libro di Tivelli.
technorati tags: Tivelli, Gifuni, La Casta, Rizzo, Stella, Chi è Stato
Scartabellando tra vecchie cose, oggi ho trovato questo mio articolo, pubblicato 10 anni fa (era il 1997) in un inserto dell’edizione italiana della rivista Technology Review. Il tema è quello dell’e-learning e dell’apprendimento in rete, il focus è sui social network.
Rileggengolo, l’ho trovato estremamente attuale …forse anche in maniera un po’ inquietante… che ne pensate?
In tema di Formazione a Distanza è immediato pensare a strumenti come il telefono o il servizio postale quali sistemi di contatto e comunicazione tra l’insegnante e lo studente. Le limitazioni fisiche dei mezzi utilizzati nella FAD hanno finito per rendere l’insegnante non solo “lontano” come localizzazione fisica, ma anche e soprattutto lontano nei pensieri dei discenti. Le nuove tecnologie, con specifico riferimento allo sviluppo delle reti di computer e di Internet in particolare, hanno il potere di rendere al processo di apprendimento quella dimensione sociale – altrimenti persa nella tradizionale FAD – data dalla partecipazione ad un gruppo di lavoro con il quale condividere l’esperienza di apprendimento vissuta nel momento della formazione.
Il passaggio dalla tradizionale Formazione a Distanza a quella definita On Line Education, infatti, vedrà trasformarsi sempre di più il computer da strumento accessorio per l’auto-apprendimento personale a mezzo di comunicazione collegato in rete che consente allo studente di dialogare con la “classe virtuale” composta da docenti, tutor, e soprattutto altri studenti. Creando con questi, oltre che una rete nel senso “tecnologico” del termine, una vera e propria rete di conoscenze condivise. L’avvento del concetto di Rete rappresenta probabilmente la prima vera novità nell’utilizzo delle tecnologie informatiche come sistema di supporto alla FAD dagli anni ’50 ad oggi. La Teaching Machine, nata nella seconda metà di questo secolo, non si discosta di molto dai più avanzati sistemi basati sul computer e sulle tecnologie multimediali dei giorni nostri.
L’ipertestualità – che concerne il modo in cui viene strutturata l’informazione – rappresenta una logica evoluzione della Macchina di Skinner; la multimedialità, in fondo, costituisce un “vestito” (siapure fondamentale) con il quale presentare l’informazione ipertestuale. Ad oggi l’inscindibilità di questi due termini è sancita dal sempre più frequente utilizzo del termine “ipermedia”, che li comprende entrambi. Ad ogni modo anche il più complesso dei sistemi ipermediali di formazione esistenti è basato su di una struttura chiusa nella quale i contenuti sono predefiniti, le domande e le relative risposte standardizzate e le azioni dell’utilizzatore già previste dall’autore del sistema.
L’interattività in sé – quindi – non rappresenta l’obbiettivo primario delle nuove tecnologie di rete applicate alla FAD; il vero arco di volta è costituito piuttosto dalla nascita di quella che viene definita CMC: Computer Mediated Communication. La CMC regala alla formazione a distanza il concetto di “collaborative learning”. Anche questo, si noti bene, non è un elemento nuovo nel panorama della formazione (Ahern fa risalire le prime esperienze di apprendimento collaborativo all’Accademia di Platone). La vera novità è costituita dalla possibilità reale di sfruttarlo nell’ambito di un sistema di rete distribuito. Grazie alla Computer Mediated Communication si aggiunge all’ipermedialità degli strumenti informatici tradizionali il concetto di collaborazione. Collaborazione tra gruppi di lavoro che comunicano per mezzo degli strumenti forniti dalla Rete; si parla, infatti, di “Collaborative Hypermedia”. Paradossalmente la rete elimina dalla Formazione a Distanza il concetto stesso di “distanza”.
Annullando le barriere fisiche consente la nascita di vere e proprie “classi virtuali” ove gli studenti possano affiancare al momento cognitivo individuale la possibilità di confrontarsi tra di loro e con l’insegnante, arricchendo la comprensione attraverso il confronto delle diverse prospettive e dei vari punti di vista dei singoli individui del gruppo. I diversi sistemi di comunicazione regalano alla FAD possibilità insperate. Gruppi di lavoro “virtuali”, forum in linea, gruppi di discussione, la possibilità di dialogare con il proprio docente e – soprattutto – di farlo assieme agli altri studenti, sono tutte caratteritiche della On Line Education.
Tuttavia la strada della On Line Education è stata appena aperta. Gli esperimenti sono numerosissimi, ma i risultati spesso alterni. È fondamentale, a questo punto, la creazione di un modello di istruzione on line valido ed affidabile: la ricerca per quello che viene definito “CHEF”, Collaborative Hypermedia Educational Framework, è aperta.
technorati tags: Social Network, On Line Education, FAD, Skinner, Technology Review, 1997
Ora che la faccenda di Robin Good si è conclusa per il meglio, posso dire la mia con serenità.
Che io, pur apprezzando il personaggio, non condivida il suo modo di fare alcune cose non è certo un mistero. Ma al di là di questo, ritengo che dei molti post scritti sull’argomento tra i più rappresentativi delle diverse interpretazioni del fatto vi siano quelli dei due Marchi (Cattaneo e Calzolari).
Cattaneo e Camisani mettono in evidenza due grandi problemi che nascono da quello che è successo a Master New Media e che – in sostanza – vanno ben al di là della specificità del caso di Robin Good.
Il problema che pone Marco Cattaneo è di Merito, quello di Marco Camisani Calzolari è di Metodo.
Nel merito, un business model come quello di Robin Good ha dei risvolti suicidi ora decisamente evidenti anche allo stesso Robin Good. Parlare con tanta foga di editoria indipendente per scoprirsi poi completamente dipendenti da Google non deve essere così entusiasmante. E il business model di Robin Good – come del resto quello di migliaia di altre piccole e medie iniziative editoriali e non – è strettamente connesso alle decisioni ed agli eventuali capricci di Google. Non mi sentieri tanto indipendente se vivessi con la gola in una ghigliottina che sta a Mountain View.
Nel metodo, in effetti è difficile non metterla, la testa, nella ghigliottina, vista la condizione di monopolio di fatto di Google, che rende assolutamente leciti alcuni dei dubbi che si pone e che ci pone Marco Camisani Calzolari.
Di fatto oggi Google è il gateway verso l’informazione. La visibilità o la scomparsa dal mondo digitale (e quindi da una buona metà del mondo, mi verrebbe da dire) dipendono da un solo attore. Un attore che ci invita a non essere malvagi (e di fatto a non fidarci degli altri malvagi), ma che per primo ha tutte le carte per esserlo. E che quando vuole sa esserlo (si pensi alla questione cinese, ad esempio).
Ne ho parlato in tono evidentemente satirico qualche tempo fa, ma ritengo che la questione sia decisamente seria. Google è un’azienda privata, è vero, ma non per questo deve necessariamente poter fare ciò che vuole. Oggi il mondo “digitale” ed il mondo “analogico” sono sempre più inestricabilmente connessi. I diritti degli “abitanti” della rete prima o poi dovranno diventare un tema di rilievo per chi si occupa di diritto, un diritto che oggi è ancora completamente analogico, in un mondo che analogico non lo è più da tempo.
Se è vero che l’informazione pubblica è un bene comune, come tale deve essere trattata. Nè il fatto di essere un attore privato, nel momento in cui il proprio operato nella sostanza impatta sulle azioni della collettività, può esimere tale attore dal dover affrontare il problema. Già avviene (o dovrebbe avvenire) nei diversi ambiti che vedono attori privati coinvolti nella gestione di risorse pubbliche. Dall’acqua al gas, dalle autostrade, alla dimensione fisica delle reti esistono norme e regole che gli attori coinvolti nella gestione dovrebbero essere tenuti a rispettare.
Non vedo perchè chi gestisce un bene pubblico come l’informazione (e gestire l’accesso all’informazione vuol dire nella sostanza gestire l’informazione) possa non doversene preoccupare.
technorati tags: Robin Good, Marco Camisani Calzolari, Marco, Cattaneo, Google, Diritto, Google, Don’t Be Evil, nanopublishing
…non so …è che ogni volta viene anche a me voglia di inveire, riflettere, montare e smontare ragionamenti …ma ho il sospetto che a volte sia il caso di stendere un velo pietoso di fronte alla grandezza dell’umana idiozia…
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