Sono ancora "nuovi" questi media?

Sono ancora "nuovi" questi media?

L’amico Giorgio Gilbertini mi chiede di rispondere ad alcune domande per la rivista del Don Orione e mi invita a stare attento alle risposte visto che, in linea di massima, il pubblico dei lettori non è proprio vicino alle tecnologie, e quindi è opportuno avere un approccio comprensibile ai più… Ci sarò riuscito?

Che cosa si intende per new media? Quali sono i principali new media?

Prima di tutto mi preme sottolineare una cosa. Non mi piace troppo usare il termine “nuovi” media. Sono decenni, ormai, che si parla di “nuovi” media riferendosi a strumenti che sono entrati a pieno titolo nella vita di ognuno. Riferirsi sempre ai “nuovi” media li fa sentire lontani, astratti. Un po’ come se fossero realtà che, in fondo, non ci riguardano. E invece quelli ai quali ci si riferisce utilizzando il termine “nuovi media” sono strumenti ormai diffusi – moltissimo tra i giovani ma molto anche tra i meno giovani – e che stanno contribuendo in maniera fondamentale a cambiare il modo in cui le persone vivono le relazioni. Ed è proprio nel concetto di “relazione” la vera novità di questi media. Strumenti che non servono solo o prevalentemente per facilitare la diffusione di informazioni, ma sono in grado di supportare lo sviluppo di relazioni, consentendo a tutti, ma proprio a tutti, di perdere la passività tipica degli “spettatori” televisivi o dei “lettori” di giornali, per diventare “interattori” nel sempre più complesso contesto dell’informazione.

E’ da anni che si parla del fatto che la carta stampata debba scomparire ma per ora ha resistito ai cd rom e sembra anche ad internet. Con la diffusione dei new media finiranno i media tradizionali (radio tv giornali) o ne trarranno benefici? E come?

Il discorso, in realtà, è molto complesso. Già un paio d’anni fa un signore ebbe a dire: “Non so davvero se fra cinque anni si stamperà ancora il NY Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa”. Questo signore era Artur Sulzberg. L’editore del New York Times. Nessuno, oggi, è realmente in grado di sapere cosa sarà della carta stampata da qui a cinque o dieci anni. Ciò che è certo è che lo sviluppo e la diffusione di internet sta radicalmente mutando gli equilibri del mondo dell’informazione. Le grandi fusioni d’oltreoceano tra operatori della telefonia ed editori, la crisi della carta stampata, la convergenza di internet con la tv ci insegnano che tutto è in rapido movimento. Quindi il tema non è capire se i media “tradizionali” trarranno benefici o meno da questo nuovo scenario, quanto piuttosto quali media riusciranno ad adattarsi ad un processo che i tecnici chiamano “rimediazione” e quali, invece, soccomberanno. Insomma, si tratta di un processo evolutivo nel quale – proprio come in natura – gli attori più pronti al cambiamento saranno favoriti, e gli altri finiranno per scomparire. Ma la loro scomparsa sarà ampliamente compensata da nuovi attori – o dai vecchi attori che saranno stati in grado di cambiare più rapidamente – che sapranno offrire all’utenza un servizio migliore.

Come ha rivoluzionato, secondo lei, il mondo l’avvento di internet?

Internet è una grande opportunità. Una opportunità di conoscenza, di crescita, di sviluppo, di maturazione. È inevitabile che il suo sviluppo produca effetti significativi sulla società. Ed è altrettanto inevitabile, purtroppo, che i settori più conservatori della società vedano in internet una minaccia. E non a caso la rete viene spesso rappresentata come fonte di mille minacce, prima che di mille possibilità. L’equazione Internet uguale Male ha dominato la carta stampata negli ultimi anni. E ciò non credo abbia reso un buon servizio alla sua diffusione. Sicuramente non l’ha reso alla società. Internet cambia le cose. È indubbio. Esiste un prima ed un dopo. Come è esistito un prima ed un dopo con la ruota, il fuoco, il treno. Eppure non penso siano in molti quelli disposti a sostenere che la società era migliore senza ruota, senza fuoco, senza treno. E non posso non ricordare che nel 1800 alcuni ritenessero che il treno fosse il Demonio. Le reazioni della società ai cambiamenti, tutto sommato, sono sempre le stesse.

Si parla molto di social network. In cosa consiste il successo di Facebook?

Facebook ha avuto l’innegabile merito di aver avvicinato alla rete milioni di persone. Sono oltre 350 milioni gli utenti del social network creato da Zuckerberg (che è nato, mi piace ricordarlo, nel 1984). Per molti di essi Facebook “è” Internet. Ma il vero successo di Facebook è quello di aver portato le persone ad essere on-line con il proprio volto. Quello vero. In un certo qual modo, Facebook rappresenta il superamento di Second Life. Da un contesto in cui la rete serviva per costruirsi una “seconda vita” dietro la quale nascondersi si è passati ad una realtà in cui la propria vita viene condivisa on-line. Il digitale ed il materiale si sono finalmente fusi e sovrapposti in un unico contesto relazionale. Tutto ciò è positivo? È negativo? Tutto ciò è un fatto. Un fatto inevitabile. Un fatto che comporta conseguenze positive ed aspetti negativi. Personalmente ritengo che le prime superino abbondantemente i secondi.

La gente in metropolitana o sul pianerottolo è estranea ma chatta volentieri e per ore con sconosciuti in internet. Come si può spiegare tutto questo?

È vero, la gente spesso non conosce il proprio vicino di casa. Ma ciò non avviene perché usa il suo tempo per chattare. Le chat esistono da relativamente pochi anni, ma dei propri vicini si è dimenticato il nome da decenni. È l’era post-moderna ad aver mutato e rarefatto le relazioni, non certo Internet. E basta collegarsi a Facebook per rendersi conto che i social network non sono quell’ambiente di emarginati che a molti piace rappresentare. Molto più semplicemente, sono invece gli strumenti che i giovani (ma anche i meno giovani) usano per restare in contatto con i propri amici o con i propri contatti. Certo, on-line si conoscono anche sconosciuti. Ma ciò è necessariamente un male?
Il problema, ancora una volta, non sta nel fatto che internet aiuti a conoscere nuova gente. Sta nel fatto che a volte non ci si rende conto del fatto che internet è porta aperta. Mi permetta di chiarire con un esempio: lasciare un bambino in chat senza alcun controllo equivale a lasciarlo in mezzo ad una strada affollata, ove ci sarà tanta brava gente e qualche mascalzone. Mi chiedo solo per quale motivo molte mamme inorridirebbero alla sola idea di abbandonare il proprio figlio in mezzo ad una strada, ma trovano normale lasciarlo su internet senza alcun controllo. Se dovesse succedere qualcosa, la colpa sarebbe di internet?

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