Il titolo del pezzo è di Alessandro Gilioli, il resto è mio. E’ il testo del mio ultimo contributo per la rubrica Non Solo Cyber dell’Espresso, per la quale ogni tanto ho il piacere di scrivere. Il tema di questa puntata non poteva che essere il Manifesto per l’Open Government. Buona lettura!
In Italia se ne parla ancora poco, negli Stati Uniti invece è considerata una delle priorità dall’amministrazione Obama: è il cosidddetto Open Government, cioè l’obbligo per ogni potere (statale o locale) ad agire secondo criteri di trasparenza, partecipazione e collaborazione con i cittadini da attuare attraverso Internet.
Open Gov – “governo aperto”, appunto – vuol dire infatti garantire la partecipazione di tutti a tutte le scelte che riguardano la vita pubblica, grazie alla Rete e attraverso la condivisione dei dati e delle informazioni.
Agli Stati Uniti d’America si sono accodati di recente altri Paesi come il Canada, l’Australia, la Gran Bretagna e la Finlandia.
In Italia, appunto, siamo solo agli inizi: paghiamo lo scotto di una burocrazia statale storicamente poco incline ai cambiamenti e di una politica che teme la disintermediazione nei rapporti con i cittadini.
Ma anche da noi si comincia a fare qualcosa. Per favorire questo percorso un gruppo di docenti e di esperti della Rete ha appena lanciato l’idea di realizzare il Manifesto italiano per l’OpenGov.
L’obiettivo è suggerire alla Pubblica Amministrazione la strada da imboccare per diventare più trasparente e – in ultima analisi – più efficiente. Ma si tratta anche di un cambio culturale, che rovescia la visione novecentesca dello Stato, ponendo al centro il cittadino e non le procedure burocratiche.
La stesura del Manifesto è collaborativa: tutti possono fornire il loro contributo semplicemente collegandosi all’indirizzo www.datagov.it
Mi faccio vivo, in attesa di parlare del recente incontro veneziano, per pubblicare l’ultimo contributo alla rubrica Non Solo Cyber, dell’Espresso.
Una breve riflessione su una prospettiva di cambiamento introdotta da iPad e simili. Voi che ne pensate?
Chiunque lo abbia avuto per le mani, non ha dubbi sul fatto che l’iPad stia segnando nuovi paradigmi nell’interazione uomo-macchina. La tavoletta interattiva di Steve Jobs, una sorta di iPhone con gli steroidi, stabilisce nuovi criteri, segna nuove modalità e delinea nuovi contesti d’uso per uno strumento che già molti hanno provato a lanciare. Apple, ancora una volta, è stata la prima ad avere successo. E come tale sta delineando e definendo il mercato.
Un mercato che – malgrado le reazioni entusiastiche dei fan della mela – lascia intravedere delle nuvole sul futuro della Rete per come la conosciamo oggi.
Un po’ come l’America On Line degli anni novanta, iPad – con il suo store e le migliaia di applicazioni – si interpone tra l’utente e la rete. L’intento è quello di rendere l’esperienza dell’utente più semplice. Il risultato è quello di creare un ecosistema estremamente chiuso tanto a monte (l’hardware) quanto a valle (il software e le applicazioni). Un ecosistema nel quale – alla faccia del Web Sociale – è Apple a dettare le regole, a costruire il contesto, a definire i costi. Un ecosistema nel quale ai produttori di contenuto conviene stare, in considerazione del fatto che le “Apps” sono a pagamento. E quindi conferiscono un modello di business sostenibile a quanti fino ad oggi vedevano nella Rete l’inferno del “tutto (e solo) gratis”. Ma quello che per gli operatori è un inferno per gli utenti è stato sino ad ora un paradiso: quello della rete dai contenuti liberi e gratuiti.
Apple – ed altri assieme a lei, come Amazon con il suo Kindle – stanno tracciando una strada che ridisegnerà gli scenari dell’accesso all’informazione on-line.
Continua la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber dell”Espresso. Questa volta ho pubblicato una breve riflessione sul tema della Net Neutrality, sulla quale – come di consueto – mi piacerebbe un vostro parere…
Net Neutrality, ossia il principio secondo il quale una rete come Internet non dovrebbe poter discriminare il traffico che veicola in funzione di ciò che è contenuto nei dati trasferiti.
Come dire che in rete tutti i dati sono uguali. Ma, un po’ come nella Fattoria degli animali di orwelliana memoria, nella realtà esiste la possibilità che qualche dato sia “più uguale degli altri”. In altri termini, è possibile che i gestori di una rete privilegino alcuni dati rispetto ad altri, in base ad elementi come la tipologia o il destinatario. È contro questa possibilità che si scagliano in molti, ritenendo che essa rappresenti un rischio per Internet, preconizzando – qualora il principio della net neutrality venisse meno – una sorta di internet a due velocità: da una parte l’autostrada dei dati a pagamento, e dall’altra una sconnessa carraia nella quale finirebbe tutto il resto.
Rischio effettivo o esagerazione ideologica? Di solito la realtà è nel mezzo, ma è difficile dirlo. Ciò che è certo è che su questo punto si è combattuta una parte importante della campagna elettorale di Barack Obama, che – mantenendo le promesse elettorali – lo scorso settembre ha fatto si che l’FCC rilasciasse le linee guida per garantire il principio di neutralità nelle reti di telecomunicazione.
In un’epoca dominata da codici Hadopi ed altre mostruosità giuridiche che tentano di gestire in modo vecchio il fenomeno sostanzialmente nuovo che è la rete, questa notizia appare come una boccata d’aria fresca in una giornata torrida.
Eppure dietro l’accettazione di una net neutrality “ideologica”, che toglie alle società di telecomunicazione qualsiasi possibilità di distinguere (ancor prima che discriminare) i dati veicolati dai cavi che gestiscono, si nasconde un rischio. Il rischio è che il peso del diritto alla Net Neutrality cada tutto sulle spalle dei cittadini. Non poter distinguere il traffico, infatti, potrebbe voler dire dover garantire a tutti gli utenti una rete in grado di veicolare servizi che soltanto alcuni sono disposti a pagare. Eh si, perché non discriminare vuol dire anche dover mettere tutti, ma proprio tutti, nelle condizioni di poter ricevere ciò che solo alcuni vorranno ricevere. E questo comporta una aumento generalizzato dei costi di connessione.
Se quando l’AT&T parla di una decuplicazione delle tariffe probabilmente tenta di fare un po’ di terrorismo, è comunque inevitabile pensare ad aumenti generalizzati con percentuali a due zeri. C’è da dire che ciò avvicinerebbe i costi della connettività statunitense a quelli affrontati in Europa per un servizio decisamente peggiore. Ma c’è anche da dire che difficilmente la cosa sarà accolta calorosamente dagli utenti statunitensi.
Molto dipenderà da quale sarà il valore che i cittadini americani attribuiranno ad un principio la cui applicazione avrà una ricaduta diretta – molto poco ideologica e molto più prosaica – sul loro portafogli.
Su L’Espresso della scorsa settimana, nella rubrica Non Solo Cyber, ho parlato di SideWiki. Come di consueto, pubblico l’articolo qui di seguito, per le vostre considerazioni. Buona lettura!
Una lavagna affissa di fianco all’ingresso principale di un’azienda. Una lavagna ove chiunque sia dotato del giusto gessetto può scrivere, ma dalla quale soltanto il suo padrone può cancellare ciò che viene scritto. E il padrone di questa lavagna è anche il titolare di una rete di lavagne che possono essere affisse potenzialmente affianco all’ingresso di qualsiasi azienda, università, organizzazione, casa privata. E delle quali tutti gli utenti della rete possono leggere i contenuti, indossando gli occhiali giusti.
Questo è – in sintesi – SideWiki, uno degli ultimi nati di casa Google. Fuor di metafora un sistema che consente, con la semplice installazione di un programma gratuito, di scrivere e leggere ciò che scrivono gli altri utenti in un’area di testo che viene visualizzata nello schermo del browser di fianco ad una qualsiasi pagina web.
Di per sé l’idea non è del tutto nuova – altre aziende in passato avevano sviluppato applicazioni simili. Ma non è la prima volta che BigG recepisce una buona idea facendola sua. Ciò che lascia ritenere che SideWiki sia destinato ad avere una grande diffusione sul Web è il fatto che per utilizzarlo sia sufficiente aggiornare la ToolBar di Google, presente già nei browser di milioni di utenti.
Difficile immaginare il reale impatto di uno strumento simile. Clienti insoddisfatti che parlano dei prodotti di un’azienda proprio sull’home page dell’azienda stessa, lettori dei giornali che commentano gli articoli senza alcun controllo possibile da parte degli editori, studenti infuriati che descrivono le loro disavventure sul sito internet dell’università, o direttamente sulle pagine del blog del docente di turno. Ma anche realtà che sfruttano quello che rischia di diventare un canale per una nuova forma di spam, con aziende che promuovono i loro prodotti direttamente dalle pagine dei siti della concorrenza. O cittadini che esprimono le proprie opinioni direttamente sui siti della pubblica amministrazione o dei personaggi politici senza che questi possano effettuare alcun tipo di censura (altro che faccine…). E solo Google in grado di agire su questa immensa mole di contenuti. Ancora più difficile prevedere come si comporteranno le aziende e le organizzazioni pubbliche e private, quanto impiegheranno a rendersi conto di quello che sta succedendo, il numero di cause legali che questo sistema genererà.
SikeWiki aggiunge uno “strato” interattivo al web indipendente dalla volontà dei titolari di un sito internet. Una grande possibilità per gli utenti, ma anche un nuovo livello di responsabilità per gli attori coinvolti.
Nel numero della scorsa settimana de L’Espresso è iniziata la mia collaborazione con la rubrica Non Solo Cyber. Naturalmente, un grazie va ad Alessandro per avermi chiesto di affiancare altri amici che già vi scrivono. Come di consueto, riporto di seguito il pezzo pubblicato, per le vostre considerazioni.
Quando si parla di digital divide il pensiero corre subito al tema delle infrastrutture che mancano, della banda larga che non c’è e che quando c’è è sempre troppo stretta, della nostra congenita incapacità di usare il computer ed internet. Ci si consola pensando che con le nuove generazioni il problema sarà superato. Magari la banda sarà sempre poca, ma i ragazzi oggi considerano normale conoscersi su internet, usano Facebook come se fosse il muretto sotto casa, hanno il dito perennemente in azione sui tasti del cellulare. Problema risolto. Questione archiviata.
C’è però un rischio che si nasconde dietro la convinzione che i giovani – i cosiddetti nativi digitali – siano “naturalmente” affini alle nuove tecnologie. Il rischio di non rendersi conto di come essi siano spesso vittime di un’altra – più sottile – forma di digital divide. Un digital divide culturale, che crea un divario tra chi usa gli strumenti e chi sa anche cosa sta facendo, tra chi usa Facebook e chi sa che Facebook è un social network. Per capirci meglio: una differenza simile a quella che c’è tra chi sa usare la macchina da scrivere e chi sa scrivere un buon testo.
Sostenere che i ragazzi che hanno affrontato l’esame di maturità conoscano i social network meglio dei loro insegnanti – indipendentemente dalla veridicità dell’affermazione – nasconde una inconsapevole delega di responsabilità nei confronti del problema del digital divide culturale. Tutto sta a capire se vogliamo una generazione di scrittori o di scrivani digitali.