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Posts Tagged ‘Ricerche’

Attenzione a non dare i numeri…

20 aprile 2008

Via Mauro arrivo a questo interessante studio di Universal McCann. Secondo lo studio – arrivato alla sua terza edizione – in italia ci sarebbero oltre otto milioni di lettori di blog e più di tre milioni di blogger.

Al di là della sbrigativa descrizione della metodologia che pur viene fatta all’inizio del rapporto, mi piacerebbe molto capire come è stato selezionato il campione, e quanto esso sia realmente rappresentativo (e – soprattutto – rappresentativo di cosa).

Universal McCann fa gentilmente sapere che il sondaggio è stato erogato on-line ad un pubblico di utenti della rete, ma trascura di far notare come ciò faccia si che il campione estratto dalle pur numerose interviste (17.000 a livello mondiale) sia un campione non probabilistico, generalmente considerato poco valido.

Come dire – tirando il concetto all’estremo – che hanno chiesto agli utenti internet italiani se sono utenti internet, e poi hanno concluso che tutti gli italiani sono utenti internet.

Tanto per dare un’idea: tre milioni e mezzo di individui equivalgono al 6% della popolazione complessiva includendo under 6 (che non sanno scrivere e sono quasi quattro milioni) ed over 70 (che di rado scrivono su un blog, e sono oltre otto milioni).

Confondere il numero di blog esistenti (perchè – ad esempio – tra blogcattedra, bloglab ed altre appendici solo io ne ho cinque o sei) con il numero di blogger non mi sembra una grande idea. Confondere il numero di blog attivi con il numero di blog aperti nemmeno. Confondere gli utenti internet con un campione probabilistico, idem.

Ho il sospetto che alla Universal McCann queste cose le sappiano bene, ma a volte i dati eclatanti fanno bene al business…

bho…

Update: mi sa che Massimo è d’accordo con me…

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Il viagra ucciderà l’e-mail?

12 gennaio 2007

spam.jpgUltimamente si fa un gran parlare di Web 2.0, 3.0, 4.0 e chi più ne ha più ne metta. Eppure oggi, come (un po’ troppo spesso) mi succede ultimamente, non sono riuscito ad inviare una banalissima e-mail.
L’SMTP dal quale spedivo la posta è finito in spam list. Risolto il problema cambiando il server SMTP, ne ho incontrato un altro: il server della posta in arrivo ha pensato bene di rimuovere l’allegato in formato ZIP in quanto potenzialmente pericoloso (malfidato!). Morale della favola, ho messo il file su un sito FTP. Peccato che il destinatario avesse la porta 21 bloccata dal Firewall aziendale. Mi è toccato spostarlo su un server Web. Ed alla fine sono riuscito nella titanica impresa.


Forse, a pensarci bene, con la motocicletta avrei fatto prima.


Le ricerche ci dicono che quasi il 90% delle mail sono spam. E d’altro canto basta guardare nella posta in arrivo per rendersi conto che dicono il vero. Oltre sessanta miliardi di messaggi al giorno sono spazzatura. E se questo da una parte vuol dire affari d’oro per le società che producono software antispam (Cisco ha acquisito IronPort per la modica cifra di 830 milioni di dollari) dall’altra vuol dire grandi perdite di tempo per gli utenti: tre minuti al giorno passati a cancellare la posta indesiderata equivalgono a diciotto ore l’anno trascorse ininterrottamente sul tasto CANC per eliminare viagra, cialis e promesse di “guadagno facili con pochi tempo”.


Ma forse questo è il male minore. Le aziende infatti si difendono. E lo fanno con filtri antispam, sistemi euristici di riconoscimento delle mail non richieste, liste di proscrizione di più o meno incolpevoli server SMTP. E magari, per combattere pure i potenziali pirati (non si sa mai) schierano batterie di arrabiatissimi firewall. Il risultato è che nella migliore delle ipotesi il messaggio inviato torna indietro come non recapitato, ma nel peggiore (e non infrequente) dei casi, non viene recapitato ed al mittente non è comunicato alcunchè.


Morale della favola: oggi per avere la certezza che l’e-mail sia stata recapitata, ci tocca telefonare al destinatario. Evviva.


E poi parliamo di web 6.0…

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L’altra faccia della Long Tail

24 dicembre 2006

tail.jpgVagando nella blogosfera, mi sono imbattuto in un interessante post di Nick Garr nel quale si parla, neanche a dirlo, della lunga e talvolta scodinzolante coda che tanto ci appassiona.


L’argomento è quello della concentrazione degli utenti sui siti Internet. Nel Novembre 2006 i primi dieci siti della Rete avrebbero raccolto il 40% delle page view complessive, contro il 31% del Novembre 2001.


Alla faccia della Long Tail! Ma, andando a spulciare meglio i dati, si nota come il 17% del traffico totale sia generato da due siti come MySpace e FaceBook. Ora, questi due siti sono composti da centinaia di migliaia di profili di singoli utenti. Considerando quindi ogni profilo come un singolo sito autoconsistente, la teoria della coda lunga sarebbe rispettata.


Ma (perchè c’è sempre un ma!) a questo punto la considerazione successiva viene naturale: la concentrazione del traffico internet, se pure non riguarda i contenuti – effettivamente prodotti da centinaia di migliaia di utenti “longtaileggianti” – riguarda il valore economico dei contenuti. In altri termini ciò significa che una delle caratteristiche del Web 2.0 consiste effettivamente nella distribuzione dello sviluppo dei contenuti veicolati on-line nelle mani delle masse, ma anche nella concentrazione del valore economico prodotto da tali contenuti nelle mani di pochi.


Elemento di riflessione: la Long Tail a chi fa bene? A tutti, verrebbe da dire, ma forse a qualcuno fa più bene che ad altri…


e naturalmente …Buon Natale!


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Cluster e Innovazione, sull’Innobarometer 2006

29 ottobre 2006

Ho da poco pubblicato un libro, con alcuni colleghi. Poco dopo aver chiuso per la stampa il nostro libro (neanche a dirlo), sul sito del Cordis (http://www.cordis.eu/) è stata rilasciata l’ultima edizione dell’Innobarometer, ossia lo strumento utilizzato dall’Unione Europea per misurare il livello di innovazione dei paesi che la compongono. L’attenzione, quest’anno ancora più degli anni scorsi, è sul concetto di cluster quale strumento di facilitazione ai processi di innovazione.
Cos’è un cluster? Utilizzo per semplicità la definizione data nel documento:


“Economists often talk about so-called clusters. Clusters are geographically close groups of interconnected companies, suppliers, service providers, and associated institutions in a particular field. In a cluster all these actors are linked in several ways. These include their similar situation (e.g. same working sector, common market, common problems to face) and their complementary functions (e.g. university labs can help private firms; several firms can develop new products together, or enter new markets together). Clusters are often working in a particular region, and sometimes in a single town.”


L’enfasi sul concetto di cluster (enfasi forse un po’ tardiva, da parte dell’Innobarometer, visto che è alla sua sesta edizione!) non fa che ribadire come l’innovazione, a differenza dell’invenzione, richieda un vero e proprio humus nell’ambito del quale svilupparsi e crescere. Non a caso, i paesi più competitivi sono proprio quelli che hanno meglio sviluppato processi di filiera assimilabili ai cluster descritti nell’Innobarometer.


E l’Italia? Basta conoscere (ahimè) la storica condizione dei nostri distretti industriali, per rendersi conto dell’ennesima occasione mancata. Nel nostro contesto – caratterizzato da una più che decennale tradizione orientata alla (teorica) valorizzazione del concetto di distretto industriale – i cluster richiamano concetti ancora decisamente distanti dalle logiche di business delle nostre aziende. O, meglio (anzi peggio), malgrado il fatto che il nostro Paese risulti uno di quelli nei quali la penetrazione di aziende operanti in un contesto cluster like sia più significativa, esso non risulta praticamente mai tra i paesi che da tale condizione traggono un vantaggio competitivo ai fini dei processi di innovazione.


Con questa pillola di ottimismo, promettendo (o minacciando) di tornare a parlare a breve di questi temi, vi lascio alla lettura dell’Innobarometer 2006, accessibile sul sito del cordis.


Un saluto a tutti!


.s.e.


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