Ignoranza, presunzione, concorso di colpa

Ignoranza, presunzione, concorso di colpa

A volte succedono cose che mi lasciano basito, perplesso e pure un po’ triste. Oggi giornata d’esami (di sabato, ahimè!). Tocca ad una ragazza (mai vista: non frequentante). Sguardo sveglio, forse un po’ intimorita, ma tutto sommato relativamente tranquilla.

L’esame procede… Si parla prima di comunità virtuali, quindi di altri argomenti, sino a che non mi viene in mente la fatidica domanda “Mi parli un po’ del Web 2.0“: sguardo vitreo, sorriso imbarazzato. “Bhè, in realtà questo argomento non lo conosco proprio“. Sono un po’ perplesso, ma meglio non insistere, passiamo ad altro. E l’altro prosegue su toni alterni, sino ad arrivare al momento del voto.

Pensavo ad un ventidue, sperando che lo rifiutasse per rivederla e chiederle di prepararsi qualcosa sul Web2.0, perchè sono convinto che un esame che si chiama “Comunicazione Interattiva” non possa essere superato senza nemmeno sapere cosa sia (anche solo per sentito dire) il Web 2.0. Ma prima che riesca a dirle il voto la ragazza, per giustificarsi delle sue lacune, mi fa questo discorso: “Sa, è che ho trovato lavoro, e da allora le mie priorità sono cambiate. Non mi interessano tanto le definizioni e le cose accademiche, sono focalizzata su quelle competenze che mi possono aiutare nel mio lavoro“. Un po’ perplesso chiedo: “e che lavoro fa?”. Risposta: “Lavoro in un centro media(…bhè, in effetti cosa c’entrano il Web 2.0, i blog, google, i social network e tutto ciò che ne consegue con il lavoro di un centro media???).

Ora io mi chiedo, può un giovane professionista (o aspirante presunto tale) non rendersi conto che un fenomeno del quale afferma candidamente non soltanto di non sapere nulla, ma anche di non volerne sapere, è in effetti qualcosa che sta mutando radicalmente quello che dovrebbe essere il suo lavoro?

Ma d’altro canto mi rendo conto che la colpa non è soltanto della mia ingenua studentessa, ma anche nostra. E per nostra intendo dell’Università: di un’Università – quella italiana – che ormai viene vissuta come avulsa dal mondo reale al punto che anche quando i corsi sono tutt’altro che lontani dal mondo del lavoro vengono percepiti come distanti da esso.

E quindi, da una parte c’è una studentessa (ma non è certo l’unica che ho visto negli anni) che è talmente lontana dalla consapevolezza di ciò che dovrebbe fare nel suo lavoro al punto da non immaginare nemmeno cosa dovrebbe sapere. Dall’altra c’è l’Università (cioè noi), colpevole di non averglielo fatto capire.

E tutto questo ci riporta – evidentemente – a due problemi più generali.

  • Da una parte l’incapacità di una parte dei nostri giovani di leggere il mondo nel quale dovrebbero muoversi e lavorare. Del mondo nel quale dovrebbero diventare professionisti, ed al più – ragionando come la mia incauta studentessa – riusciranno al massimo a diventare praticanti (o praticoni).
  • Dall’altra, la concezione del ruolo dell’Università, che viene vissuta troppo spesso come “accademia” anche quando non lo merita. E del termine stesso “accademia”, al quale viene conferita orma esclusivamente un’accezione negativa. “Accademico” è divenuto sinonimo di “lontano“, di “astratto“, di “avulso dal reale“. Di inutile insomma. Tutto ciò è in parte senz’altro vero, ma generalizzare vuol dire cancellare il lavoro di centinaia di persone che si adoperano perchè l’Accademia (con la A maiuscola) possa essere ben altro. Tempo fa, in un convegno al quale mi aveva (incautamente) invitato Veronica (la quale da allora mi ha tolto il saluto 🙁 ), si era sfiorato un importante discorso, quello del ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea. E’ un discorso che – prima o poi – mi piacerebbe riprendere…

ah già, alla studentessa non ho proposto il 22, le ho direttamente chiesto di ripresentarsi

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41 Comments
  • aghost
    Rispondi
    Posted at 6:01, 30 settembre 2007

    temo che la colpa sia più della scuola che della ragazza. La nostra scuola non va, non funziona. “Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola” diceva il grande Leo Longanesi :), io ho sotto gli occhi la mia tremenda esperienza scolastica, in gran parte inutile.

    La nostra scuola a volte si salva per merito di bravi professori ma ormai sono mosche bianche. Gli insegnanti sono la colonna portante della scuola: la qualità media mi pare bassa, forse perché sono diventati precari pure loro.

    Non puoi mettere un mestierante a dirigere un’azienda, allo stesso modo non puoi mettere un professore che non sa insegnare. Chi controlla la qualità degli insegnanti? Non basta conoscere la propria materia, insegnare è un altro mestiere, ed è difficilissimo. Non si puo mettere il primo che capita o quasi.

    Una volta ho aiutato un’amica laureanda in lettere e filosofia: non sapeva neppure scrivere in italiano!!!

    E questa qui magari sarà una futura insegnante! Poi ci meravigliamo che gli studenti sono fiacchi, spaesati, senza interessi o passioni? Mi meraviglierei del contrario…

  • catepol
    Rispondi
    Posted at 6:32, 30 settembre 2007

    non è per essere cattivi…ma hai fatto bene a rimandarla indietro,soprattutto se il suo lavoro ha a che fare con queste cose che oramai DEVE sapere…
    sapessi quanta gente c’è in giro che non ha idea di quello che dovrebbe sapere per fare il lavoro che fa…

    nella scuola tanti, tantissimi
    ma anche i altri posti
    purtroppo

    e poi comunque non ha fatto una parte di programma no? Se il web 2.0 è un argomento da studiare…comunque era tenuta
    lavoro o non lavoro

    anche se il lavoro era servire birra in un pub…

    non è una scusa
    l’esame lo devi preparare, quando decidi di presentarti davanti al prof…

    buona domenica ste

  • Mauro Lupi
    Rispondi
    Posted at 7:58, 30 settembre 2007

    Oltre a Università e singoli studenti, vorrei mettere in mezzo le aziende, sia intese come organizzazioni in senso lato, sia come operatori del settore, nel caso specifico quelli che operano nell’ambito della comunicaizone e della pubblicità.

    Occorre prendere atto che l’Università fornisce attualmente certe competenze e non altre. Siccome le prime ad aver bisogno di “cervelli attivi” sono proprio le imprese, mi chiedo se davvero stanno facendo quello che possono per contribure a sviluppare competenze e stimoli. Parlo quindi sia di collaborazione “vera” con le Università, sia di formazione e incentivazione dentro alle aziende.

    In Italia siamo in un momento bruttissimo: la rincorsa alla strada più veloce e furba è la preminente, così come gli esempi da seguire sono superficiali e inconsistenti. Occorre spezzettare le responsabilità perché altrimenti si finisce sempre a parlare di “società” e non dei singoli attori. Altrimenti si alimentano solo le speranze di risolvere tutto con un “vaffa” e non col rimboccarsi le maniche e fare ciascuno la sua parte.

  • gigicogo
    Rispondi
    Posted at 10:18, 30 settembre 2007

    Ma, l’avevo letto stamane, ora mi chiami da Twitter a rileggerlo e commentare 🙂

    Che ti devo dire, da un lato hai fatto benissimo, la conoscenza di queste tematiche, ormai non più nuove, è un obbligo.

    Dall’altra, calcola che negli uffici, nelle case, nelle scuole…..non ci son mica tanti “abitanti” della rete come noi!

    Purtroppo è un problema italiano. Siamo utenti, non abitanti.

    Ciao

  • .mau.
    Rispondi
    Posted at 11:07, 30 settembre 2007

    Beh, il Web 2.0 è un’invenzione dei marchettari per cercare di rivendere le cose che c’erano già da anni ma nessuno si filava.
    Ecco, diciamo che a un esame al limite potrei accettare l’affermazione “il Web 2.0 è il classico web preso però dal punto di vista dell’interazione, invece che come modello client-server”; il significato semantico è lo stesso, ma il professore magari è più felice 😛

  • Daniele Simonin
    Rispondi
    Posted at 12:27, 30 settembre 2007

    Giusto tra pochi giorni discuterò la tesi sul Web 2.0 😉
    Ad ogni modo io apprezzerei la sincerità della studentessa anche se non è stata molto furba (non so che corso fai, ma ad ogni modo penso chiedi cose che vengono spiegate a lezione).
    L’università non è al passo coi tempi ma penso che se lo studente vuole può riuscire a sfruttare al meglio “l’accademia”.
    Nella mia università escono persone che non sanno nemmeno programmare, e ne escono altre che sono dei geni…e considerare che i professori sono gli stessi.
    E’ vero anche che a volte si è portati a pensare in grande…e poi tutto ciò si trasforma in pura delusione quando veniamo catapultati in una realtà locale lavorativa (dove il cliente vuole giusto quelle 3-4 cosette messe in croce).

    La prox volta chiederei alla studentessa “Mi parli un po’ del
    Web 3.0” 😉

  • marcobardus
    Rispondi
    Posted at 12:57, 30 settembre 2007

    oh mio dio! incredibile che ci siano ancora persone che fanno dell’ignoranza una virtù…

    questi discorsi li ho ahimé sentiti parecchie volte quando ho tentanto (invano) di spiegare l’importanza della rete e dei fenomeni sociali su internet e il concetto di web2.0…

    per molti studenti di relazioni pubbliche (e quindi gente che di comunicazione dovrebbe e dico dovrebbe intendersi) sono discorsi astrusi, fuori dal mondo, “cose da smanettoni”…

    vediamo cosa accadrà tra qualche anno, quando l’abisso tra gli intellettuali (sul web e non solo) e gli ignoranti incoscienti (ma proud-to-be-ignorant) sarà incolmabile.

    Marco

  • Luca Sartoni
    Rispondi
    Posted at 14:13, 30 settembre 2007

    Secondo me finchè non ci si svincola dal concetto che l’università deve essere utile nello spicciolo non si capirà che l’università è utile nelle cose grandi.

    L’utilitarismo che le aziende chiedono all’università è la causa del luogo comune per cui l’università lasci impreparati.

    In realtà ognuno è impreparato quando spera che sia l’università a prepararlo e passa il tempo a racimolare crediti formativi invece di cercare conoscenza.

    (ma dove ho messo la calcolatrice per risolvere questo maledetto antispam matematico?)

  • Stefania
    Rispondi
    Posted at 14:52, 30 settembre 2007

    Condivido perfettamente le tue perplessità e ritengo necessario un momento di riflessione da parte del mondo accademico. L’Università dovrebbe avvicinarsi al mondo reale mantenendo l’approccio accademico nell’analisi dei diversi fenomeni. IMHO 😉

  • massimo mantellini
    Rispondi
    Posted at 15:52, 30 settembre 2007

    Il web 2.0 non esiste, quindi la risposta era corretta. 😉

  • Andrea Perotti
    Rispondi
    Posted at 15:56, 30 settembre 2007

    Stefano questo mi sembra essere l’eterno problema, che ho incontrato e su cui si discuteva 15-20 anni fa d’anni fa quando ero io studente universitario.
    Da un lato lo studente che ragiona e si comporta come la ragazza che tu descrivi c’è sempre stato e probabilmente continuerà ad esserci, anche con una revisione del ruolo dell’Università. D’altronde anche se l’Università viene vista per certi versi come “distante” e “astratta”, ciò non toglie che non tutti se ne escano agli esami con figure simili a quella che descrivi tu, anzi!
    Dall’altro lato c’è la situazione Universitaria che andrebbe sicuramente rivista; ma questo lo si diceva già 20 anni fa! A Geologia, a Milano, ricordo che tutti speravano nel passaggio vecchio ordinamento / nuovo ordinamento; ma invece di portare reali e tangibili vantaggi il cambiamento è significato solo un frazionamento di esami e dipartimenti, un gioco di cattedre ma nulla è cambiato, anzi forse è peggiorato!
    E questo 20 anni fa… vedo dalle tue riflessioni che alla fine nulla è cambiato…

  • Enzo Santagata
    Rispondi
    Posted at 16:56, 30 settembre 2007

    Stefano, riporto la mia esperienza, alla vigilia della laurea che avverrà spero tra poco più di un mesetto, proprio nella stessa facoltà dove insegni.

    Negli anni di università non ho mai trovato niente, nei manuali, nelle dispense, a lezione, che disti meno di 15 anni dal presente. Di ogni teoria, di ogni modello, ci “avete” sempre fatto studiare quelli del passato, considerando come “presente” tutte le ricerche degli anni ’60-’70.

    E’ normale che con il passare del tempo avviene una frattura tra noi studenti e voi università. Una frattura che ci porta automaticamente a considerare tutte le nozioni apprese come assolutamente non spendibili nel mercato del lavoro (e qui lasciamo perdere il mondo delle imprese di comunicazione, che amano predicare e razzolare in due modi antitetici).

    La sfiducia di noi giovani nei confronti dell’università è alimentato in gran parte dal distacco che c’è tra le aziende e l’università stessa. Le aziende ci vorrebbero già pronti e formati, senza investire un centesimo (infatti non lo fanno), l’università dice di darci la base per solleticare i nostri interessi e stimolarci a saperne di più. A quel punto nelle nostre menti si forma il pensiero che “l’Università non ti insegna niente”, portandoci fino al caso che hai citato.

    Nel caso specifico credo tu abbia fatto bene ad invitare la mia collega a ripresentarsi, ma solo perchè non è ammissibile che si trascuri una parte del programma (spesso l’ho fatta franca, lo ammetto).

    Un caro saluto

  • Summer
    Rispondi
    Posted at 19:29, 30 settembre 2007

    Tutte scuse,
    è ora di finirla di dare la colpa a tutto fuori che se stessi,
    certo serve una scuola migliore,
    ma questo non giustifica la totale mancanza di interesse, passione e curiosità verso il mondo…verso la professione che si vorrebbe fare

    La ragazza è fortunata sicuramente non le è stato dato
    il lavoro per meriti o conoscenze.

    Bravo prof. ad averla rimandata indietro,
    almeno qualcosa dovrà
    leggersi, anche se la voglia d’imparare non te la può inculcare nessuno.

    Speriamo in una meio gioventù

  • Johnnie Maneiro
    Rispondi
    Posted at 0:44, 1 ottobre 2007

    Ciao tutti! sono d’accordo con Mantellini 🙂

  • markingegno
    Rispondi
    Posted at 10:08, 1 ottobre 2007

    Non sono d’accordo con Mantellini e Johnnie; al di la’ della battuta, se anche il web2.0 esistesse solo nella percezione di alcuni questo sarebbe gia’ sufficiente per non poter liquidare la questione con un “non esiste”.

    E pertanto credo che Stefano abbia fatto un grosso favore a quella ragazza, anche se probabilmente lei non la pensa allo steso modo in questo momento.
    🙂

  • Nereo
    Rispondi
    Posted at 12:44, 1 ottobre 2007

    Beh, stiamo comunque dibattendo di un caso di eccellenza (anche se a voi non sembra).

    Io mi sono laureato in ingegneria informatica nel 2000 senza che venisse mai nominata la parola “Internet” per tutta la durata del corso di laurea.

    Alla faccia dell’arretratezza dell’università italiana.

  • Luca Taddei
    Rispondi
    Posted at 14:09, 1 ottobre 2007

    Una Nazione senza un’adeguato sistema di formazione, a tutti i livelli, è una Nazione morta, senza futuro.
    Ora se le cose stanno così come stanno, le cose da fare sono due: o ce ne andiamo tutti dall’Italia o facciamo una rivoluzione.
    Ma siccome gli Italiani sono un popolo di pacifisti, che non hanno più voglia di combattere per niente, credo che sia meglio andarcene tutti.
    Concordo con Mauro Lupi: le responsabilità sono un po’ di tutti, sistema di formazione ( pubblico o privato che sia, a tutti i livelli ), studenti ( con annesse famiglie ), imprese ( parecchi furbacchioni, parecchi incapaci ).
    D’accordo anche con la soluzione di Mauro Lupi: rimboccarsi le maniche e fare ciascuno la sua parte.
    Ma ci vuole molto coraggio e molta pazienza, doti degne di eroi. Ma ci sono tanti eroi in Italia?

    L.T.

  • ELMANCO / Stefano Ricci
    Rispondi
    Posted at 14:51, 1 ottobre 2007

    Ahah… proprio una volta che l’università è così vicina al mondo del lavoro… che figura ; )

  • fraktal
    Rispondi
    Posted at 16:53, 1 ottobre 2007

    Mah, credo che hai di nuovo aperto un discorso estremamente complesso.
    In realtà credo i discorsi siano più di uno: la differenza utenti/abitanti della rete, che ancora oggi è molto ampia; il ruolo dell’Università come struttura formativa e come struttura di produzione culturale [mah, semmai ancora lo sia!]; il modo in cui gli studenti si approcciano allo studio; il ruolo dell’intellettuale oggi…

    Mi sa che oltre a parlarne sarebbe utile cominciare a svecchiare un po’ ognuno di questi discorsi facendo cose pratiche, come avete fatto per esempio con Bloglab.

    Poi ben vengano momenti in cui ci si rimette in discussione, soprattutto noi docenti, che’ ho sempre pensato che almeno una parte della responsabilità di come si presentano gli studenti agli esami [ah, potrei raccontarne di storie …] sia nostra, oltre che di un sistema didattico che parla di ‘crediti formativi’ ma offre poca ‘formazione’ e ancora troppe ‘nozioni’ spesso anche inutili!

    A proposito, non solo non mi considero ‘incauta’ ad averti invitato al convegno, ma ti avviso che ne stiamo preparando uno molto più corposo per aprile, e sei richiesto a gran voce 😉

    Ah, ti saluto ancora 🙂

    Veronica

  • Paolo
    Rispondi
    Posted at 23:38, 1 ottobre 2007

    Curioso: merita piu’ biasimo la studentessa che non e’ preparata su una colossale supercazzola (ossia il Web 2.0), oppure l’esaminatore che ritiene tale materia degna di essere discussa nelle aule del sapere?
    Per definire il web 2.0 credo bastino un paio di video di Lapo, reperibili su YouTube almeno fino a un po’ di tempo fa.

  • Miti
    Rispondi
    Posted at 8:57, 2 ottobre 2007

    E hai fatto bene a dirle di ripresentarsi. Ricordo quando interrogavo le matricole a Lettere, esame su Dante. Non sapevano nemmeno fare la prosa dei canti; se chiedevo ad esempio “cosa vuol dire “pugnare”, facevano scena muta. Ma spesso il titolare di cattedra mi diceva: Ma non è colpa sua se non lo sa, ha fatto ragioneria, quindi non sa il latino”…Avrei rispedito a casa lui, insieme a lei…

  • antoniocontent
    Rispondi
    Posted at 21:33, 2 ottobre 2007

    l’accezione negativa del termine “accademico”…quanto hai ragione, Stefano…quando ho avuto l’onore di partecipare alle tue lezioni come docente (parola grossa, nel mio caso) dovevo sempre premettere che non avevo alcun background accademico, e lo facevo quasi con vergogna…

    …e invece in questo modo finivo per accattivarmi le simpatie degli studenti, lo vedevo nei loro occhi: sembravano dire “ecco, forse adesso qualcuno ci racconterà qualcosa di utile”…

    deve essere frustrante per chi come te, proprio in virtù di una grande preparazione accademica, saprebbe far uscire questi ragazzi dalle sabbie mobili del pressappochismo (dando loro le basi per diventare dei professionisti, portando nuove competenze in azienda)…

    …e invece deve pagare una percezione dovuta all’assoluta inutilità dell’università dei baroni, che intende lo studio universitario come una scuola di disciplina, una sorta di diga fisiologica che fa avanzare qualcuno, fermando o rallentando qualcun’altro indipendentemente dall’applicabilità dei programmi se non addirittura dalle conoscenze trasferite…

    paghi un prezzo per colpe non tue, e il peggio è che la prossima volta che qualcuno andrà dietro la cattedra a sbandierare il proprio approccio “non accademico” farà un figurone anche se sarà un emerito peracottaro

    che poi, se ci pensi, è la stessa cosa che sta accadendo con il termine “uomo politico”

    🙂

    a

  • Francesco Biacca
    Rispondi
    Posted at 16:29, 3 ottobre 2007

    in tutto ciò mi fa “sorridere” che ancora non ti sia arrivata una denuncia per diffamazione … non dimenticate che il web è come una piazza, e in quanto tale ci vorrebbe più moderazione nell’esprimere certi eventi

  • Francesco Biacca
    Rispondi
    Posted at 16:35, 3 ottobre 2007

    s/eventi/pareri

  • Giulia
    Rispondi
    Posted at 16:46, 3 ottobre 2007

    A parte che hai fatto bene a bocciarla (e che diamine, almeno un po’ di curiosità…), io trovo terrificante che una ventenne, tecnicamente all’apice delle sue capacità intellettive e cresciuta nell’era della tecnologia, non sappia cosa sia il web 2.0, e mio padre, che ha sessantun anni, sappia usare una webcam e Skype per farmi le telefonate a casa.

    Il problema è in parte dell’università come struttura (chiusa, slegata dal mondo del lavoro), ma in buona parte anche del modo in cui gli studenti affrontano l’università: pronti a mandare a memoria, non a capire e ad esplorare.

  • Spillolando
    Rispondi
    Posted at 12:40, 4 ottobre 2007

    Detesto l’arroganza degli ignoranti.

  • Matteo Brunati
    Rispondi
    Posted at 7:27, 5 ottobre 2007

    Cavolo, Stefano, hai proprio centrato il punto…
    anzi, troppi punti.

    Concordo anche con Mauro Lupi, il problema ormai e’ di maggiore estensione e le aziende hanno un ruolo fondamentale in queste dinamiche.

    Trovo pure io in giro nel campo informatico, persone che vedono ancora il Web un ambiente non economicamente sostenibile, se confrontato con decenni di informatica fatta in un certo modo.

    Penso sia un effetto post-bolla, ma e’ triste.

    Per non parlare del fatto che in realta’, nemmeno Mantellini ha tutti i torti .) Il Web e’ un continuo divenire, ma se vogliamo definirne i passaggi evolutivi nel nostro utilizzo maturo usando numeri di versione,ok…
    Facciamolo.
    Ma siamo coscienti di cosa stiamo facendo.

    Per quanto riguarda il ruolo dell’intellettuale oggi, be’, sara’ sempre piu’ un incompreso.
    Ma sono ottimista, qc bisogna muovere…

    Anche quello che dice Luca, in effetti, non e’ poco: che ruolo deve avere l’universita’? Eterno dilemma, ma nella congiuntura attuale sono le imprese che sbagliano a chiedere all’universita’ quello che non dovrebbe e non ha mai fatto.

    Il vero problema alla fine, e’ se la conoscenza venga premiata oppure no, adesso? Altrimenti si finisce come dice giulia, ad imparare a memoria le nozioni…
    E qui intervengono le imprese, in parte.

    E’ un gran bel circolo. .)
    Un saluto

    ovviamente pensieri a random, la tematica e’ estremamente variegata .)

  • Giuseppe Vultaggio
    Rispondi
    Posted at 10:03, 5 ottobre 2007

    Avevo già letto questo post giorni fa e tra una cosa e l’altra non ho potuto postare, però ogni tanto pensavo a quello che veniva discusso qui. Oggi che trovo un po’ di tempo e coraggio per dire la mia vi dico che la ragazza sicuramente è nel torto e che poteva essere un po’ più “smart” nel rispondere, ma una pietra a suo favore la voglio lanciare. Il mondo di oggi vuole che i ragazzi studino e acquisiscano conoscenze, spesso attraverso stage che non portano a nulla, ma che rubano un’immensità di tempo, fatica e non danno nemmeno un simbolico rimborso spese; così ci si ritrova con 3000 impegni senza riuscire a portarne a termine uno in modo adeguato. Al riguardo ho decine di amici che a forza di stage, master, business school e chi più ne ha più ne metta, si ritrovano a 30 anni senza arte nè parte. La cosa che più mi rattrista è che la colpa è da entrambe i lati, ovvero da parte degli studenti che sono sfiduciati nei confronti dell’università e dell’università che non si evolve come dovebbre.
    Concludo con un pensiero un po’ amaro, ma reale. Dove lavoro io ci sono persone molto preparate (e per preparate non intendo solo sotto l’aspetto “scolastico”) che si ritrovano a dover svolgere mansioni che dovrebbero essere svolte da altre persone, le quali vuoi per fortuna (diciamo così), vuoi per altri motivi (a buon intenditor..) si ritrovano a coprire posizioni importanti e spesso estremamente delicate pur non sapendo mettere in fila due parole in italiano e avendo un titolo di studio che non supera la terza media.
    E allora la mia domanda è: che senso ha studiare tutti questi anni se poi quando invii il curriculum nessuno ti si fila?
    Alcuni miei amici dopo il diploma hanno deciso di impararsi un mestiere: chi barista, che si è aperto un b&b, chi si è arruolato…beh, credo abbiano fatto bene.

    Ci vediamo a ricevimento Prof.!

  • Francesco Federico
    Rispondi
    Posted at 10:34, 5 ottobre 2007

    Quanto detto è assolutamente vero e porta ad una riflessione seria sia sulla qualità dei giovani d’oggi, miei coetanei, che mi sembrano davvero troppo superficiali; sia sulla qualità degli insegnamenti prosposti. I professori spesso non si aggiornano, insegnano materie vecchie in modo vecchio, contribuendo ad allontanare la formazione dal lavoro.

    Il post riprende in parte quanto ho scritto per AppuntiDigitali.it giusto ieri. Mi fa piacere avere un riscontro più o meno nella stessa direzione anche dall’altra parte della barricata.

    Bravo professore.

    P.S. La bocciatura è meritata, tra l’altro quel genere di “excusatio non petita” denota scarsa intelligenza…

  • Daniele Gatti
    Rispondi
    Posted at 12:21, 5 ottobre 2007

    Interessante: qualche settimana di studio (come minimo) buttata via per una definizione approssimativa, evanescente e su cui tutto sommato non è che ci sia neanche questo gran consenso, se non tra gli “esaltati dal 2.0”. A me pare solo l’ennesima, inutile buzzword che sarebbe utile lasciar perder o considerare, al massimo, come un fenomeno di costume.

  • Calogero Dimino
    Rispondi
    Posted at 14:58, 5 ottobre 2007

    Se una persona decide di studiare, frequenta, si fa dare gli appunti, studia, approfondisce gli argomenti. Altrimenti non studia. L’università non è una moda.

    Il web 2.0 è una bella invenzione… molto forte comunicativamente. Si associa alla normale evoluzione di ciò che è legato alla tecnologia ed al web… per questo è stata geniale ed ha preso subito piede.
    Già il solo fatto di schierarsi a favore o meno della sua fondatezza, di parlarne… gli ha spianato la sdrada.

    Attenuante per la studentessa. Chiedo al prof: ne ha parlato durante le lezioni? Quanto tempo ha dedicato all’argomento? Su quali aspetti si è soffermato? Lei cosa ne pensa?

  • Federico
    Rispondi
    Posted at 15:28, 5 ottobre 2007

    Salve, io sto facendo un elaborato (da 9 crediti, quindi nè una cosa mastodontica, nè una tesinetta da 4 soldi) per la mia laure a triennale…fin qua, nulla di strano..la cosa “particolare” è che mi sto laureando in Ing. Informatica…c’è da sorprendersi secondo voi che un Ing. Informatico stia facendo una sua tesi (ripeto, triennale, non di 5 anni) sul web 2.0, che sembra essere piu un argomento legato al marketing o alle scienze delle comunicazioni?

  • Federico
    Rispondi
    Posted at 15:36, 5 ottobre 2007

    mi sono dimenticato di dire una cosa a mantellini e gli altri che hanno postato qui, dicendo che il web 2.0 è 1 buzzword e roba varia …beh se siete giunti in questa pagina, avete postato qui e avete reso pubblico il vostro pensiero..siete voi stessi parte del web 2.0..e non solo ne siete parte, ma ne siete PROMOTORI!

  • Massimo Moruzzi
    Rispondi
    Posted at 18:46, 5 ottobre 2007

    io concordo con Mantellini. Cos’è, sto web2.0 ? Ci vogliamo rendere conto che siamo quasi nel 2008 e le uniche cose di “2.0”che hanno senso sono del 2004-5 (flickr, delicious, digg, youtube… what else?)

    dici…
    >beh, in effetti cosa c’entrano il Web 2.0, i blog, google, i social network e tutto ciò che ne consegue con il lavoro di un centro media???).

    risposta: nulla. deve vendere banner, mica fare altro. a riempirsi la bocca di web2.0, blog, social network etc. pensano i piani alti.

  • Paolo
    Rispondi
    Posted at 21:46, 5 ottobre 2007

    A margine: Moruzzi lavorava col “Web 2.0” quando la buzzword non era stata ancora inventata…. Non esiste nulla di nuovo dal 1999, smettiamola con affermazioni ridicole. Cos’e’ il web 2.0? Un marchio registrato e il titolo di una conferenza. Almeno a sentire Marc Andreessen, http://blog.pmarca.com/2007/06/why_theres_no_s.html (non mi bocciare Epifani, mi sono impegnato, ti prego).
    E poi: Skype e’ web 2.0, chissa’ perche’ Net2phone non lo era. Il messenger di MSN e’ web 2.0, chissa’ perche’ ICQ non lo era. I blog sono web 2.0, ma esistevano anche ai tempi del web 1.0. Second Life e’ web 2.0 e lavora per gli ormoni degli adulti, mentre Superfighetto.it lavorava per gli ormoni dei ragazzini ed era, sensatamente, 1.0
    In compenso, come dice Max, una cosa non e’ cambiata: i centri media, che continuano a vivere sui banner comprati al chilo, preferibilmente a prezzo non troppo basso (se no come li incassano i DN)?
    Buon lavoro a tutti, e soprattutto continuate pure a insegnare cose utili e interessanti nelle universita’: il sistema Italia ha bisogno di menti efficaci per competere.

  • Massimo Moruzzi
    Rispondi
    Posted at 14:06, 6 ottobre 2007

    “no, perchè il nostro sito c’ha le tagcloud, sai. Ora, ti vendo 5.600.000 banner, va bene? A 16 euro il kg, farebbe 89.600 euro, ma visto che sei tu, il prezzo è di soli 9.000 euro, uno sconto del 90 %.

    ok?

  • Folletto Malefico
    Rispondi
    Posted at 11:31, 7 ottobre 2007

    Io credo che tutti quelli che stanno dando ragione alla ragazza perché “il web2.0 non esiste” in realtà stanno rispondendo alla domanda fatta da Stefano all’esame, e quindi sarebbero passati con lode. 😉

    Ceci n’est pas une pipe.

  • mario
    Rispondi
    Posted at 15:28, 7 ottobre 2007

    Bah non c’è niente di nuovo in quello che definite web2.0, se non la volontà di venderlo. Forse che una BBS degli anni ottanta non era web2.0 ? Capperi la gente si collegava metteva dentro messaggi, file, non era calzante con la vostra definizione ?
    Non è che il web2.0 non esista, il problema è che c’è sempre stato, di conseguenza web2.0 è solo un marchio, un nome…

  • Margherita
    Rispondi
    Posted at 12:53, 8 ottobre 2007

    Hai fatto bene a bocciarla, perché se è vero che ha scelto la facoltà e un lavoro attinente, non può non interessarsi al web 2.0, non fosse altro perché le servirà. Non penso sia solo colpa dell’università, anche certo, ma in parte uguale della studentessa. Spesso si devono passare gli esami e prendere la laurea senza preoccuparsi della conoscenza vera, il che denota ancora molta immaturità che si può capire al liceo quando si studia la mattina la lezioncina del giorno prima. Ma all’università si può accettare? Aggiungo che la colpa è anche del mondo del lavoro che ci ha abituati ad una selezione non basata sulle capacità ma su altro. Altrimenti se ne sarebbero accorti con un serio colloquio di lavoro, che non aveva competenze. E poi il famoso training sul suo ruolo glielo avranno fatto e quindi avrebbe dovuto un pò conoscere il web 2.0.(ups ma siamo in Italia quale training, induction, cosa da altri paesi). Colpa di un mondo che rende i ruoli intercambiabili per “alcuni”, tipo si entra in politica, nella moda, nel managemente, in televisione ma si conosce poi il lavoro che si dovrebbe svolgere? A questo punto mi rimangio tutto e dico: non è colpa della ragazza, perché la studentessa dovrebbe conoscere il web 2.0 quando ci sono troppo che ignorano il loro ruolo nel mondo del lavoro. PS ma le hai chiesto se aveva una pagina su myspace, youtube, facebook o se commentava blog? Se sì la dovevi promuovere dato che è il web 2.0.

  • Posted at 17:04, 9 ottobre 2007

    Nel calcio, quando una squadra, presuntuosamente, gioca troppo di fino senza concretizzare e fare goal si dice spregiativamente che fa “accademia”
    Concordo in parte circa eventuali colpe della scuola e dell’Università ed a supporto cito numerose/i stundenti che sono blogger molto attivi e padroni degli strumenti tipici del web 2.0 e del marketing non convenzionale. Probabilmente sono quelli che hanno già vinto la sfida con i colleghi studenti 1.0!
    D’altro canto non possiamo dimenticare, in quest’analisi, che nel marketing delle aziende molti posti chiave sono occupati da markettari 1.0 lontani anni luce dal neoumanesimo del web 2.0 e dei social media. Così come non possiamo non considerare che spessissimo le aziende sono dirette da Ceo 1.0.
    Leo

  • Paolo
    Rispondi
    Posted at 21:52, 9 ottobre 2007

    Leo, potresti citarci un’azienda 2.0, anzi, un CEO 2.0 d’azienda? Anche un direttore mktg 2.0 va bene.

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