A Start (Radio 1), per parlare della crisi di Wikipedia e delle sue motivazioni

A Start (Radio 1), per parlare della crisi di Wikipedia e delle sue motivazioni

Recentemente Jimmy Wales, nel corso della conferenza annuale di Wikimedia Foundation, si è dichiarato preoccupato per il significativo calo di collaboratori che alimentano Wikipedia. La causa è probabilmente da ricercare nel dilagare dei Social Network, che rubano tempo a quelli che in precedenza questo tempo lo impiegavano per popolare Wikipedia, sostiene Wales.

Personalmente ritengo invece che il calo dei collaboratori sia solo il sintomo del vero problema: non esser stati in grado di rinnovare l’interesse verso un progetto di importanza fondamentale (Wikipedia, con tutti i suoi difetti, è comunque l’esperimento di costruzione condivisa ed organizzata della conoscenza più articolato e significativo della storia dell’uomo).

Nell’era delle reti, Wikipedia ha mantenuto il suo approccio basato, più che su di esse, su un sistema di tipo prettamente comunitario. Qualche anno fa mi sono soffermato, sempre su questo blog, nel descrivere la differenza tra il concetto di comunità e quello di rete nella gestione delle relazioni online. Wikipedia, in questi anni, ha sviluppato una forte comunità di contributori. Tuttavia, nell’era delle reti, l’approccio individualistico che dai blog si è sviluppato nei social network site non favorisce un processo anonimo di “cessione” della propria conoscenza, che nelle comunità (virtuali come reali) dall’individuo fluisce nel gruppo. I Social Network consentono un processo di conferimento del valore individuale verso la comunità con un modello che consente di mantenere la visibilità del proprio apporto. Wikipedia, al contrario, lavora su un principio del tutto opposto. Per intenderci: chi conosce il nome di un autore dell’enciclopedia libera?

Ecco: questa in estrema sintesi ritengo sia l’origine del problema. Non sono i social network site come Facebook che stanno “rubando tempo” agli autori di Wikipedia, è quest’ultima che non è stata in grado di sfruttare e valorizzare quelle dinamiche sociali proprie delle reti che – lavorando su elementi come la reputazione – possano spingere le persone a collaborare.

Di questo tema parliamo oggi il 18 Agosto* alle 11.30 a Start, spazio informativo di Radio Uno, al quale sono stato invitato da Pietro Plastina. Se qualcuno di voi è d’accordo (o meno) con la mia visione dei fatti, sarò più che felice di portare anche il suo punto di vista in trasmissione!

* oggi sono saltate tutte le dirette per dare spazio a Tremonti e le sue comunicazioni in merito alla crisi finanziaria. L’occasione è buona per avere più tempo a disposizione per raccogliere i vostri pareri e portarli in trasmissione!

UPDATE: intervista fatta. L’audio lo trovate qui!

3 Comments
  • Posted at 9:48, 11 agosto 2011

    Non so, credo anche che la gente abbia scoperto che il proprio contributo beneficia altri che poi ci mettono il nome e magari traggono profitti da esso. Per me è successo così. Non dico di rappresentare il mondo intero, ma improvvisamente mi sono accorta che c’era gente interessata a quello che scrivevo, alle mie idee, ai miei racconti e che stavo “regalando” tutto questo ad altri, in apparenza liberamente.

  • Posted at 10:23, 11 agosto 2011

    Interessante analisi!
    Sono d’accordo che Wikipedia e i blog (o il profilo personale su un social network come facebook) sono due estremi: Wikipedia non mostra l’identita’ delle persone ma solo il prodotto finale (esisti in cio’ che hai scritto), i blog sono tutti basati sull’identita’ (esisti in quanto c’e’ la tua faccetta o il tuo nome).
    Ci sono tentativi di enciclopedie aperte che rendono maggiormente visibile la persona, mi vengono in mente citizendium (di Larry Sanger, fondatore di Wikipedia che ha lasciato da tempo e molto critico al riguardo) e Knol (di google).
    Verificare se una maggiore visibilita’ delle facce su wikipedia produca maggiore partecipazione e migliori risultati in Wikipedia (da definire: maggiore coverage? meno edit war? oppure piu’ edit war e’ sinonimo di una comunita’ in salute che accoglie tutti i punti di vista diversi, li discute e trova un consenso?) e’ difficile ma mi pare sia una sfida la Wikimedia Foundation stia cercando di cogliere con vari studi empirici.
    Sicuramente un tema molto interessante! Deve essere molto eccitante essere a timone di questa enorme avventura collettiva (Wikipedia), poter decidere di cambiare alcune cose (o no) senza essere sicuri di dove eventuali cambiamenti porteranno la nave … eccitante e sfidante e difficile.

  • Posted at 9:15, 12 agosto 2011

    quando lessi di questo “grido di dolore” ho subito pensato al tema delle leve e delle motivazioni profonde, che – come è stato notato nei commenti precedenti – hanno molto a che fare con l’identità. se posso aggiungere il mio contributo, io credo sia anche una questione fisiologica di questo tipo di progetti. una cosa è popolare l’enciclopedia da “pionieri”, e quindi far parte di un gruppo di “primi wikipedisti” che – almeno tra di loro – sanno (o pensano di) essere entrati nella storia per aver scritto “the bulk” dei primi lemmi. una volta buttato giù il grosso dell’opera (e consolidato questo primo gruppo di “eroi”) l’unico modo per sentirsi “nuovi protagonisti” era trollare i lemmi, specie quelli relativi a personaggi o brand famosi. mentre sempre di meno sono quelli che oggi sono disposti a fare il lavoro sporco (ma veramente meritorio) di controllare i troll, correggere i loro interventi, eccetera. direi una bella lezione per progetti simili basati sulla rete e sul crowdsourcing. abbiamo parlato molte del fatto che questi progetti non si remunerano solo col danaro, ma anche con l’attenzione, e il riconoscimento di un ruolo (e quindi di una reputazione individuale). wikipedia invece tende ad affogare questi ruoli, e forse non se ne occupo’ fin dall’inizio proprio perchè c’era da difendere il fortino delle microcelebrità dei primi arrivati.

    antonio

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